Quando la rockstar muore facendo giardinaggio

30 Ago

Articolo scritto molto prima della morte di Amy Winehouse. Nella foto: Nico, morta dopo una caduta dalla bicicletta

Soltanto una suprema ironia divina può avere condannato Ian During, l’autore del brano punk Sex and drug and rock&roll, a morire banalmente di cancro in una asettica camera di ospedale mentre decine e decine di colleghi rocker altrettanto tossicomani e alcolizzati lasciavano questo mondo in maniera violenta, plateale e spesso grottesca ad una età che raramente supera i trent’anni. Assiderati in una macchina parcheggiata nel centro di Londra (Bon Scott degli Ac/Dc), affogati dopo un tuffo dallo yacht (Dennis Wilson dei Beach Boys), perforati da una pallottola durante una roulette russa che i partecipanti pensavano finta (Johnny Ace), presi a pistolettate dalla fidanzata gelosa (Bobby Womack) o dal padre (Marvin Gaye), caduti dalla bicicletta (Nico dei Velvet Underground) o stroncati da una overdose sul divano durante una festa dove nessuno, fino al pomeriggio seguente, si accorge che il cantante punk inglese GG Allin in realtà non sta dormendo.

La morte di GG Allin è probabilmente la più degenere della storia: una foto sul palco lo immortala nudo e accovacciato mentre la testa di una fan affonda tra le sue gambe. All’ultimo party si presenta in mutande e giacca di pelle, spalmato di escrementi, e così viene deposto nella bara sulla quale gli amici lasciano tracce di feci e urina.

La sequenza fetish è descritta in “Delitti rock. Da Robert Johnson a Michael Jackson, 200 indagini sulla scena del crimine” di Ezio Guaitamacchi (Arcana, pp 460, 18,50 euro), volumone che però smentisce parzialmente il titolo: pochi, pochissimi protagonisti della musica del nostro tempo sono morti ammazzati come John Lennon. Per la stragrande maggioranza a fare il lavoro sporco sono droghe, barbiturici, antidepressivi, alcol, incidenti aerei, macchine che finiscono fuori strada e il caro vecchio suicidio come quello, pazzesco, di Elliott Smith che nel 2000 si piantò un coltello nell’addome o Chet Baker che volò dal quinto piano di un hotel di Amsterdam.

Impressionante non è l’autodistruzione delle rockstar, leit-motiv banalissimo, quanto la sceneggiatura della loro morte. Per dire: la salma di Gram Parson, chitarrista dei The Byrds ridotto in macerie dalla solita mistura di whiskey e stupefacenti, viene trafugata all’aeroporto di Los Angeles dai suoi compagni di band ai quali aveva espresso la volontà di essere bruciato nel deserto californiano di Joshua Tree.

Pare invece ideato da Stephen King l’ultimo viaggio on the road del leggendario cantautore country William Hank, che nel dicembre del 1953 si affida ad un giovanissimo tassista incaricato di portarlo da Montgomery, Alabama, ad esibirsi in un locale dell’Ohio. Per cinquant’anni, e cioè fino a quando l’accompagnatore non deciderà di svelare i particolari del tragitto, nessuno saprà come Hank ha passato i suoi ultimi giorni e cioè ubriachissimo in un motel con delle groupie improvvisate, e poi digiuno fino alla morte sul sedile della macchina. Una becera stanza di motel fa da scenografia anche alla morte del mitico Sam Cooke, quello di Change is gonna come, che al termine di un concerto fa salire in Ferrari la sua ultima conquista portandola in un albergaccio di infima categoria e tentando di violentarla. La ragazza scappa, Cooke ignudo corre in portineria urlando contro la padrona del motel che prende un fucile e lo accoppa seduta stante.

E poi la simpatia per il diavolo. I primi ad evocarla

sono i cantanti blues come Robert Johnson che nelle sue canzoni descriveva la vendita dell’anima a Lucifero in cambio del talento. E in cambio ottenne, anche, un whiskey alla stricnina preparato da una donna che aveva respinto. Per Charles Manson, il guru che in seguito squartò Sharon Tate in Polanski, il chitarrista dei Beach Boys era annegato perché aveva osato cambiare il testo di una canzone che lui stesso aveva composto per i ragazzi del surf.

Che non sia faccenda da ragazzini facilmente impressionabili lo capisce Robert Plant, il cantante dei Led Zeppelin, che in rapida successione vede morire il suo batterista John Bonham (soffocato dal suo stesso vomito: un must dell’ambiente discografico), poi il figlio di cinque anni, un socio della band, la moglie del manager e il fotografo che da sempre segue il gruppo rock. E che la musica dei Led sia satanica lo pensa una commissione d’inchiesta californiana che si riunisce espressamente per suonare i dischi di Plant al contrario e capire se davvero si sente parlare il caprone coperto di zolfo. Plant si spaventa e soltanto nel 1986 chiama nuovamente a raccolta i suoi musicisti e per l’occasione un nuovo batterista, che però nel primo giorno di prove rimane vittima di un incidente. Fine dei Led Zeppelin.

Nel novero delle band decimate entrano a pieno titolo i T-Rex, quelli di Children of the revolution: non riescono a tenersi un batterista per più di qualche mese, muoiono tutti chi per droga chi per incidente d’auto. La maledizione dei Grateful Dead invece cade sui tastieristi: in tre tirano le cuoia uno dopo l’altro, e il gruppo si squaglia forse anche per la paura.

In realtà anche volare è un mestiere pericolosissimo per le rockstar: finiscono schiantati Buddy Holly (in un velivolo che si chiamava American Pie, poi divenuta una hit di Don McLean cantata anche da Madonna); John Denver; Otis Redding; e recentemente la cantante ventenne R’n’B Aaliya.

Se di delitti veri e propri vogliamo parlare, meglio citare l’uccisione di Mia Zapata – oscura cantante della Seattle all’epoca del grunge. Venne trovata morta nel 1993 in un boschetto, stuprata. Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden organizzarono concerti per raccogliere il denaro sufficiente ad assumere una investigatrice privata: grazie a loro il cold case venne riaperto nei primi anni 2000, una macchia di saliva incastrò un uomo di origine cubana poi condannato a 37 anni di carcere.

Tra amici collassati nel vomito, seccati dallo speedball, erosi dall’alcol e morti suicidi in estrema solitudine (come Nick Drake e Jeff Buckley), non sorprende che qualcuno decida di cambiare stile di vita e dedicarsi al giardinaggio. Così fece Jeff Porcaro dei Toto. Si trovava nel prato di casa, felice di curare le rose, circondato da una moglie affettuosa e quattro pargoletti. Niente da fare: ad un certo punto inalò accidentalmente una dose incredibile di pesticida, barcollò verso il divano e morì d’infarto. Aveva sì e no trent’anni.

 

Una Risposta to “Quando la rockstar muore facendo giardinaggio”

  1. Laura Eduati 31 agosto 2011 a 21:09 #

    Errata Corrige: Ian Dury, non Ian During

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blogs Of The Day

Just another WordPress.com weblog

Laura Eduati

reportage, interviste, articoli di Laura Eduati

Chi ha sparato alla cicogna?

La ricerca di un bambino (vista da lui).

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: