Quegli slip di pizzo sulla scena del delitto

24 Ago

Quando il gossip incrocia la cronaca nera, i dettagli diventano umidi e tumidi. Se l’oggetto del pettegolezzo rosa è il corpo tatuato, tornito, magro o gonfio delle celebrities – porzioni di seni, gambe, pance e persino organi genitali carpiti con il teleobiettivo e consegnati allo sguardo bramoso delle folle – negli omicidi e nelle sparizioni il corpo morto prende il posto del corpo vivo, e viene comunque smembrato pornograficamente nel tentativo di calmare le nostre ansie.

Si tratta di una pornografia necessaria perché sostituisce il completo oblìo che circonda la morte nel quotidiano, morte indicibile e rifuggita quando inquieta le nostre giornate e che diventa invece suprema rappresentazione scenica quando è cronaca pubblica.

Sarebbe dunque inutile liquidare come malata la curiosità che ci spinge a leggere l’articolo nel quale apprendiamo che Melania Rea, la ventinovenne trovata assassinata in un boschetto, aveva annotato nell’agendina le parole “Papilloma virus”, ovvero il virus che attacca il collo dell’utero, molto comune ma anche indicatore – spesso – di vita sessuale promiscua. Un ulteriore indizio, umido e tumido, della colpevolezza che circonda il marito Salvatore Parolisi, uomo dalle molteplici amanti segrete e non segrete, l’addestratore di soldatesse che giura di amare la moglie e per questo porta i suoi occhiali da sole in segno di affetto luttuoso, ma si disfa segretamente dei telefonini con i quali usava chiamare le altre donne.

Rotocalchi e programmi di approfondimento vivono attorno ai fatti di Avetrana, alla barbara uccisione di Yara Gambirasio e Melania Rea, si cibano dei fattacci – come li definì Vincenzo Cerami – confondendo spesso gossip leggero e cronaca nera, trattando l’amore impossibile di Sabrina Misseri per Ivano come se Sabrina fosse Lady Gaga e dunque, di quel sentimento frustrato che potrebbe essere il reale movente per l’omicidio di Sarah Scazzi, vogliamo conoscere le pieghe più profonde, gli sms più umilianti come quel “Ivano sei il mio Dio”, quella serata in macchina quando Sabrina si spogliò e il ragazzo imbarazzato le consigliò di rivestirsi, la particolare difficoltà di ritrovare tracce di violenza sessuale sul cadavere di Sarah dopo oltre quaranta giorni nel pozzo, la macchia di sangue (forse mestruale) di Chiara Poggi sul pedale della bicicletta del fidanzato Alberto Stasi.

Diciamo che è necessario e non perverso teatralizzare all’eccesso gli assassinii ma non dimentichiamo la dimensione etica, il dolore dei parenti delle vittime o delle stesse vittime quando sopravvivono. In una intervista a Enzo Biagi nel 1983, Donatella Colasanti spiega che l’aveva colpita dolorosamente la morbosità delle persone che avrebbero voluto conoscere ogni singolo fotogramma di quelle ore terribili al Circeo. Non dimentichiamo il turismo della gente comune che, da province lontane, accorre nel campo dove il bimbo Tommaso Onofri fu finito a colpi di pala. L’ossessione della cronaca nera, il gossip che sviscera le vite felici o infelici delle vittime e dei presunti carnefici, si tramuta in pornografia quando non c’è abitudine e dimestichezza con la morte, esattamente come la pornografia in senso sessuale è consumata più colpevolmente e più diffusamente quando il sesso è tabù.

Lo scrittore D.H.Lawrence, per difendersi dall’accusa di oscenità, rispondeva che i dettagli cosiddetti scabrosi contenuti per esempio ne L’amante di Lady Chatterley in realtà erano semplici scene di sesso gioioso e naturale, mentre la vera pornografia «è il tentativo di rendere sporco il sesso» da parte dei bigotti, ovvero coloro che vivono la sessualità in maniera segreta e peccaminosa.

Allo stesso modo l’audience prova una gioia ammantata di disgusto quando può tuffarsi a corpo morto nelle vite degli altri – dei morti ammazzati e dei loro assassini – proprio perché faticano a riconoscere nelle proprie vite le medesime passioni, i medesimi segreti, le scivolate etiche, le debolezze e le fragilità. Apparve scandaloso che il giovane Alberto Stasi guardasse film porno appena sveglio, davanti al computer, con il file della tesi aperto in attesa della scrittura. I giornali e le cronache descrissero un ragazzo all’apparenza freddo che però amava farsi riprendere dalla telecamera mentre faceva sesso. Sulla gogna di Salem dove salgono tutti i sospettati di barbaro omicidio, Stasi veniva investito di insulti urlanti da parte di una folla che in quei video porno, in quell’innocuo gioco sessuale tra ragazzi, vedeva le tracce dell’inclinazione al delitto.

Per gli investigatori, invece, sono briciole utili per arrivare ad una teoria corposa: il colonnello Salvatore Parolisi non è indagato perché tradiva la moglie, è indagato perché non ha raccontato la verità agli inquirenti. Eppure noi, pubblico bigotto, vogliamo sapere qualcosa di quel Papilloma virus, di quel sedile macchiato di sangue (anche questo mestruale) nella macchina del marito sotto inchiesta, vogliamo sapere tutto perché vogliamo allontanarcene. Nessuno di noi tradisce la moglie, nessuno di noi guarda film pornografici, nessuno di noi manda messaggi disperati e assoluti all’uomo che veneriamo, nessuno di noi abbandonerebbe mai il figlio in macchina sotto un sole cocente: questa è la tesi che difendiamo disperatamente, forse senza crederci troppo.

Il pettegolezzo che trasforma in persone famose anche le vittime dei delitti, i loro famigliari, i loro uccisori, puzza di sudiciume quando viene utilizzato per mantenerci alla larga dalle persone implicate: ed è così in tutte le trasmissioni televisive del pomeriggio, gli speciali di Matrix, Porta a Porta, Quarto Grado, dove i protagonisti vengono dati in pasto all’indignazione.

Diventa invece cronaca, umanissima cronaca, quando il linciaggio finisce, il colpevole va in carcere, e una signora della televisione come Franca Leosini confeziona interviste profondissime ai condannati. Leosini non risparmia dettagli scabrosi, lame fendenti, tradimenti e vite sessuali iperattive, passioni innominabili. Eppure è l’umanizzazione dell’assassino, il tentativo di dimostrare che soltanto la cronaca nera permette di entrare nell’umano più profondo, per riconoscerci finalmente in quel buio. È per questo che Storie maledette non fa spettacolo come una puntata di Bruno Vespa, pur utilizzando i medesimi materiali: ed è la medesima differenza che intercorre tra una scena di sesso nei romanzi di Lawrence e un giornaletto porno nascosto sotto il letto.

 

 

 

 

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