Galleria

Il disagio psichico dei migranti è diverso dal nostro?

22 Set

Sulla psichiatria multiculturale e la mente transculturale. La psicanalisi classica si apre al concetto di comunità: se perdiamo i riferimenti della nostra cultura (cibo, architettura, monumenti, lingua) il processo adattativo può portare ad un malessere profondo. Ma questo malessere riguarda anche gli italiani.

 «Quando arriverò in Italia la mia pelle diventerà rosa?» chiede un bambino tuareg in procinto di raggiungere i genitori emigrati a Pordenone in un documentario di Fabio Caramaschi, che ha impiegato otto anni di riprese per raccontare il vertiginoso balzo di una famiglia dal Sahara al Nordest italiano.

Sono spesso i piccoli migranti a soffrire lo shock culturale all’arrivo nella nuova terra, soprattutto nei casi di ricongiungimento famigliare. I figli delle colf sudamericane passano anni a ricevere denaro dalle madri lontane, si sentono ricchi e fortunati nei confronti dei coetanei con i genitori rimasti in patria. Una volta in Italia finiscono in un appartamento di periferia, improvvisamente poveri e disillusi, le tasche vuote e una mamma assente.

«Questi ragazzi sviluppano spesso comportamenti antisociali perché non riescono a raccogliere la sfida dell’adattamento e l’elaborazione di una mente transculturale» commenta al telefono Rosalba Terranova Cecchini, una delle prime psichiatre italiane ad applicare il concetto della cultura nella terapia psicologica dei pazienti e che ora presiederà il primo congresso italiano sulla materia il 28 e 29 ottobre a Milano, organizzato dalla Fondazione Cecchini Pace.

Le difficoltà materiali sono soltanto un corredo della sofferenza psicologica e non sempre provocano patologie di tipo psichiatrico. Nella ex cartiera di San Ferdinando, a pochi chilometri da Rosarno, fino al 2010 vivevano ammassati centinaia di africani rimasti senza lavoro per la crisi delle arance. Costretti all’immobilità e all’indigenza, dormivano in quella che un giornalista della Bbc aveva ribattezzato “la città di cartone”. Alcuni bevevano fin dal mattino, immersi nella depressione di un sogno migratorio spezzato. È arduo immaginare che in quelle condizioni potessero accedere ad un aiuto psicologico. «Naturalmente occorre fornire a queste persone prima di tutto un’accoglienza degna, un luogo dove dormire e un pasto caldo» puntualizza Terranova Cecchini. «E poi aiutarli a riformulare il loro progetto di vita. È vero che la perdita del lavoro può affliggere in ugual misura un italiano, ma un nostro concittadino può comunque fare conto sulla rete famigliare, sulla conoscenza della lingua e dei codici sociali. Un migrante, specialmente se arriva da un territorio culturalmente distante, si trova a perdere quelli che George Devereux chiamava i garanti metapsichici e metasociali della propria cultura, ovvero i punti di riferimento esterni che simboleggiano il luogo di nascita. La forma degli edifici, le chiese al posto delle moschee, una forma sociale differente, donne abbigliate in maniera totalmente diversa, il traffico impazzito».

In Italia, forse per la migrazione recente rispetto al resto dei Paesi occidentali, la psichiatria culturale non è ancora insegnata nelle università nonostante abbia conquistato una dignità scientifica già dagli anni ’50 con Devereux, antropologo francese convinto che la psicodinamica sia profondamente influenzata dal clima culturale nel quale la mente del soggetto vive la prima parte della propria vita.

Questo non significa, sottolineano gli etnopsichiatri, che i membri di una etnìa soffrano indiscriminatamente delle stesse difficoltà psichiche di adattamento o che un medesimo costume culturale, come il velo o il matrimonio combinato per uomini e donne, possa provocare conflitti quando entra a contatto con una realtà dove queste tradizioni non sono previste o, peggio, guardate con estremo sospetto.

La mente transculturale non appartiene soltanto ai migranti, ma anche alle società che li accolgono. L’arrivo di persone di nazionalità straniera mette a prova anche i riferimenti metaculturali dei nativi. Intere borgate si popolano di negozi di migranti, nei giardini pubblici giocano bambini di molte etnie diverse, molti possono percepire una sorta di spazio occupato, improvvisamente diverso, sconosciuto. Per Terranova Cecchini «l’adattamento modulato al territorio è la mente transculturale, e questo cambiamento riguarda anche i nostri concittadini. Non soltanto nei confronti dei migranti. Viviamo tutti in un continuo fluire di nuove culture, nuove eticità, nuove moralità». L’omosessualità, la possibilità per le donne single di adottare o concepire figli con l’inseminazione eterologa, persino il web: sono tutte condizioni un tempo impossibili o difficili da accettare e che risultano indigeste anche agli europei da generazioni. La psichiatra ricorda pazienti donne che negli anni ’80 avevano interrotto una gravidanza grazie alla nuova legge sull’aborto, ma che soffrivano ancora moltissimo per la mancata rielaborazione del lutto, poiché attribuivano valori diversi alla vita, alla gravidanza, al ruolo femminile nella società.

