Gli italiani mandano all’asta gli anni ’80

2 Set

Una mattina al Monte di Pietà di Roma. Ma chi davvero ha bisogno di denaro si rivolge ai “compra-oro”

La battitrice d’asta parla velocemente. Sullo schermo passano a ritmo serrato catene d’oro vistose, grossi anelli ammaccati, orecchini pesanti, pendagli di cattivo gusto e bracciali buoni per una serata pacchiana, insomma il vasto repertorio dei gioielli che gli italiani comperavano a vagonate negli anni ’80 e che portavano il marchio di quell’epoca ricca e presuntuosa.

Ora quei preziosi piacciono poco, sono passati di moda. E sono i primi a finire al Monte dei Pegni di Roma tra gli oggetti impegnati e mai riscattati. Come le pellicce d’ermellino e di visone, status symbol di un tempo finito. Game over.

La signora Alda aspetta al primo piano il suo turno nella sala dove viene stimato il valore dei gioielli. E’ impiegata in uno studio legale nel centro storico, è rimasta sola e non è la prima volta che viene: “E’ inutile tenere cose che non porti da decenni. Io riscatto soltanto quello che davvero ha valore affettivo, uso il Monte dei pegni come una cassaforte”.

E non è l’unica. La sala per il rinnovo delle polizze o la riconsegna dell’oro, infatti, è colma di gente in attesa. Come Moio, autista di lusso per un nobile romano. All’improvviso ha ricevuto una telefonata dalla moglie che vive in Sri Lanka avvertendolo che il padre stava molto male. Gli servivano subito dei soldi per il biglietto aereo: “In banca per un prestito fanno aspettare anche dieci giorni, così ho tolto anelli e bracciali e sono venuto a impegnarli”. Tempo pochi minuti e aveva mille euro in mano.

Luigi è un avvocato di Tor di Quinto sulla settantina: “Mica mi fido dei caveau delle banche, e poi costano”. E’ tornato per rinnovare l’impegno dei suoi monili e dell’argenteria. La polizza dura tre o sei mesi, rinnovabile fino a tre anni. Scaduti i quali è obbligatorio riprendersi gli oggetti per evitare che vadano all’incanto, ma è possibile rinnovare il pegno e così all’infinito. “Non ci stupisce che il banco dei pegni sia usato per custodire cose preziose”, dichiarano alla Adusbef: “In fondo le cassette di sicurezza possono arrivare anche a 500 euro l’anno, sono poche e non sono presenti in tutti gli istituti di credito”.

Il vantaggio, nel pegno, sta anche nel fatto che semmai il proprietario degli oggetti preziosi dovesse cadere in povertà e dunque senza la possibilità di ripagare i suoi beni, comunque ha ricevuto in cambio almeno i tre quinti del loro valore.

Secondo i dati dell’Associazione italiana degli istituti di credito su pegno, il 95% degli oggetti impegnati viene riscattato e dunque soltanto il 5% finisce all’asta. Sono cinquanta le banche italiane che aderiscono all’associazione, tra le quali l’Unicredit che è anche la proprietaria del Monte di Pietà romano accanto a Campo de’ Fiori, il più antico e rinomato della capitale.

Una buona parte dei clienti usa il pegno per tenere gli oggetti al sicuro”, conferma un dipendente della filiale. Dunque può rimanere deluso chi pensa che sia il bisogno estremo di denaro a impegnare una pelliccia, un paio di lenzuola ricamate o il bracciale della nonna. Perché poi quei beni tornano comunque al proprietario, che per il riscatto deve pagare l’intera quota ricevuta con l’aggiunta degli interessi: più o meno il 10-11% annuo. Molto meglio, per una famiglia in grave crisi economica, un prestito bancario da restituire a rate.

Gennaio è un mese di poca affluenza”, commenta un usciere: “Dovresti vedere quanta ressa poco prima di Natale o prima delle vacanze estive: tutti in cerca di soldi per comperare regali o andare al mare”. Insomma: il superfluo.

Se è vero che il prestito a pegno è ricomparso dal passato ed è in continua crescita, a fare grossi affari sono soprattutto i bugigattoli che comperano oro nei dintorni del Monte dei Pegni. “I clienti aumentano, e moltissimo”, conferma un orafo. Facile capire il motivo: chi davvero deve fare fronte alle spese, prevede che non riuscirà mai a riavere i suoi monili e dunque li vende direttamente ai compratori d’oro.

Peraltro molto più generosi degli estimatori dell’Unicredit, e basta fare una prova con un anello d’oro degli anni ’40, piccola eredità di uno zio emigrato negli Stati Uniti. All’estimatrice dietro lo sportello di vetro basta un rapido esame con la lente e il bilancino per calcolare il peso: “Cento euro”. Ma come, è bellissimo, la perla mica è finta. “In questo caso valutiamo soltanto il costo dell’oro. Certo, se invece della perla avesse uno smeraldo le cose cambierebbero”. All’orafo di fronte la scena si conclude con un prezzo decisamente migliore: “Vale 700 euro, ma te lo compero a 300. Va bene?”.

La ragazza che lavora all’oreficeria accanto conferma che il numero dei clienti aumenta: “Però è difficile stabilire se appartengono al ceto medio oppure sono ricconi: ormai vestono tutti griffati, anche gli operai”. Buona osservazione.

Resta il fatto che Roma, come tutte le città italiane, ormai è tappezzata di manifesti che incitano a vendere oro e c’è addirittura chi si offre direttamente di riscattare i gioielli dati in pegno, dando al proprietario il doppio o il triplo del valore ottenuto al banco dei pegni.

Per i compro-oro la crisi e l’indebitamento delle famiglie sono una manna dal cielo, e ormai accettano anche tappeti, argenteria, orologi antichi e moderni, persino borse di pelle vintage e strumenti musicali. L’oro come bene-rifugio, proprio come i diamanti. Non sono poche le banche che spingono i propri correntisti ad investire in preziosi, invece che sul mattone. Non è un caso: quando è scoppiata la bolla dei subprime, il valore del metallo giallo è salito immediatamente del 30% passando da 700 a 1000 dollari l’oncia. Ultimamente ha superato i 1350 dollari, e le rivolte tunisine ed egiziane stanno favorendo la crescita del prezzo.

Non è nemmeno una coincidenza che alle aste del Monte dei Pegni romano gli acquirenti siano principalmente gli orafi del quartiere, che entrano ed escono dal palazzo confabulando sull’andamento delle quotazioni e accaparrandosi il maggior numero di gioielli possibili, anche quelli degli anni ’80 che difficilmente qualcuno comprerebbe per sfizio visto che per ora non rientrano in nessuna categoria: né vintage, né modernariato, né nostalgico. Semplicemente: paccottiglia.

Prima di consegnarsi mani e piedi alle finanziarie, dunque, meglio impegnare o addirittura vendere quel collier pesante un chilo che papà regalò a mamma nel lontano 1983, quando l’estate andavamo abbronzati alla playa e la domenica sera ridevamo guardando Drive In, mica immaginavamo che quelle donnine in pattini sarebbero arrivate al bunga-bunga e noi, invece, all’asta.

(Il reportage risale al gennaio 2011. Oggi l’oro ha superato i 1800 dollari l’oncia)

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