Donne che preferiscono un uomo violento

20 Set

 “Ricordo una donna che si era rivolta al nostro centro anti-violenza, fuggiva da un compagno abusatore e chiedeva aiuto. Le nostre operatrici le consigliarono di cambiare immediatamente la scheda Sim del telefonino così l’uomo non avrebbe più potuto telefonarle e rintracciarla. Lo fece. A distanza di qualche settimana, però, ci accorgemmo che riceveva telefonate dall’ex e dunque la interpellammo per chiedere spiegazioni. Lei, candidamente, ci disse: mi ha chiesto il nuovo numero, perché non avrei dovuto darglielo?”. Laura Storti, psicanalista romana, è responsabile del Consultorio di psicanalisi applicata “Il cortile” della Casa internazionale delle donne di Roma e, di questi aneddoti, ne potrebbe raccontare decine.

Storie di donne che, nonostante intraprendano un percorso di allontanamento dalle violenze famigliari anche attraverso l’appoggio delle istituzioni e delle associazioni, conservano comunque un malcelato desiderio di tornare verso il marito, il compagno, il fidanzato che le picchia e le svaluta, tanto da ritirare la querela nei suoi confronti oppure riallacciare il rapporto. Rivelano, insomma, una complicità con l’uomo violento. Una complicità così urticante, e inammissibile, che non sono rari i casi nei quali le operatrici dei centri anti-violenza pongono un aut-aut: o tronchi immediatamente ogni relazione con la persona che ti perseguita, oppure non potremo darti un posto nella struttura.

E’ qui, in questa ambivalenza tra il desiderio di mettere fine alle violenze e la voglia di continuare un rapporto di sofferenza, che si inserisce la sperimentazione del centro per donne e minori “La Ginestra” di Valmontone (finanziato dalla Provincia di Roma), dove accanto all’inserimento sociale e lavorativo è prevista la possibilità di accedere a colloqui con le psicanaliste di orientamento lacaniano del Consultorio “Il cortile”, con l’obiettivo di fare riflettere le donne sul ruolo assunto nella storia con un uomo violento. Colloqui psicoterapici dove però l’approccio clinico è quello psicanalitico, ovvero l’indagine sull’inconscio e sul “godimento” che l’inconscio di queste donne ricavano dal vivere accanto ad un aguzzino.

Non si tratta di colpevolizzarle, né di puntare il dito contro un percorso di vita sbagliato”, spiega Maria Rita Conrado, psicanalista de “Il Cortile” e membro del Ce.Cli. di Roma(Centro clinico di psicoterapia e psicanalisi applicata): “Spesso allacciare una relazione sentimentale con un maltrattatore è il modo che hanno trovato per stare al mondo, una modalità che viene da lontano e che andrebbe riconosciuta per non cadere nella ripetizione”. Conrado, Storti e le altre psicanaliste dell’Istituto freudiano non minimizzano certamente la lettura di genere sulla violenza domestica, né vogliono entrare in conflitto con il femminismo. Semmai sono convinte che la psicanalisi, lungi dall’essere una pratica elitaria, debba aprirsi al sociale e dunque anche alla questione degli abusi nei confronti delle donne introducendo un’ottica soggettiva che riguardi quella particolare donna, quel particolare vissuto, quell’inconscio individuale.

Questo per evitare di applicare modelli collettivi rigidi e Laura Storti, nel suo intervento compreso nel volume “Quando la psicanalisi scende dal lettino” (a cura di Massimo Termini, ed. Borla, euro 20), commenta efficacemente: “La donna viene allora presa in carico (dalle istituzioni, ndr), e si dà a volte per scontato che ciò che nella vita le è capitato è causato in parte da eventi contingenti, anche se la ragione principale delle sue difficoltà sta nel modello sociale patriarcale e sessista, cosa peraltro non priva di verità. Tutto ciò però apre al rischio di produrre un effetto di deresponsabilizzazione causato, in realtà, da un intervento autoritario. Malgrado i migliori propositi di restituire alle donne la loro dignità e mettere in valore le loro potenzialità, ciò che si rischia di proporre loro è l’adeguamento ad un modello di donna emancipata pret-à-porter, funzionale al discorso sociale”.

Il rischio tangibile è quello, insomma, di lasciare a loro stesse quelle donne che presentano una reale difficoltà a tagliare i ponti (internamente e dunque anche concretamente) con un uomo violento o un contesto famigliare molto problematico, proprio nel momento nel quale le istituzioni e i centri anti-violenza hanno aperto loro le porte. A questo va aggiunto un secondo rischio, ed è il senso di fallimento che può cogliere le operatrici delle strutture: una donna che torna nella casa dove subisce abusi o che continua a dialogare con uno stalker viene percepita come una donna che continua a sbagliare, un errore al quale rimediare d’imperio.

Non ci sono donne sbagliate da rieducare o raddrizzare”, continua Conrado: “Inserire un approccio psicanalitico nell’affrontare il disagio sociale serve anche a coloro che lavorano in questi contesti e che si trovano di fronte ad una ambiguità, e cioè da una parte la volontà del soggetto sofferente di uscire dalle difficoltà, e dall’altra una sorta di freno che bene o male continua ad agire in direzione opposta vanificando i suoi sforzi”.

La scommessa del consultorio “Il Cortile”, dove vengono ricevute anche le donne ospitate nel centro di Valmontone, è quella di dare parola al malessere di ognuna e far acquisire una responsabilità soggettiva sulla storia passata e presente. “Donne in difficoltà”, ragiona ancora Storti, è un’etichetta che inevitabilmente universalizza una condizione e perde di vista la specificità personale, e soprattutto presuppone una seconda pericolosa classificazione, quella delle donne in balìa di un uomo violento, esclusivamente vittime e dunque bisognose, tutte, dello stesso tipo di aiuto materiale: l’allontanamento dalle violenze, il ricovero presso un centro anti-violenza, l’inserimento sociale e lavorativo. Un intervento giusto e lodevole, certo, ma che per questo gruppo di psicanaliste può risultare a volte insufficiente.

Così, piano piano, può risultare più agevole ripensare le statistiche sulle violenze che colpiscono le donne: le vittime non sono soltanto casalinghe con figli senza possibilità di autonomia economica, ma anche professioniste, laureate, donne socialmente emancipate, libere, che però vengono picchiate, stuprate, prese a sberle dai loro compagni. I femminicidi, purtroppo, aumentano: 127 nel 2010, ovvero il 6,7% in più rispetto all’anno precedente (dati della Casa delle donne di Bologna). E gli studi hanno ormai chiarito che prima dell’assassinio di una donna per mano del compagno sentimentale esiste una escalation di violenze continuate e ripetute, e che spesso si manifestano nelle prime fasi della relazione. Non dovrebbe allora essere uno scandalo assumere che la cultura patriarcale riesce a spiegare le motivazioni che spingono un uomo ad uccidere la donna che dice di amare, ma non spiega completamente perché alcune donne, o meglio, quella singola donna che ne avrebbe avuto la possibilità, non ha fatto le valigie in tempo ed è scappata.

 

 

 

 

 

 

 

 

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