L’attivismo su Facebook serve a qualche cosa?

17 Set

Obama non fa nulla per fermare le sperimentazioni della Monsanto? Un gruppo di camperisti australiani sfoggia adesivi che incitano alla violenza contro i canguri? I detenuti di un carcere californiano sono costretti a bere acqua dei rubinetti contenente arsenico?

Ora gli attivisti globali possono contare sul nuovo social network che promuove appelli e raccolta-firme per cambiare il mondo o, più modestamente, il proprio quartiere. Si chiama Change.org e raccoglie centinaia di petizioni da spedire al potente di turno (il sindaco di un’oscura cittadina del Kansas o David Cameron, poco importa) affinché corregga una piccola o grande ingiustizia. Il portale elenca una serie di successi: grazie alla mobilitazione internettiana, per esempio, il governo britannico ha rimosso un sottosegretario omofobo (sono bastate 407 firme!), un editore creazionista del Texas ha smesso di stampare un volume destinato alle scuole direttamente ispirato alla Bibbia e quegli amanti della roulotte australiani si sono scusati per l’inciviltà degli adesivi anti-canguro.

L’attivista web può usare il sito segnalando una battaglia civile e invitando gli altri internauti ad aderire alla causa, oppure può semplicemente passare la giornata a firmare decine di appelli su questioni che magari non lo riguardano direttamente ma che lo indignano. Indignazione che imbeve spesso le conversazioni su Facebook tra amici e conoscenti sensibili e attenti alla politica. Lunghe chat, scambi di notizie prese dai giornali online, commenti rabbiosi, scandalizzati e apocalittici tutti riassumibili in una unica tag cloud: di questo passo dove andremo a finire? Bisogna fare assolutamente qualche cosa!

Il fatto è che la connessione sentimentale originata da Facebook, Twitter, Tumblr eccetera genera un inquietante malinteso: indignarsi sul web non significa essere degli attivisti in grado di cambiare davvero le cose. Ed è più o meno quello che sostiene Malcolm Gladwell in un articolo pubblicato dal New Yorker lo scorso autunno con un titolo significativo: “Piccoli cambiamenti. Ecco perché la rivoluzione non passerà da Twitter”.

Gladwell ricorda come le battaglie civili degli anni ’60 siano state vinte soprattutto perché un numero sempre maggiore di persone, ad un certo punto, ha deciso di impegnarsi direttamente e fisicamente nelle mobilitazioni, tralasciando gli impegni quotidiani e occupando letteralmente gli spazi urbani con marce, scioperi, sit-in, proteste. Soltanto in questo modo il cambiamento diventa possibile e dunque reale.

E invece i social network danno soltanto l’impressione di fare tutti parte di una stessa grande causa, perché basta un click per aderire. Pochi, pochissimi invece sarebbero disposti a trascurare famiglia, amici, lavoro e tempo libero per la stessa causa che su Facebook tanto indigna, che sia la salvaguardia di un rifugio per cani in pericolo o la protesta per i respingimenti in mare dei migranti. E infatti bisognerebbe chiedersi cosa succede a quelle petizioni di Change.org che non vanno a buon fine: non è previsto che i firmatari magari si incatenino ai cancelli o facciano lo sciopero della fame. Soprattutto se abitano a centinaia di chilometri uno dall’altro.

Gladwell ha poi recentemente commentato la rivoluzione egiziana in corso: “Non ditemi che è nata grazie a Facebook. Le rivoluzioni esistevano anche prima dei social network. Al massimo il web funziona da catalizzatore, ma le vere mobilitazioni nascono dalla mancanza di speranza e dal fatto che la gente non ha più niente da perdere”.

Per dare ragione al giornalista statunitense basta pensare all’indignazione – vera, sanguigna, carnale – che percorre l’Italia alla scoperta del bunga bunga. Eppure quanti sono scesi in piazza? Ed è questa la domanda che attraversa le menti di almeno la metà degli italiani (per non dire del resto del mondo), invidiosi e commossi per le rivolte tunisine ed egiziane. Il fatto è che la rabbia e l’indignazione scaricati sui social network sono l’alibi perfetto per rimanere seduti in salotto, comodi e finalmente rilassati. Ho firmato la petizione contro quel cane di Berlusconi. Ho firmato il centesimo appello di Micromega in difesa della Costituzione. Ho condiviso la raccolta-firme di Saviano in solidarietà coi giudici. Ho spedito la mia foto con la scritta “Ora dico basta!” al sito di Repubblica. Ho postato con raccapriccio il video di Ignazio La Russa che dà calci al giornalista di Annozero. Ho messo la bandiera tunisina nella foto del mio profilo. Ho fatto il mio dovere. Che c’è per cena?

 

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