Sia fatta la mia volontà

25 Ago

(dove si segnala l’esistenza di un’azienda che organizza funerali alternativi con ricerca della location, animazione dei bambini durante le esequie, fingerfood e via di seguito)

 

La morte è cosa dei vivi, e così l’organizzazione del funerale. Ai vivi, non ai morti, prende lo scoramento passeggiando nei vialetti ghiaiosi dei cimiteri cementificati di provincia, coi loculi vista tangenziale, fiori finti e stinti dal sole, e le targhe kitsch sulle lapidi di granito a poco prezzo. Spesso le lacrime scendono non per dolore, bensì per orrore estetico. Soprattutto: per mancanza di alternativa.

Allo stesso modo la desolazione può prendere alle cerimonie funebri in chiesa, con un sacerdote sconosciuto e perciò annoiato, salmi ed eterni riposi ripetuti senza pathos né promesse di salvezza eterna, quella vera. Così gli istanti finali prima della tumulazione sembrano prestampati, affidati in franchising alle parrocchie, con un linguaggio sempre identico e perciò vuoto. “Padre esemplare”, “madre amorevole”, “figlio amatissimo”. Se non fossimo offuscati dalla sofferenza pregheremmo per l’apparizione di Caronte con la sua barca per immaginarci piangenti sulla riva mentre salutiamo coloro che vanno (dove vanno?).

Nel sito dell’Unione atei agnostici e razionalisti (Uaar) si dice che la scelta della cremazione segue ideali ecologici ed igienici, come se stessimo parlando di piastrelle per il bagno. La cremazione, ovvero la ribellione alla liturgia della morte all’occidentale, è prima di tutto un atto di libertà. Non voglio finire in quel loculo con le scritte in rilievo e l’angelo alato in bronzo. Non voglio rimanere la notte in questo luogo grigio coi lumini accesi. Non voglio essere sepolto, o sepolta, in una cittadella mortuaria dove la domenica le vecchiette riempiono d’acqua i contenitori del Dixan liquido per abbeverare le gerbere del marito e d’estate versano qualche goccia di ammoniaca nei vasi perché i fiori non appassiscano. Preferisco rimanere nel salotto di mio marito, nella casa di campagna sotto una magnolia. Preferisco.

Sia fatta la mia volontà. Ma è difficilissimo. Soltanto una quarantina di province, quasi tutte settentrionali, prevede la presenza di un crematorio con relativa sala di commiato per i funerali laici. Peggiore la condizione dei credenti che desiderano una cerimonia religiosa e una conseguente cremazione: dal 1963 la pratica non vale più la scomunica, ma la maggioranza dei sacerdoti si rifiuta di benedire la salma (a Bologna una famiglia si è presentata in chiesa direttamente con l’urna, il prete ha obbligato i parenti a lasciarla sul sagrato. Il funerale si è svolto così. Il morto fuori, i dolenti dentro).

Per ora il 10% degli italiani sceglie di evitare la sepoltura nella bara, a Milano e Torino quasi il 50%. Gli ostacoli all’ultimo saluto libero, creativo e comunque difforme dalla tradizione cattolica sono comunque molti. Fino al 2001 non era possibile disperdere le ceneri come nei film, ovvero in mare, in montagna o nei luoghi preferiti dal defunto. E se la cremazione spesso va di pari passo con il funerale civile, basta avere la fortuna di nascere in città dove questo è possibile altrimenti può capitare di assistere a cerimonie improvvisate nelle camere mortuarie, negli angoli limitrofi del cimitero mentre i becchini attendono la sepoltura, oppure nello slargo degli obitori, accanto a macchine strombazzanti e persone che accorrono a fare la spesa. E questo, appunto, per la generale mancanza di sale dignitose dove celebrare laicamente la fine della vita. Alcuni Comuni, come Desenzano (Bs), Porpetto (Ud) o Pianoro (Bo), prevedono nelle regolamentazioni che il percorso del feretro debba obbligatoriamente seguire la via più breve dalla casa alla chiesa al cimitero, senza soste né assembramenti. Di fatto, vietano la possibilità di portare la bara in un luogo che non sia religioso adducendo problemi di traffico.

La sala del commiato, orrida denominazione come sono normalmente orride e punitive le cerimonie funebri, è spesso piccola. Una cosa per pochi intimi: nella stanza entrano a malapena poche decine di persone. Basta dare un’occhiata al Tempietto Egizio del Verano a Roma, pur bello e monumentale e silenzioso. Una capitale europea con un edificio per funerali laici che andrebbe a misura per un paesino di montagna.

Per tutti i motivi sopraelencati è stato prodotto un documentario per nulla triste o mortifero, Sia fatta la mia volontà (Schegge di Cotone), un viaggio fittizio di tre ragazze che raccolgono il desiderio della nonna di organizzare in anticipo le proprie esequie evitando quelle religiose. Le nipoti visitano la sala del commiato allestita a Tivoli, spoglia come una palestra in disuso. E arrivano a Torino dove da fine ‘800 la fondazione Fabretti si occupa di cremazioni e cerimonie laiche per il caro estinto. Spunta così la figura del cerimoniere, uomo o donna, incaricato di raccogliere le volontà dei parenti e organizzare il saluto finale. «Bisogna costruire una cultura funeraria laica che non c’è», dice uno di loro. E poi una frase che sembra una boccata di ossigeno: «Se i famigliari preferiscono brindare con il vino, io procuro i bicchieri e penso che quello sia il modo migliore di officiare la cerimonia. Il funerale laico è libertà. E chi pensa che sia scandaloso dovrebbe essere lasciato al proprio scandalo». Non è un caso se a Torino migliaia di persone ogni anno scelgano di ultimare il proprio percorso terreno nelle sale dei commiati, dove parenti e amici affidano al cerimoniere la diffusione di una canzone di Vasco Rossi, una Sonata di Chopin, o la lettura di una poesia di Montale. L’addio può anche avvenire in silenzio. Può anche non esserci. A pochi verrebbe in mente di destinare un prato enorme, diverso dal cimitero, dove destinare la sepoltura delle urne nel mezzo della natura. Il fatto è che l’abitudine e la tradizione hanno costruito un saluto ai morti che farebbe rabbrividire persino Gesù Cristo. Dal letto d’ospedale, inchiodati a volontà che non sono le nostre così come prevederà la legge sul biotestamento, incapacitati a salutare (da vivi) le persone che amiamo o abbiamo amato o vogliamo perdonare perché tornare a casa e morire in pace sarà meno facile di un tempo, attaccati alla macchina per la ventilazione nonostante vorremmo dipartire prima e non qualche ora più tardi ché ormai è lo stesso, oppure non proprio ma almeno fatemi decidere quando, sognando gli hospice per malati terminali dove esiste lo spazio per invitare a pranzo chi vogliamo, e magari anche a vedere un ultimo film insieme, insomma ad un certo punto saremo cadaveri e non sentiremo nulla, ma poiché la morte è cosa dei vivi ci piacerebbe immaginare come sarà dopo, evitare il percorso obbligato dai vigili e approdare in un luogo confortevole dove non mancano le lacrime e nemmeno il tempo, vorremmo evitare lunghi viaggi per la cremazione e soprattutto evitare quei cimiteri costruiti negli anni ’60, quelle cappelle familiari coi cancelletti dorati, le parole di un prete che nessuno dei presenti ha mai visto o soltanto intravisto, quell’eterno riposo al quale vorremmo crederci ma per ora non ci riusciamo.

In realtà, e sia detto tra parentesi, preferiamo rimanere alla larga anche da alcuni organizzatori di funerali laici come www.funeralealternativo.org, che prevedono persino l’animazione per i bambini durante la cerimonia, la creazione di una pagina Facebook per raccogliere le condoglianze, il catering, il monitor al plasma dove mandare “a loop” le immagini del defunto e naturalmente la ricerca della location. Così c’è scritto: la location. Se desiderate alla location sarà servito fingerfood (sic), mentre i flower artist (sic) creeranno corone funebri classiche o colorate (moderne, wow). Per certe cose la scomunica è l’unica soluzione.

 

 

(articolo pubblicato nel luglio 2011 sul settimanale Gli Altri)

 

 

 

 

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