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La pigrizia etica dei vegetariani a metà

17 mar

Mia nonna rincorreva la gallina, la afferrava per le zampe e con l’aiuto di un manico di scopa la strangolava. Toglieva le penne grandi e poi passava il corpo nudo (della gallina) sulla fiamma del fornello per togliere quelle piccole. Mio nonno stringeva il coniglio con l’occhio sbarrato (l’occhio del coniglio), lo sgozzava con un coltello, lo appendeva ad una scala di legno e lo scuoiava, gli intestini che piombavano sul secchio ancora si muovevano. Nessuna delle carni cotte che mangiavo la sera stessa assomigliava alla gallina oppure al coniglio. Nemmeno le bistecche della cavalla sulla quale ero montata da piccola conservavano il ritratto della cavalla, la coda che scacciava le mosche, la sua impassibile mansuetudine.

Erano, bisogna dirlo, carni squisite.

Per diventare vegetariani occorre fare i conti con una memoria alimentare conficcata nelle papille gustative da decenni. Occorre mettere d’accordo le terrificanti immagini dei polli in batteria con sentimentalissimi pranzi della domenica a base di arrosti e bolliti. Perché esiste una terra di mezzo dove milioni di persone sensibili all’animalismo non riescono a smettere di mangiare la carne. Frequentano amici diventati vegetariani durante l’adolescenza e che hanno ormai dimenticato il gusto sopraffino – sì, sopraffino – del prosciutto crudo. Sono magari sposati a uomini o donne che hanno deciso di non mettere in bocca bistecche, saltimbocca, cosce di coniglio o alette di pollo, ma nemmeno il salmone oppure la trota che fa tanto bene ma no, anche il pesce è un animale e non è giusto ammazzarlo soltanto per godere delle sue carni. Leggono, gli abitanti della terra di mezzo, lunghi resoconti sulla realtà dei mattatoi, sulla sofferenza degli animali, sulla caccia infame, e rimuginano con cuore afflitto sul dolore ingiusto. E dunque decidono di mangiare meno carne. Come un fumatore che diminuisce il numero delle sigarette sperando di evitare il cancro, il semi-vegetariano arriva davanti al banco del macellaio con animo meno greve poiché acquisterà soltanto del petto magrissimo di pollo (il semi-vegeteriano è convinto che cuocere la carne senza intingoli né gusto sia più etico e animalista perché punitivo), e lo acquisterà soltanto una volta la settimana o addirittura una volta al mese.

Questi pensieri vengono sfogliano “Flatus vocis. Breve invito all’agire animale” di Leonardo Caffo, giovane filosofo studioso di morale. Il libello incita a gettare le ortiche il concetto di cittadino – essere umano che lotta per i propri diritti dimenticando costantemente la base del grattacielo, il mattatoio dove gli animali periscono sfruttati in modo da fornire energia, cibo e vestiti agli umani – per tornare corpo animale e attuare davvero una rivoluzione che parta dai muscoli, dallo stomaco, dalla vita e dalla morte – che poi sono le cose che ci accomunano con gli animali non-umani.

Caffo dice chiaramente che non basta smettere di mangiare la carne o acquistare pellicce, perché questo già avviene in parte e il mercato si sta adeguando a questa nuova sensibilità con prodotti vegan, ristoranti per vegetariani, pelli sintetiche e così via, senza che questi comportamenti nobili facciano rovesciare la piramide: «Chi pensa che sia convertire al veganismo, alla non violenza, la stretta cerchia dei suoi amici la salvezza di questo mondo è un ingenuo imbecille. La rivoluzione che vede nella convivenza tra diversi il suo mordente è rivoluzione politica, rivoluzione del concetto che sottende la percezione della realtà». Qui siamo decisamente oltre la bistecca o non bistecca. Ma per arrivare a leggere Flatus vocis senza sentirsi irreparabilmente imbecilli, bisogna almeno uscire dalla terra di mezzo. Sì, ma come?

