Il bello e la bestia

27 Ago

Sul desiderio di Marrazzo per le transessuali che accudiscono, sugli stereotipi del maschio-bestia e sulle donne che si fanno molte domande

Cosa sa una donna del desiderio maschile? In un commento sul presunto stupro compiuto da Dominique Strauss-Khan ai danni della cameriera Ophelia, Lidia Ravera dipinge con disprezzo lo stereotipo del maschio-bestia: «Pare che gli uomini pensino al sesso ogni 54 secondi. Non è rassicurante ma, per fortuna, non sempre al pensiero corrisponde l’atto. Il che consente alle ragazze di non essere sdraiate e penetrate per strada, in coda alla posta, in ufficio».

Il concetto è chiaro e paradossalmente condiviso anche dalle donne che per decenni si sono interrogate sull’eros: la brama sessuale degli uomini travalica il normale buon senso ed è violentemente aggressiva. Lo sguardo impudico e il pensiero fuggevole alla polposa collega d’ufficio si traducono automaticamente in mani che ghermiscono la femmina senza attendere il suo consenso. Se questo non succede, puntualizza Ravera, è perché i maschi sono frenati dalla cultura. Altrimenti si comporterebbero come nei romanzi di Henry Miller, dove i personaggi riducono le donne a oggetti di soddisfacimento immediato, fantasie pornografiche finalmente libere dalla moralità.

Nella cultura contemporanea il desiderio maschile appare, dunque, politicamente scorretto. Lo sottolinea anche l’antropologo Franco La Cecla nel suo ultimo libello “Il punto G dell’uomo”: «Il desiderio maschile è reduce da un giudizio che lo ha schiacciato verso uno statuto incriticabile di perversità: gli uomini sarebbero incapaci di desiderare perché nel loro desiderio è insita una violenza». Di converso l’eros femminile ha subìto una «beatificazione»: benedette siano per le donne l’esplorazione del piacere, la masturbazione, il gingillo erotico, la visione di materiale pornografico, la sperimentazione, l’individuazione del punto G, la realizzazione di qualunque immagine sessuale che possa condurre alla verità del corpo. Il desiderio femminile è represso, ma profondamente morale. Il suo omologo maschile, invece, è sfacciato e immorale.

A spiazzare non è soltanto il desiderio maschile in quanto tale, quanto la tempistica. In La separazione del maschio di Francesco Piccolo il primo pensiero che sorge nella mente del protagonista appena lasciato dalla moglie è: finalmente posso scopare la sua amica. In “La doppia vita di Veronica” di Kieslowski, Veronica piange sul letto perché sopraffatta dalla disperazione mentre il compagno marionettista non trova di meglio che penetrarla. Ineducato e rozzo, l’eros degli uomini viene assimilato al pene eretto: non vuole sentire ragioni, né possiede un cuore che modula il sentimento. Egoista come in Kieslowski, senile e perciò inopportuno come in Philip Roth, pornografico e dunque sconcio come per Henry Miller, drammaticamente fuori luogo come in Piccolo.

È sempre La Cecla a proporre la fine dell’antagonismo tra uomini e donne, che dovrebbero accomunarsi nella sostanziale immoralità del desiderio. Consci che la loro brama erotica può risultare urticante, continua lo studioso, spesso i maschi cercano di deviare il proprio eros e quando il desiderio irrompe – inaspettato – non danno ascolto alla sua muta verità. I viali delle città sono colmi di prostitute transessuali con clienti che, agli occhi della società, si descrivono etero, virili, amanti delle donne. La valanga di uomini che pagano un trans racconta invece una deviazione (lecita) dal desiderio normato e normale, una libertà tenuta nascosta, un gioco che non dovrebbe mettere in crisi la relazione con la compagna sentimentale. «Le donne», continua “Il punto G dell’uomo”, «devono capire che il modo di desiderare di un uomo non ha niente a che fare con la costruzione di una relazione».

