Rom by night

9 Set

Per gli appassionati è il nuovo Porta Portese. Un mercatino organizzato dalla comunità rom, notturno, dove vengono venduti oggetti recuperati dalla spazzatura. E che il sindaco Gianni Alemanno vorrebbe chiudere definitivamente. Ma per la prima volta gli italiani stanno dalla parte degli “zingari”

Al telefono Muro preferisce il mistero: «Vieni questa notte alle 2». Non spiega cosa succederà. Non vuole farlo. Ha capito che i giornalisti vanno incuriositi e questa storia del mercatino zingaro notturno sul Lungotevere Dante che rischia lo sgombero definitivo potrebbe perdersi nel magma delle notizie cittadine. E poi rom fa spesso rima con sgombero, lo sanno tutti.

Questa, però, è un’altra storia.

Basta percorrere la breve discesa che da viale Marconi porta all’ex cinodromo per entrare in quello che sembra un set felliniano. È buio pesto, appena rischiarato dai lampioni e dalla luce al neon di un camioncino che vende panini e salsiccia, ed è già un brulicare di famiglie rom pronte a gettare a terra un lenzuolo per vendere quello che hanno recuperato durante la settimana nei cassonetti della spazzatura oppure nelle cantine che svuotano per lavoro. Aspettano, accanto all’edificio abbandonato dove un tempo si scommetteva sulle corse dei cani. Ora rimane una scritta fatiscente e circense: “Corsa dei levrieri” e la sagoma enorme di un levriero stilizzato. Sono quasi le tre e già arrivano i primi clienti italiani appassionati di modernariato e oggettistica, ma anche signore, casalinghe, pronte a sborsare un solo euro per tovaglie, elettrodomestici, radioline, giacche di pelle, lumi, soprammobili di porcellana.

«È meglio di Porta Portese, molto meglio», assicura un uomo sui cinquant’anni munito di pila come tutti coloro che il fine settimana, il venerdì e sabato notte, preferiscono saltare qualche ora di sonno per venire in questo suk caotico alla ricerca di occasioni. Dopo qualche minuto l’uomo viene raggiunto da una coppia, anche questa italiana, entrambi professori di liceo. Si sono conosciuti qui, tra un lenzuolo e l’altro, sono habitué: «Per noi è una droga. Ci veniamo tutte le settimane, abbiamo la cosa piena de’ monnezza», sorridono, anche se in realtà non parlano della vera monnezza, sono contenti.

E si avvicinano a Muro, che in realtà si fa chiamare Renato, il suo cognome è Murovich, 36 anni e sette figli («al solo pensiero di mettere al mondo un altro bambino mi viene il mal di testa»). Vogliono sapere perché sono le tre passate e il mercatino ancora non inizia. Muro allarga le braccia e indica i vigili fermi davanti al piazzale di ghiaia: «Non vogliono. Dicono che non abbiamo l’autorizzazione».

A Muro si rivolgono anche i capifamiglia rom che, poco per volta, arrivano a bordo di furgoncini straripanti di masserizie, stendini mezzi arrugginiti, ombrelli riparati, materassi, sacchi di vestiti, teli di plastica, bigiotteria spaiata, orologi, passeggini gettati per strada e recuperati, rimessi in ordine, lavati un poco. Parlano un misto di serbo e romanés, sono contrariati. Con loro i bambini, neonati e ragazzini insieme.

In realtà il capo-mercato è il fratello di Muro, Zoro, alto e scuro, tatuato, capigliatura tagliato alla moda italiana, camicia bianca di pregio, borsello Gucci e un tratto distintivo fortissimo: fuma Marlboro e non quelle sottomarche di sigarette che i rom, tutti, aspirano dalla mattina alla sera. Come e meglio di un manager d’azienda, Zoro stringe la mano con gratitudine ai clienti, tiene a bada i malumori dei venditori zingari, parlotta con i vigili.