Non è necessario avere esperienza diretta del dolore di un animale ferito, basta anche soltanto guardare un programma come “Aiuto! Animali imbarazzanti” su Sky dove cani, gatti, canarini, coniglietti e bestiole domestiche vengono prontamente portati nelle cliniche veterinarie perché sono malati, perdono sangue, vomitano, hanno la febbre, sono inappetenti. A loro, come ad un malato umano, viene inserita una flebo, si fanno le analisi del sangue, vengono operati con il bisturi e l’anestesia, hanno la milza, il pancreas, possono diventare diabetici, guaiscono e piangono quando soffrono, hanno un corpo con le medesime funzionalità degli umani, e persino i valori dei globuli rossi, delle piastrine, delle funzionalità epatiche. Il corpo dolente di un animale è identico al corpo dolente di un bambino, di un uomo e di una donna.

Perché allora non smettiamo di mangiare tacchini, maiali e magnifici cavalli? Quella del semi-vegetariano, o del vegetariano in potenza, è la pigrizia etica. Escono addirittura libri sull’alimentazione vegetariana per cani, eppure noi – che dovremmo e potremmo vivere bene senza carne – non resistiamo alle polpette al sugo. Rintrona nelle nostre orecchie una raccomandazione millenaria, la carne fa sangue e senza carne diventiamo deboli. Soprattutto, non osiamo tradire il ricordo della nonna che cucinava il risotto con il fegato – sì, il fegato, ignobile e gustoso. La rivoluzione animalista è anche questo: strappare uno a uno i ricordi olfattivi, l’anatra all’arancia di mamma (mamma!), compiere uno sforzo e non temere di cadere nell’abisso dei sapori sciapi, non preconizzare un futuro ai fornelli, non accampare scuse salutistiche, smetterla di essere bestie e tornare animali rispettosi degli altri animali.

Mentre scrivevo questo articolo ho cucinato del pesce. Per molti vegetariani continuare a mangiare orate e calamari costituisce un ottimo compromesso, specialmente in tempi di isterie ideologiche. Forse i semi-vegetariani sono così numerosi perché fare rivoluzioni è davvero faticoso, e se non scendiamo in piazza per un contratto di lavoro schiavizzante perché dovremmo diventare le primule rosse dell’animalismo? Meditazioni, sono soltanto meditazioni.

(articolo uscito sul settimanale Gli Altri)

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6 Risposte a “La pigrizia etica dei vegetariani a metà”