Forse si confonde il bisogno con il desiderio. L’opinione generalizzata è che i maschi nutrono un vorace bisogno sessuale che deve essere soddisfatto a qualsiasi costo. Incapaci di tenere i pantaloni abbottonati, vagano come fiere alla ricerca di donne disponibili. È il mondo descritto da Ravera. È anche vero che agli uomini viene insegnata la prontezza dell’erezione ogniqualvolta ci sia una occasione buona. Essere davvero maschi, questo è il messaggio, significa rimanere in frégola tutta la vita ed è come obbligare un essere umano ad avere fame ad ogni ora del giorno, di qualsiasi pietanza. Il vero desiderio, l’appetito, rimane silente. Offuscato da una virilità appiattita, villosa e strafottente, raramente è capace di abbandonarsi a voglie differenti. Il punto G dell’uomo esiste ed è collocato in corrispondenza della prostata, eppure molti uomini ritengono oscena la modalità di raggiungerlo. Se il desiderio maschile è ineducato non è per la sua voracità, bensì perché è sordo alla varietà.

Il desiderio è lontano dal bisogno, può scomparire per anni, torna senza essere evocato, predilige un paio di gambe e non le gambe come categoria universale, si concentra sul dettaglio, può nascere e morire nello spazio di una giornata. Ultima citazione da La Cecla: «Il desiderio ci indovina». Ovvero ci dice chi siamo. E anche la sua mancanza. Non si spiegherebbero altrimenti le migliaia di uomini che soffrono temporaneamente di impotenza, di calo del desiderio, di inappetenza sessuale.

Molte donne rimangono sconvolte quando scoprono che i loro uomini si dilettano con Youporn, si masturbano da soli, coltivano fantasie omosessuali, ed è come un tradimento. Come se le donne fossero naturalmente capaci di convogliare tutto il proprio eros nel compagno, tutti i giorni, tutta la vita, e anzi la scommessa strombazzata dai settimanali femminili è quella di liberarsi da questa favola di Cenerentola, dirigere sguardi altrove, desiderare il triangolo, godere della pornografia e iscriversi a corsi che insegnano come inseguire il proprio piacere.

Esattamente come la promessa di fedeltà, il desiderio viene imbrigliato in regole e norme che ci distinguano dalle bestie. Mettendo da parte la violenza sessuale che molto probabilmente è stata consumata in quella camera d’albergo, la rapacità di Strauss-Khan – e per estensione degli uomini che coltivano un desiderio simile – dovrebbe risultare scandalosa soltanto quando non è inscritta nel terreno delle regole comuni. Non è necessario dare per scontata l’aggressività del desiderio maschile. Pare un discorso da donne e tra donne, senza mai ascoltare quello che il “primo sesso” avrebbe da raccontare sulla probabile difficoltà di, invece, accentuare quel desiderio e diversificarlo. Forse la difficoltà sta anche nel rinunciare alle costruzioni culturali, alla stupida divisione del mondo come nei film “Maschi contro femmine” e “Femmine contro maschi”, e accogliere senza pregiudizi l’inevitabile asimmetria e mancanza di etica del desiderio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Risposte to “Il bello e la bestia”

  1. alarico 1 settembre 2011 a 07:14 #

    Mi chiedo a cosa pensi Lidia Ravera ogni 54 secondi. Poi mi rendo conto che non ho alcuna voglia di saperlo; anche perché erano 54 anni che non pensavo a Lidia Ravera.

  2. margot 25 novembre 2011 a 13:36 #

    Signora o signorina (faccia lei), non ha capito nulla della lettura di Henry Miller il che mi spezza il cuore, veramente. è così banale pensare che quando Miller parla di fica sia semplicemente e soltanto fica. Il brutto e il bello dei blog è che ognuno può dire ciò che vuole, anche le cazzate.

  3. Laura Eduati 25 novembre 2011 a 13:44 #

    Se Henry Miller avesse parlato di fica intendendo soltanto la fica, non sarebbe stato un grande scrittore. Però mi risulta che quando Miller parla di sesso, lo fa da un’ottica molto maschile e senza pudori. Non è certo un difetto, è una constatazione.
    (signorina, grazie)

  4. Laura Eduati 25 novembre 2011 a 13:45 #

    ps. questo è un blog, ma gli articoli qui pubblicati sono apparsi sul settimanale Gli Altri. Dove, certo, si possono dire comunque una marea di cazzate. Volevo semplicemente puntualizzare.

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