Non è dunque necessario essere migranti per sperimentare lo spaesamento culturale, e non è vero che tutti i migranti patiscono uno shock culturale: Hina Saleem, la ragazza pachistana di Brescia, voleva vivere valori diversi da quelli trasmessi dalla famiglia. Il distacco conflittuale la faceva soffrire, e la sofferenza generava ribellione. Eppure non tutte le donne di origine pachistana, indiana o bengalese vivono dolorosamente il matrimonio combinato. Chi accetta gli insegnamenti dei genitori senza metterli in discussione e senza invidiare le modalità di vita del paese ospitante, può rimanere sereno e felice.

Paradossalmente, sono proprio le seconde generazioni a patire maggiormente. Si sentono italiani ma per una legge punitiva non possono ottenere la cittadinanza se non dopo la maggiore età, sono adolescenti inquieti che devono mediare con il padre e la madre la continuità con la cultura di origine e la cultura italiana. Un processo difficile, talvolta doloroso. Ma, ancora: qual è la differenza tra un attacco di panico “senegalese” e un attacco di panico “italiano”? Non sobbalzano gli psicanalisti più tradizionali quando parliamo di cultura? Rosalba Cecchini sorride: «Non c’è differenza tra l’ansia generalizzata di un cinese e quella di un palermitano doc. La psichiatria multiculturale non pensa di trattare diversamente un migrante soltanto perché è straniero, ma vuole tenere conto dell’elemento culturale all’interno della terapia. La depressione grave si sviluppa quando il soggetto nutre desideri ma non riesce a metterli in pratica poiché vuole compiacere l’ambiente dove vive. Ecco, nel caso di una donna che non vuole subìre il matrimonio combinato e si addossa le colpe per essere una “cattiva” figlia, uno psichiatra dovrebbe capire il peso dei condizionamenti culturali. Come è facile intuire, questo non riguarda soltanto i migranti». I freudiani classici, dopo iniziali resistenze, hanno cominciato a nutrire interesse per l’etnopischiatria. Il francese René Kaes ha elaborato il concetto di “io collettivo” da affiancare ai tradizionali Io, Es e Super-Io: non siamo slegati dal territorio e dalla società che si è adattata a quel territorio. L’inconscio è un concetto universale, ma la cultura varia di luogo in luogo e la timidezza può risultare patologica o estremamente apprezzata a seconda dei luoghi.

I servizi di aiuto psicologico rivolti ai migranti si sono moltiplicati negli ultimi anni, specialmente nelle zone ad alta densità di stranieri. La Caritas di Roma nel 2010 ha aperto uno sportello dedicato alla terapia di coppia, per madri e padri stranieri che devono affrontare l’inserimento scolastico dei figli, l’adattamento in una realtà sconosciuta, forse anche il ribaltamento dei ruoli tradizionali tra uomini e donne: non sono rari i casi di colf o assistenti famigliari che ottengono il permesso di soggiorno più facilmente del marito, e guadagnano anche un salario più consistente. Nei centri di salute mentale sempre più medici colorano la propria esperienza con gli insegnamenti della psichiatria culturale, e la bolognese Fondazione Albero Felice sta conducendo uno studio finanziato dall’Unione europea sui traumi dei bambini rumeni – oltre centomila in tutta Italia. Infine: non è l’appartenenza etnica a determinare il disagio, né il semplice contatto con una nuova cultura. Conclude Cecchini Pace: «Gli adolescenti italiani non sanno che pesci pigliare, e nemmeno i loro genitori. Eviterei di fare troppe distinzioni tra giovani nativi e stranieri. La psichiatria multiculturale è un approccio, è l’incontro con l’altro, è il tentativo di aiutare l’individuo ad uscire dalle sue costrizioni culturali, quando queste sono avvertite come lacci che impediscono a realizzare pienamente i propri desideri».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blogs Of The Day

Just another WordPress.com weblog

Laura Eduati

reportage, interviste, articoli di Laura Eduati

Chi ha sparato alla cicogna?

La ricerca di un bambino (vista da lui).

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: