Franzen, che delusione il triangolo alla Tolstoy

23 Ago

Servirebbero due recensioni per rendere giustizia all’ultimo ciclopico romanzo di Jonathan Franzen, Freedom.

Una entusiastica fino all’isteria, più o meno da pagina 1 a pagina 250, ed un’altra di feroce disincanto per le pagine seguenti.

Il ritratto iniziale di Patty Berglund – figlia depressa della migliore borghesia newyorchese, giovane fenomeno del basket e infine moglie alcolizzata e insopportabile – rivaleggia senza pudori con quel ritratto di signora per il quale non saremo mai sufficientemente grati a Henry James. E il realismo psicologico di Franzen scolpisce un’anima sofferente, convinta di aver compiuto errori dopo errori e di avere inflitto dolore a chiunque, persino all’amatissimo figlio Joey che la punisce diventando Repubblicano e fidanzandosi con la figlia dei rozzi vicini di casa, Connie.

Freedom è l’epopea di un matrimonio borghese e dentro quei trent’anni insieme di Patty e Walter Berglund finisce l’America intera, pubblica e privata: la snobberia dei democratici nei confronti dei repubblicani, l’11 settembre, la ricostruzione dell’Iraq, l’odio per i falchi di Washington, le radici ebraiche, l’ambientalismo. Come nelle Correzioni, è la famiglia Berglund il prisma attraverso il quale Franzen legge la società americana, ed è una società depressa come depressi sono, uno dopo l’altro, tutti i personaggi. Compreso l’idealista Walter, colpevole di vedere nella moglie un essere angelicato meritevole di protezione e tenerezza, mai di sesso spinto. Un errore (un altro errore) che pagherà duramente.

E tuttavia l’epopea si sfilaccia pagina dopo pagina, il monumentale inizio lascia il posto ad una trama banalizzata che riprende fiato soltanto nella descrizione della esuberanza giovanile di Joey, a differenza dei suoi genitori ambizioso e calcolatore, dotato di una energia vitalissima che esprime negli studi, nelle infaticabili sedute di sesso con Connie (artefice, quest’ultima, di uno dei migliori dialoghi amorosi di sempre: “Ti ho tradito con un altro perché ti amo”, ed è proprio così), nella libertà (eccola) di buttarsi a capofitto in affari poco puliti e di volere, senza restrizioni morali, l’amicizia con persone moralmente discutibili e ricchissime. Franzen è Franzen nei ritratti. Poi prende a prestito da Philip Roth le contorsioni psicologiche; da Bret Easton Ellis la sfrontata gioventù e i lunghi dialoghi cinematografici e perfetti, davvero perfetti; nulla da David Forster Wallace perché di classico Wallace ha pochissimo, e Franzen invece sogna di fare rinascere il romanzo americano, l’apoteosi della solitudine nella famiglia.

Dall’impressionante esordio de Le correzioni, i critici americani – tranne quel trombone di Harold Bloom – vedono nella scrittura nitida e ampia di Franzen un meraviglioso ritorno al romanzo dell’800, arrivando a paragonarlo persino a Tolstoj. Non che lo scrittore finga di non saperlo: Freedom è percorso, qui e là, dalle citazioni di Guerra e Pace e il triangolo amoroso Patty-Walter-Richard è una chiarissima riedizione dell’intrigo Pierre-Andrei-Natasha. Al posto delle guerre napoleoniche, l’11 settembre e il dramma della sovrappopolazione mondiale, quella che spinge Lalitha, la segretaria di Walter, a volere chiudere le tube per non avere figli. Tuttavia quei riferimenti al presente dell’America male si accompagnano alle vicende umanissime dei Berglund e sembrano pezzi incastonati a freddo per dare profondità al palcoscenico. E il bislacco accostamento tra lo sfondamento del World Trade Center e le incessanti masturbazioni solipstiche di Joey finiscono per rendere finte entrambe le scene. Altro che Tolstoj.

Recentemente un gruppo di femministe americane ha criticato il New York Times per avere sempre inserito nella top listi dei romanzi imperdibili le opere di autori maschi, tra i quali Franzen, snobbando le autrici. La polemica è insensata: i gender-studies applicati alla letteratura sono davvero una delle sette piaghe d’Egitto. Le femministe però sembrano veritiere quando accusano i massimi critici di disprezzare le donne che scrivono di sentimenti, e di esaltare invece i maschi che lo fanno. Basta infatti leggere Olive Kitteridge, premio Pulitzer di Elizabeth Strout per capire che dissezionare matrimoni lunghi decenni e mostrarne le mefitiche viscere al lettore non è una virtù del solo Franzen. E che Olive Kitteridge, la protagonista di Strout, è ambigua, antipatica e meschina tanto quanto Patty Berglund, e le frasi di Strout sono affilate come un coltello e come un coltello portano costante dolore. Un po’ come succede con Franzen, dolente e necessario come una seduta psicanalitica dove non esistono silenzi ma soltanto implacabili verità strappate a forza dalla carne di Patty e di tutti gli altri. Il ritmo, in Freedom, è quasi tutto: ed è implacabile come un treno destinato a schiantarsi. E comunque è Franzen, non Strout, il beniamino dei critici americani, l’araba fenice della letteratura statunitense, il giovane delfino di Roth, Pynchon e DeLillo.

Il problema con Freedom è che non mantiene le promesse. La dissezione dell’amore matrimoniale, da sola, non regge l’ambizione alla monumentalità suggerita dal titolo. La libertà, parola chiave dell’intera cultura americana, ad un certo punto del romanzo compare come libertà del mercato che porta alla distruzione e dunque alla totale mancanza di libertà. E poi la libertà personale, che sostanzialmente non esiste perché siamo prigionieri, come la signora Patty, di traumi risalenti all’infanzia e all’adolescenza che portano a commettere una infinita sequela di errori: Patty a sposare Walter per voglia di protezione e non certo per amore passionale; Richard ad inseguire l’ossessione sessuale di Patty per interminabili anni; Walter a proteggere entrambi dalla volontà di autodistruzione. Vittima di depressione negli anni passati, Franzen apertamente mette i suoi personaggi sul lettino ma a formidabili intuizioni psicologiche affianca esasperanti banalità come la stiracchiata riconciliazione di Patty col padre sul letto di morte: basta che l’uomo ammetta di non averle mai mostrato abbastanza affetto per azzerare, d’incanto, quarant’anni di sindromi depressive.

La redenzione dei Berglund passa attraverso l’eliminazione metaforica del terzo incomodo, Richard, e della progressiva presa di coscienza che la guerra in Iraq è un errore madornale e il regime di Bush una vera jattura. Troppo poco per tirare in ballo Dickens e Tolstoj.

2 Risposte to “Franzen, che delusione il triangolo alla Tolstoy”

  1. Roxy 23 agosto 2011 a 11:55 #

    cara lalla, ho il tomo sul mio comodino da due mesi (in English su tuo suggerimento), ho letto solo una decina di pagine, ora dopo la tua recensione dovrò raccogliere tutte le mie forze per ricominciare.
    Olive Kitteridge, mille punti. Ti consiglio Shakespeare’s kitchen di Lore Segal, poi mi farai sapere.

  2. Laura Eduati 23 agosto 2011 a 12:00 #

    immaginavo che avrei smontato qualche entusiasmo. se fossi in te leggerei davvero le prime 250 pagine, poi decidi se continuare. in fondo il libro è molto scorrevole.

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