  1. Marco Tarantino 19 marzo 2012 a 08:18 #

    Premessa n.1: è sempre difficile scegliere tra vizi, si rischia di semplificare e di offendere parti di sè, ma credo che Dante mi avrebbe sicuramente destinato il girone dei golosi.
    Premessa n.2: le scene di vita familiare che racconti sono molto simili a quelle a cui ho assistito, in particolare ricordo una prozia minuta e magra, un fascio di nervi tesi, che affrontava tacchini alti quasi quanto lei con l’accetta in mano e gli occhi spiritati.
    Quello di cui parli è quindi un tema che mi vede sensibilmente coinvolto, da una posizione però diversa.
    Comincio subito col dire che ho molti amici che, con vario grado di radicalità, sono vegetariani, ed in passato ho frequentato anche persone che credevano che la loro missione esistenziale fosse quella di convertire tutti al vegetarianesimo radicale. Alcuni di questi usavano argomentazioni discutibili ma comunque accettabili, mentre altri si spingevano ad aggermazioni ardite come “l’uomo non è fatto per mangiare la carne”. Ora, sebbene sia passato del tempo da quando eravamo cacciatori – raccoglitori, credo che questa tesi sia francamente insostenibile (ai più petulanti tra questi consigliavo di fare un giro dal dentista per “piallare” i canini)e che la scelta di rinunciare alla carne possa essere sostenuta solo come una forte motivazione etica, sovrastrutturale. Per questa tipologia di persone, la definizione più pregnante credo sia stata data da Barney nel giustamente famoso romanzo di Richler, che pensando alla nuora, la chiamava la “nazisalutista”. Ma queste considerazioni valgono per gli invasati (tra cui, ed è bene ricordadlo, c’era anche Hitler), non certo per il tuo articolo che, più che dare risposte, pone interrogativi. Su alcuni punti sono daccordo con te: oggi che siamo informati, che critichiamo scelte irrispettose del territorio in agricoltura, dovremmo e potremmo pretendere degli atandard di allevamento meno inclini al modello della catena di moltaggio fordista e più rispettosi dela vita degli animali (e qui includo anche le tecniche di pesca con reti che spesso rovinano il paesaggio sottomarino in modo irrimediabile). Mi vengono due altre considerazioni. Mi pare che, questo ritorno alla ricerca di un pensiero morale forte come argine alla deriva esistenziale, oltre che la sfera dei costumi sessuali, stia inesorabilmente colpendo anche quella delle abitudini alimentari: qualche giorno fà il Manifesto pubblicava una bella recensione del libro di Dacrema “Fumo, bevo e mangio molta carne” provocando una virulenta reazione da molti lettori, che criticavano non già le opinioni dell’autore, ma il fatto stesso che su quel giornale ci fosse stata una recensione non ostile al libro. Per finire vorrei raccontare un aneddoto. Il mio terapeuta e maestro, Barrie Simmons, utilizzando metaforicamente la teoria della filogenesi del nostro sisteme nervoso centrale (distinto in archi – paleo e neo – corteccia) diceva che noi siamo un coccodrillo con sopra un cane con sopra gli emisferi cerebrali e le funzioni cognitive. Il problema è che noi non sappiamo proprio come interagire col coccodrillo, che è quella parte di noi correlata all’aggerssività, alla lotta, alla rabbia, all’avidità. La soluzione moralistaica è semplicemente quella di negare il diritto di esietenza a questa parte di noi, creando individui privi di spinta vitale e lasciando aperta la porta della violenza come momento in cui questa parte provvisoriamente prende il sopravvento. Credo che invece sarebbe utile riconoscere che questa parte di noi ci appartiene, piaccia o no, e che se viene consapevolemente integrata nella personalità perde gli aspetti più distruttivi e diventa una fonte importante di energia e vitalità.

  2. umberto 27 aprile 2012 a 13:45 #

    Uno può sforzarsi di essere vegetariano finchè vuole ma poi a forza di rodersi il fegato torna carnivoro

  3. ELEONORA INGRASSIA 24 maggio 2012 a 14:24 #

    Un articolo interessante, nemmeno banale visto che si conclude con il racconto che anche tu stai cucinando un pesce. Mi sbalordisce il commento banale di Umberto, leggo invece con curiosità il post di mammanarchica (leggendo la ricetta della torta pomodorini e crescenza mi ero chiesta: ma non è vegana? – cosa che banalmente si crede di chi si definisce in un modo o nell’altro “anarchico/a”.

    Quanto a marco tarantino, l’essere umano non possiede dalla nascita gli enzimi digerenti della carne. Parola di studentessa di biologia carnivora!

    • Pau 22 luglio 2012 a 19:46 #

      Sono d’accordo con Eleonora. In quanto “eticamente pigra”, mi prendo le mie responsabilità (ammetto la pigrizia). Post intelligente e non scontato.

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  1. carnivora per scelta « mammanarchica (questo NON è un mommyblog) - 20 marzo 2012

    [...] e io immolavo manzi e capretti e da allora non ho più smesso ora sono una carnivora per scelta la-pigrizia-etica-dei-vegetariani-a-metae senza sensi di colpa Like this:LikeBe the first to like this post. Filed under: Uncategorized [...]

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