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Dalla parte dei padri (per una volta)

7 set

Basta la scena di un film per rompere un tabù e sovvertire il luogo comune, nelle coppie separate con figli, della madre premurosa e del padre menefreghista.

Ad ogni costo”, lungometraggio low cost ambientato nella marginale periferia romana e presentato all’ultimo Festival di Roma, è un piccolo capolavoro del cinema indipendente italiano, un pugno in piena faccia al fighettismo scamarcesco al quale preferisce il volto consunto e neorealista di Gennaro Romano, spacciatore cacciato di casa dalla moglie, costretto a vivere in una roulotte nel parcheggio di un condominio fatiscente e padre di un bambino di nove anni tolto alla famiglia e rinchiuso in un istituto.

Gennaro si incatena ai cancelli della struttura perché vorrebbe vedere il figlio, almeno un saluto, ma per gli assistenti sociali dovrebbe semplicemente trovare un lavoro onesto – materia rarissima nei quartieri dormitorio di Guidonia. Non si vergogna di piangere per Pasqualino, lo chiama e gli manda baci. Poi ecco la scena: la ex moglie esce dal carcere, vuole ricominciare a fare la capo-zona dello spaccio, e soprattutto rivuole il figlio. Non appena capisce che Gennaro per disperazione sta organizzando di rapire il bambino e ricominciare una vita al nord, lo uccide. Con l’inganno, di sorpresa.

Nella precisa volontà dei registi Davide Alfonsi e Denis Malagnino la pellicola è, anche, una riedizione particolarissima di Kramer contro Kramer dove a soccombere, materialmente, è l’amore paterno. Svalutato, vilipeso, messo in second’ordine rispetto a quello materno. E’ un tabù, dicevamo. Perché se è vero che nella cronaca sono i padri, i mariti, gli ex compagni ad uccidere le donne, è altrettanto vero che in altre famiglie sfasciate sono i padri a soffrire l’allontanamento coatto dei figli, spesso senza possedere gli strumenti per ribaltare il verdetto personale delle ex compagne.

Nei giorni scorsi la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione ad un padre divorziato di Rimini che per tre anni non ha potuto vedere il figlio perché la ex moglie semplicemente si sottraeva agli obblighi stabiliti dai giudici ovvero una visita ogni quindici giorni. Una vittoria di Pirro: la Corte ha condannato l’Italia perché il Tribunale per i minorenni di Bologna non ha messo in atto tutti i meccanismi e le sanzioni (esistenti) per consentire all’uomo di vivere accanto al bambino, eppure quel padre ancora non può vederlo. Una storia che si ripete all’infinito, e non sono rari i casi di padri disperati che tentano il suicidio.

Negli anni, sotto l’occhio sospettoso dei gruppi in difesa delle donne, sono nate decine di associazioni che radunano uomini separati (dai figli) con l’obiettivo di fare funzionare correttamente la legge sull’affido condiviso approvata nel 2006 e che stabilisce la bigenitorialità: non più figli affidati quasi esclusivamente alle madri e con giorni prefissati per stare con il padre, ma una responsabilità congiunta nell’educazione. Tuttavia poco o nulla è cambiato.

Quella legge non viene applicata”, avverte Alessio Cardinale della Adantium, rete di associazioni dei padri separati: “I giudici per i minorenni, forse ancorati all’antico pregiudizio del padre assente, hanno inventato la formula del collocamento prevalente ossia decidono che il domicilio elettivo dei figli è quello delle madri nel 98% dei casi”. In caso di forti conflitti tra ex coniugi, lamenta Cardinale, la prima vendetta è quella di sottrarre i bambini al padre “e le sanzioni previste non vengono mai comminate”.

Stanchi di ricorsi a vuoto, i padri della Adantium nelle scorse settimane hanno dato il via ad una class action contro il ministero della Giustizia per mancata vigilanza sulla corretta applicazione dell’affido condiviso. Della materia si stanno occupando ormai stabilmente anche i radicali che a settembre hanno rivolto un’interrogazione parlamentare ad Angelino Alfano chiedendo di riequilibrare le sentenze dei giudici, propensi nell’88% dei casi all’affidamento esclusivo (alle madri): “Molti tribunali continuano a sostenere che l’affidamento condiviso può essere concesso solo in un numero limitatissimo di casi, negandolo, in particolare, in presenza di conflittualità, tenera età dei figli, distanza tra le abitazioni dei due genitori”. I gruppi dei padri divorziati sono convinti che esiste un pregiudizio di genere visto che la maggior parte dei magistrati per minorenni sono donne e dunque propense a parteggiare per le madri. Attaccano, insomma, la professionalità dei giudici.

A chi sostiene che un marito violento con la moglie sia un ostacolo all’affido condiviso risponde una recente sentenza della Cassazione secondo la quale un cattivo marito non necessariamente è un cattivo genitore. Un’altra sentenza stabilisce che l’affido condiviso deve essere “la regola” e non l’eccezione. Sono pronunciamenti che preoccupano non poco le associazioni contro la violenza sulle donne perché nella realtà una ex moglie vittima di abusi viene obbligata a continuare il rapporto con l’ex marito.

Tiziana Valpiana era senatrice di Rifondazione comunista quando il parlamento varò l’affido condiviso, e rimane convinta che la legge abbia acuito i conflitti: “Scompare l’assegno di mantenimento ma si moltiplicano i motivi di litigio per ogni spesa dedicata ai figli”. Chi compera il quaderno? Chi paga l’iscrizione alla scuola di calcio?

La questione degli alimenti è comunque un altro punto dolente. “Con il domicilio prevalente, spesso presso la madre, ai padri viene imposto di pagare un assegno separativo ed è per questo motivo che molti si ritrovano sul lastrico”, continua Cardinale.

La povertà dei padri separati è ormai entrata nelle statistiche. A Milano è stato persino inaugurato un centro-dormitorio per uomini che, a causa del divorzio, non possono nemmeno pagare un affitto. Si chiama Casa del papà separato, il canone mensile 150 euro. E questo perché molti uomini stavano diventando letteralmente dei clochard. Come Gennaro Romano nella sua roulotte a Guidonia.

La lista Bonino Pannella ha presentato, il 5 novembre scorso, una proposta di legge regionale nel Lazio per andare incontro alle difficoltà economiche della separazione, un aiuto materiale anche per trovare un alloggio alternativo poiché molti uomini (sempre loro) spesso si ritrovano a tornare nella casa dei genitori oppure a non avere un appartamento adatto per stare con i figli, quando è il loro turno. “Separarsi è diventato un lusso”, avvertono i radicali.

Dissente dalle posizioni dei padri separati l’avvocata Laura De Rui, fondatrice della Camera minorile di Milano e della Casa delle donne maltrattate della stessa città: “Affido condiviso non significa collocamento alternato del bambino ora nella casa del papà ora nella casa della mamma. Piuttosto significa responsabilità condivisa nell’educazione dei figli”. E se la maggior parte dei giudici decide spesso di privilegiare le madri nella scelta del domicilio prevalente “è perché esiste una letteratura scientifica sull’attaccamento materno del bambino”. Certo, esistono casi drammatici ed esistono donne che impediscono la presenza dei padri: “Ma le rivendicazioni dei padri e delle madri perdono di vista l’interesse dei figli. Ogni bambino e ogni famiglia sono diversi e andrebbe trovata ogni volta la soluzione migliore per il minore, non per i suoi genitori”. La rivolta dei padri non si placa: in Parlamento è spuntata una proposta di legge che stabilirebbe inderogabilmente ai figli di vivere una settimana dalla mamma e una settimana dal papà. La sindrome dei “figli ping-pong”, per i padri separati organizzati, non esiste. Anzi, sarebbe una invenzione per impedire ancora una volta agli uomini di infondere amore paterno ai propri bambini. Kramer contro Kramer è soltanto all’inizio. Chiosa Cardinale: “Dobbiamo cambiare mentalità: gli uomini della nuova generazione non sono assenti come i nostri padri”. E’ comunque una buona notizia.

 

 

(articolo pubblicato sul settimanale Gli Altri nel novembre 2010)

 

 

 

 

 

Finalmente Heathcliff ha la pelle nera

5 set

Ennesimo remake di Cime Tempestose, presentato a Venezia dalla regista Andrea Arnold. Per la prima volta il protagonista è nero, proprio come avrebbe voluto Emily Bronte.

 

Per la prima volta un remake di Cime Tempestose affida il ruolo dell’iroso Heathcliff ad un attore nero. È una buona notizia, che fa ben sperare sul film di Andrea Arnold che verrà presentato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia.

È un dettaglio rincuorante non tanto perché il lungometraggio potrebbe finalmente rispecchiare il multiculturalismo della società britannica, quanto per motivi squisitamente letterari.

Emily Brontë, l’autrice del romanzo che molti critici paragonarono al Re Lear di Shakespeare, descrive Heathcliff come un ragazzo “con la pelle scura da gitano, un poco somigliante ad un marinaio indiano”. Eppure nei numerosi rifacimenti cinematografici dell’ultimo secolo il trovatello, che si innamora presuntuosamente della sorellastra Catherine Earnshaw, ha sempre avuto la carnagione diafana di Lawrence Olivier o di altri attori anglosassoni, vanificando così la distanza sociale ed etnica all’origine della separazione di Heathcliff da Catherine. Come può una signorina di buona famiglia inglese sposare un mulatto?

Arnold, premio Oscar per “Fish Tank”, sembra dunque voler aderire al testo. Avrebbe preferito un attore di origine rom, poi ha ripiegato su James Howson, afrobritannico di Leeds. La città non è casuale: Leeds si trova nello Yorkshire, a pochi chilometri da quelle brughiere ventose dove le sorelle Brontë vissero e morirono giovanissime, lontane dai cenacoli letterari di Londra. Sappiamo che nel nuovo rifacimento Howson conserva, fortunatamente, l’accento duro e poco musicale dell’inglese parlato nel nord, così come il romanzo rimane distante dalle forme cristalline di Jane Austen e riproduce dialoghi in puro dialetto che la sorella Charlotte, sopravvissuta ad Emily, pensò di riscrivere per rendere la storia comprensibile anche «ai lettori del Sud».