Una signora con orecchini d’oro e messa in piega arriva trafelata, lo sguardo perplesso: «Zoro, non mi dire che sono venuta da Anzio per niente. Volevo comperare un microonde da quel signore, anzi, venga qui: ce l’ha mica un microonde?». Il rom in questione veste in camicia bianca e cravatta regimental, gli occhi illuminati dalla soddisfazione di avere una cliente che macina una cinquantina di chilometri, nella notte, per venire a comperare le sue cose.

Esohe ha 30 anni, è ghanese, e difende la professionalità di questi rom improvvisati venditori: «Ditemi cosa devono fare, andare a rubare? Sono bravi, riciclano le cose buone e le vendono a noi che non possiamo permetterci altro. E troviamo cose belle».

Difficile capire da quanto tempo esiste questo mercato delle pulci semiclandestino – chi dice due anni, chi otto – e forse è proprio questa la sua bellezza: la sua non regolamentazione. Alcuni possiedono la licenza, ma sono pochi. Gli altri rom, quasi tutti, vengono a vendere perché questo è l’unico introito famigliare. Vengono dai campi di Tor de’ Cenci, Tor di Quinto, via Salone. Durante la settimana camminano nei quartieri con una lunga mazza di ferro in mano, piegati dentro i cassonetti che a Roma chiamano “secchioni”, immersi nella puzza nauseabonda, rimestano tra un sacchetto e l’altro e mettono nel carrello gli oggetti migliori, fili elettrici, piccoli comodini di legno, sedie, riviste. Nei mesi sono aumentati, evidentemente il mercatino rende e sta diventando un polo di attrazione per l’intera comunità rom che negli anni ha chiesto con insistenza al Campidoglio un luogo dove fare mercato, e con Veltroni l’area dell’ex cinodromo era data in regolare concessione, l’associazione Occhio del Riciclone avrebbe voluto gestire la compravendita, poi si è tirata indietro forse per paura che una parte della merce fosse rubata.

«Non so se gli oggetti in vendita abbiano una dubbia provenienza. A me pare di no. Certo, in ogni mercatino non sai mai quello che comperi. Poi ogni tanto spuntano pezzi interi di parmigiano, succhi di frutta, detersivi, e mi chiedo da dove provengano. Ma poi questa gente che deve fa’ pe’ campà?», commenta un uomo sui settant’anni, distinto, che ha appena acquistato un elicottero rosso di plastica per 10 euro, è rotto ma è sicuro di poterlo aggiustare e farlo volare.

Sono ormai le cinque, nel piazzale sono raggruppate centinaia di persone. Dalle mani di Zoro è spuntato un megafono. Quelli davvero spazientiti e preoccupati sono i clienti.

Per la prima volta, a memoria di cronista, sono gli italiani – i gagé come vengono chiamati dai rom – a difendere «gli zingari». È una signora che viene addirittura da Viterbo, con un braccio ingessato, a rivolgersi direttamente ai vigili scossa da una indignazione furente: «Ve la prendete con la povera gente, eh? Mica andate da quel furfante di Berlusconi, venite qui a rovinare un posto dignitoso fatto da persone dignitose». I vigili alzano le spalle.

Il Lungotevere è colmo di sterpaglie dove dormono, nascosti, numerosi rumeni nelle baracche. Anche loro hanno cominciato a fare il mercato. Ogni sabato e domenica mattina verso le dieci tutto è finito, circa 150-200 venditori lasciano il piazzale alla rinfusa. Zoro chiede un contributo di qualche euro a ciascuno, che serve per pagare una squadra di rom pronti a spazzare e portare via quello che è rimasto a terra.

Non è la prima volta che i vigili impediscono il mercato per l’intero weekend. Sono le sei quando Muro e il fratello cominciano a portare i rom verso viale Marconi, in una sorta di corteo sgangherato. Fatima, con le trecce e la gonna lunga, prende un lenzuolo e si siede al centro della strada bloccando il traffico. I ragazzi suonano le trombette, Zoro al megafono urla: «Vogliamo lavorare!». A loro si mischiano anche le signore italiane, i migranti che vivono a Roma, gli abitanti del quartiere.

Isoke viene al mercatino notturno per comperare e poi spedire tutto in Nigeria: una sorta di import-export. Davide, invece, fa il macchinista nel cinema e sfrutta i weekend per vendere oggetti usati a Manziana e nei Castelli romani: questo luogo è il suo ingrosso, compera ad un euro e poi rivende a cinque. E si scopre che il suk zingaro è il luogo di rifornimento anche per gli ambulanti di Porta Portese alla ricerca di vinili in buono stato, libri, cartoline degli anni che furono, macinini da caffé. Raccontano che vent’anni fa anche il mercatino più famoso della capitale era così, disordinato, colmo di cose preziose a prezzi stracciati, cominciava poco dopo la mezzanotte ed era frequentato da un esercito di nottambuli con la pila. Oggi Porta Portese ha perso la sua sregolatezza, non sorprende più. Ha lasciato un vuoto che questi rom hanno riempito perfettamente.

Tra le venditrici ci sono la moglie e la figlia di Najo Adzovic, delegato del sindaco Alemanno per la comunità rom. Adzovic non si trova in Italia, non può intervenire per risolvere la faccenda. La polizia consiglia a Zoro di parlare direttamente con il Campidoglio per chiedere una autorizzazione una volta per tutte. Sa che sarà difficile. Organizza una manifestazione per questa settimana, vuole che i rom delle bancarelle vadano con lui nel centro di Roma coi furgoncini strisciati e ansanti, un corteo di rom che chiede legalità e lavoro. Nell’ultima conversazione prima di chiudere questo articolo, Zoro dice che la questura non ha ancora dato il permesso. Parla come un sindacalista consumatissimo.

«C’erano cinque mercatini rom a Roma, l’unico rimasto è quello dell’ex cinodromo perché la politica ha voluto chiuderli», dice Cesam Cizmic, rappresentante della Unirsi (Unione nazionale e internazionale di rom, sinti e camminanti) e residente al campo attrezzato di Castel Romano sulla Pontina. Cizmic ormai non crede a nessuna promessa del Campidoglio: «Secondo il Piano nomadi avremmo dovuto lasciare il Casilino ‘900 (sgomberato definitivamente nel 2010, ndr) per poi venire trasferiti nelle case. Siamo ancora nelle baracche. E nemmeno il mercato vogliono che facciamo. La nostra condizione è peggiorata con questo sindaco».

Sono le sei e mezza del mattino. Muro è così assonnato da non riuscire a stare in piedi. Vive in una casetta a schiera a ridosso dell’ex cinodromo, con un piccolo giardino dove il figlio sedicenne dorme su una brandina per sfuggire al caldo afoso. Di fronte alla villetta ha parcheggiato un furgoncino riverniciato di rosa e verde brillante, la notte vende panini, bibite e caffé alla folla. Fa parte, lui, dell’indotto.

La protesta in mezzo alla strada è finita. Muro ha lasciato il suo numero di telefono a decine di persone che lo chiameranno per sapere quando riaprirà il mercatino. Ora vuole soltanto dormire. La moglie è appena uscita a comperare la colazione per i bambini.

Sul piazzale ormai vuoto rimane un vecchietto: «Perché arrivano così tanti zingari stranieri? Non se ne possono tornare a casa loro?». È il primo a lamentarsi della loro presenza. E viene spontaneo chiedere come mai, anche lui, fino a poco prima si aggirasse intorno alle lenzuola colme di oggetti rovesciati sull’asfalto, quando i vigili ormai erano lontani. «Perché vengo qui? Perché, con rispetto parlando, non c’ho un cazzo da fa’».

 

 

5 Risposte to “Rom by night”

  1. Casalingo Inbilico 24 settembre 2011 a 19:10 #

    Da sempre, ho la curiosita’ quasi compulsiva, di essere attratto da mercati, aste, mercatini in generale. E’ ovvio che sono un assiduo frequentatore del mercato domenicale di Porta Portese.

    Oltre a Porta Portese, la Domenica a Roma si svolgono tanti altri mercatini del riuso e dell’artigianato, ad ogni modo un mio conoscente mi ha parlato del mercato descritto dalla casalinga felice.

    Sapendo della mia irrefrenabilita’ nei confronti degli acquisti all’aperto, il mercato mi e’ stato descritto come un’area totalmente gestita dalla comunita’ rom per l’allestimento del loro mercato.

    Ebbene, nonostante i miei dubbi mi sono lasciato convincere, cosi’ ho prima affrontato la levataccia e intorno alle h6,30 eravamo in prossimita’ dell’area “mercato”, gia’ intasata di automobili in sosta.

    Subito dopo aver percorso il breve tragitto, mi sono pero’ reso conto che i miei dubbi iniziali erano piu’ che giustificati.

    Eravamo a Roma , capitale europea di un paese che viene descritto civile e progredito, in realta’ sono incredibilmente piombato in una triste realta’ da terzo mondo.

    Povere persone, formate da uomini donne e soprattutto bambini , a cui il destino della vita ha negato tutto o quasi, che sopra sudici teli (asgiugamani, lenzuola, coperte) distese sulla terra battuta e polverosa,esponevano la loro merce di ogni tipo. in prevalenza abiti e scarpe usate probabilmente recuperate nei cassonetti e nei punti di raccolta Caritas, dove di frequente ho visto rovistare da povere persone,

    Esposizione inclusa di oggetti di dubbia provenienza, probabilmente frutto di furti e scippi, come telefonini, camere digitali, navigatori satellitari, autoradio, pc portatili e altro materiale elettronico ed informatico,insieme a prodotti alimentari come tonno in scatola, pezzature di parmigiano ecc.

    Non sono riuscito a digerire la brutta situazione che mi e’ apparsa davanti, non riesco ad accettare l’idea che, nonostante la crisi, la situazione di vera e propria disperazione da parte della comunita’ rom viene sfruttata, in un certo senso, da persone che sono comunque inserite nella cosiddetta societa’ civile.

    Un conto e’ offrire la possibilita’ di inserimento alla comunita’ rom, un altro conto e’, e questa e’ la mia sensazione,concedere un’area riservata con le caratteristiche di un ghetto.

    Non credo che si sia sulla giusta strada, ho inoltre percepito che i numerosi poveri bambini, vedendo le diverse persone a “caccia di affari” provenienti da fuori, costituisca ancor di piu’ l’esempio affinche’ si rassegnino ad un futuro senza futuro.
    Non puo’ essere accettabile una tale situazione, anche in tempi di crisi economica ,di disoccupazione, di cassa integrazione e di precarieta’ occupazionale.

    Sono un sostenitore dell’integrazione delle persone e delle comunita’ disagiate ed e’ per questo che non approvo questo tipo di ghettizzazione nella “riserva indiana”.

  2. Laura Eduati 25 settembre 2011 a 17:11 #

    Capisco e concordo con quasi tutto quello che dice. Però non sono sicura che il mercatino dell’ex cinodromo sia un ghetto. Altrimenti sarebbe un ghetto anche la zona dell’Esquilino dove quasi tutti i negozi sono gestiti da commercianti cinesi. I rom, ai quali nessuno dà lavoro o quasi, hanno trovato un sistema di reddito che comunque non è nocivo e anzi contribuisce al riciclo dei materiali scartati. E’ vero, lo spettacolo non è dei migliori. Però in quel commercio ho sentito molta vitalità. Forse mi sbaglio

    • Casalingo Inbilico 26 settembre 2011 a 12:58 #

      Paragonare la zona dell’Equilino (piazza Vittorio in particolare) al misero e triste mercato di ponte Marconi, la trovo una considerazione inadeguata.

      Mentre a piazza Vittorio la comunita’ cinese che gestisce il commercio, mantiene la propria dignita’ e il rispetto della maggioranza degli italiani, ben diversa e’ la realta’ all’ex cinodromo, la comunita’ cinese gestisce i propri negozi nel rispetto della legalita’ e in condizioni di decoro.

      A ponte Marconi, ho invece visto la disperazione di intere famiglie di Rom insieme alla loro “mercanzia” esposta alla meglio sopra sudici teli, in un’area polverosa senza servizi igienici e senza una semplice fontanella .

      A ponte Marconi, ho visto la dignita’ calpestata di numerosi bambini della comunita’ rom che girano per l’area(molti scalzi),giovani madri in procinto di allattare i loro figli in mezzo a sporcizia e polvere, ho visto la miseria (quella tipica da terzo mondo) di intere famiglie al’interno dei loro malmessi furgoni.

      Che futuro potranno sperare tali bambini?

      E ho visto l’ipocrisia dei molti italiani presenti, che noncuranti delle condizioni miserevoli dei “venditori”, si recano appositamente in tale area a caccia dell’affare.

      E l’affare viene ricercato tra elettrodomestici, telefonini di ultima generazione. televisori al plasma, computer portatili, gioelli e orologi …..ben sapendo che tale tipo di mercanzia non e’ nient’altro che frutto di furti.

      Non sono pertanto d’accordo con la considerazione della casalinga felice, alimentare un’area di tale degrado dove si verifica la vendita in condizioni disperate di oggetti rubati, non serve di certo ad integrare la comunita’ rom.

      Ho comunque avuto l’impressione che tale area,pur essendo tollerata, e’ del tutto illegale, non puo’ avere alcuna logica autorizzare una tal area che il fine settimana assume l’aspetto di zone periferiche di Calcutta.

      • Laura Eduati 26 settembre 2011 a 14:33 #

        mi chiedo come faranno mai ad integrarsi i rom se tutti, lei compreso, continuano a pensare che la loro occupazione principale sia rubare. Gli oggetti in vendita al mercatino non sono affatto rubati,
        ma recuperati dalla spazzatura. Molti rom sgomberano cantine e ricevono molte cose che poi riciclano. I vestiti poi sono spesso quelli della Caritas. Se poi nel bailamme ci sono delle cose rubate, beh, questo accade in ogni mercatino dell’antiquariato, a Porta portese, insomma ovunque si vendano merci non in serie, antiche o recuperate. Il suo è un pregiudizio che purtroppo non favorisce alcuna integrazione.

  3. Casalingo Inbilico 26 settembre 2011 a 19:49 #

    Eh no!
    Non posso accettare, dopo aver visto il triste scenario, che la mia considerazione sia un pregiudizo!

    Intanto, mi sembra di aver ben specificato che INSIEME A MOLTA MERCE RECUPERATA (abiti e scarpe in prevalenza) ho notato diversi oggetti tecnologicamente avanzati come camere digitali, navigatori satelittari, pc portatili, telefonini, lettori dvd oltre che orologi e gioelli di vario tipo.

    Ebbene, non si venga a dire che tali oggetti siano di recupero o siano stati artigianalmente assemblati.

    ……Inoltre e’ necessario aggiungere che, sono proprio tali oggetti ad attirare tanti visitatori?

    Mi dispiace che il mio sia considerato semplicemente un pregiudizio, o peggio che io abbia la considerazione che l’unica cosa che sappiano fare i rom sia quella di rubare.

    Personalmente,ritengo che l’idea di mettere a disposizione un’area ( attrezzata con minimi servizi igienici) da far gestire alla comunita’ rom, per la vendita di materiali da recupero,oggetti artigianali e piccole riparazioni rimanga una valida proposta.

    Ma avendo visto la situazione , sono convinto che un tale spazio (ribadisco sporco, assolato, lastricato di sola polvere, senza servizi igienici ne’ tantomeno un semplice rubinetto dove si possa almeno bere) non puo’ consentire l’integrazione e non possa non essere definito ghetto.

    Un saluto

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