Wuthering Heights, questo il titolo originale, è davvero un atto di ribellione ai parametri letterari dell’epoca vittoriana. Pubblicato nel 1847, schiaffeggia senza pietà “l’emozione ricordata nella tranquillità” che per il poeta laureato Lord Alfred Tennyson era la cifra del romanticismo inglese. Emily Brontë, cresciuta nella minuscola Howarth a centinaia di chilometri dalle università prestigiose, evidentemente non sopportava la tranquillità di Tennyson e nemmeno le urne greche di Keats. La furia distruttiva che riduce Cime Tempestose in cenere non conosce limiti, né morale, né ricomponimento post-mortem. Perché anche alla tradizione cristiana Brontë ha lanciato una pedata: Catherine, morta di consunzione per non potere coniugare l’attrazione viscerale verso Heathcliff con il proprio ruolo sociale, ritorna come un fantasma gonfio di disperazione che batte le dita sul vetro, in una delle scene più gotiche e paurose della letteratura mondiale. All’epoca il clero anglicano considerò l’opera immorale: i fantasmi non esistono, semmai occorrerebbe un poco di pietas per i defunti. Ma Heathcliff e Catherine sono implacabili come il vento che si abbatte sulle brughiere, possenti come un elemento della natura e perciò sottratti alla categoria del bene e del male. Sono, semplicemente, premorali.

Forse consapevole che le furie dello Yorkshire non sarebbero state comprese dagli svampiti signorini londinesi, la scrittrice introduce un elemento stilistico raro quanto efficace: il narratore ignaro, o quasi. Né onnisciente né accorto, il narratore di Cime Tempestose è parente del narratore del Grande Gatsby: non conosce di prima mano la storia, e dunque la offre al lettore con notevoli lacune. In Wuthering Heights si chiama Lockwood, è un damerino della piccola nobiltà che casualmente visita le brughiere e pernotta nella casa di Heathcliff. Catherine è già morta. Sarà la governante Nelly a raccontare a Lockwood la storia degli Earnshaw, cominciata una sera di trent’anni prima con l’arrivo del piccolo Heathcliff, trovato a gironzolare nel porto di Liverpool e prontamente adottato. Rozzo e ineducato, sente che non potrà mai fare parte della nuova famiglia, e quando Catherine sposerà lo scialbo e ricco Linton, elabora una squassante vendetta. Delle sue emozioni, della sua delirante paranoia non rimane spiegazione. Lockwood è chiaramente incapace di sussumere tanta cattiveria.

Altro che romanzo d’amore. Recentemente Clotilde Bertoni e Massimo Fusillo lo hanno qualificato come “romanzo di odio”. Già agli inizi del secolo Georges Bataille lo glorificava nel saggio “La letteratura e il male”: il male è il motore della letteratura, e Cime Tempestose spinge pistoni a tutto vapore.

«La sua forza mi riempie di ammirazione. Eppure mi opprime. Al lettore raramente è permesso di assaporare la pura gioia; ogni raggio di sole è travolto da una coltre di nubi minacciose; ogni pagina è sovraccarica di elettricità morale», scrive la sorella Charlotte, autrice di Jane Eyre, a proposito del romanzo di Emily. E.M. Forster, conosciuto come lo scrittore di Passaggio in India, nel 1927 affermava che «Wuthering Heights è colmo di stridore – tempesta e raffiche di vento – uno stridore più importante delle parole e dei pensieri. Nonostante la grandezza del romanzo, dopo la lettura l’unico ricordo è quello di Heathcliff e di Catherine senior: anche quando sono vivi il loro amore e il loro odio trascendono. In questo senso Emily Brontë è una profetessa: poiché ciò che è implicito è più importante di quello che viene detto».

Dunque Cime Tempestose è un big bang della letteratura anglosassone e la storia di Catherine Earnshaw e Heatchliff diventa materia a fondo perduto per secoli. Non sorprende il fatto che periodicamente se ne faccia un remake. Anzi, ne siamo grati. Sorprende invece che le varie Cime Tempestose del cinema abbiano prediletto la lettura romantica e quasi melensa del romanzo – tranne la versione surreale e comunque lontana dal testo originale di Luis Buňuel. Basterebbe raggiungere Howarth, il villaggio delle Brontë, per capire quanto il genius loci esprima il suo carattere insano e distruttivo. Su quel paesino circondato da brughiere marroni e inquietanti riposano, sotto una lapide pesantissima, Emily e le sorelle Anne e Charlotte. Irritanti cornacchie tormentano i visitatori. Il cielo è plumbeo, il vento assordante. La sera cala una nebbia lattiginosa. Da queste visioni inizia Wuthering Heights, in questo luogo approda il trovatello dalla pelle scura, maltrattato perché di classe sociale inferiore. Nessuna melensaggine. Attendiamo con fiducia la nuova trasposizione di Arnold. 

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