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Lettera dal ghetto

22 Set

Ottanta milioni di europei vivono sotto la soglia della povertà. Un bambino irlandese su cinque salta la colazione e soffre la fame. L’esclusione sociale, però, è peggio della miseria.(E un europeo su cinque pensa che il povero è povero per colpa sua)

Lettera dalle banlieue francesi postata sul web: “Mi chiamo Stéphanie, ho 16 anni. Abito in un quartiere di Strasburgo, Neuhof. Conosco la miseria che vivono tutti nel circondario. L’esclusione, la discriminazione e la violenza fanno parte della nostra vita. Vivo in un appartamento con tre stanze, ho due fratelli e una sorellina. La nostra casa è deprimente. Mio padre è disoccupato a causa di un incidente e ormai è invalido, mia madre di origine maghrebina fa la donna delle pulizie. Questi spaccatutto non ci piacciono più, ci bruciano le macchine, ci bruciano le scuole. E voi vi permettete di giudicare un intero popolo a causa di una minoranza. Alcuni vogliono votare Le Pen, ma perché? Pensate che davvero questo risolverà le cose? Non sono “gli arabi”, “i neri” o altri che fanno questo, sono semplicemente dei criminali! Anche dei francesi al 100% fanno parte delle bande, ma molti sembrano non capirlo, è molto più semplice dare la colpa ad un’intera razza ed espellerla”.

Dopo ore di grafici repellenti e fredde statistiche sulla povertà in Europa, le righe di Stéphanie fanno l’effetto di un fiammifero acceso nel buio pesto. E spiegano, meglio di qualsiasi tomo universitario, che cosa significa essere povero nel continente che credeva di avere eliminato le disuguaglianze. E cioè che non è soltanto questione di reddito, ma di esclusione sociale. E quei casseur, le bande di giovani che mettono a ferro e fuoco la periferia degradata, sono di origine straniera ma anche francese: in comune hanno le tasche vuote, come sono vuote le tasche della sedicenne internauta.

La Banca Mondiale stabilisce una linea di reddito, diversa per ciascuna nazione, al di sotto della quale esiste la povertà relativa. Nella cosiddetta ricca Europa il 15% vive sotto quella soglia. Ottanta milioni di europei devono fare i conti con un guadagno che non arriva al 60% del reddito medio. Significa che molte famiglie faticano persino a comperare il cibo. Succede in Irlanda, dove il venti percento dei bambini salta la colazione o la cena semplicemente perché la dispensa è vuota. I piccoli britannici non stanno meglio: uno ogni cinque vive in famiglie che guadagnano meno della metà del reddito medio, ammortizzatori sociali inclusi. Molto peggio le famiglie di origine pakistana e bengalese, le comunità straniere più forti del Regno Unito: il 75% vive statisticamente nella (quasi) indigenza. Per un bambino svedese, invece, essere povero significa non poter accedere alle gite scolastiche: avrà pure la pancia piena, ma anche questa è una forma di esclusione in un Paese ricco. Per il quotidiano Le Figaro, sono spinti dalla povertà anche i 40mila studenti francesi, in prevalenza ragazze, che secondo le organizzazioni studentesche si prostituiscono occasionalmente per pagare le rette universitarie e l’alloggio. Le loro famiglie, tutte appartenenti al ceto medio, non riescono a garantire una istruzione elevata.

Si torna al punto di partenza. Cos’è davvero la povertà in Europa? Un’indagine dell’Eurobarometro punta a registrare la percezione dell’indigenza. E scopre che l’84% degli europei pensa di essersi impoverito negli ultimi tre anni, soprattutto i lettoni, gli ungheresi, i greci, gli spagnoli e i francesi. Se il 16% è realmente povero, secondo le statistiche, il 27% invece si sente a rischio indebitamento mentre il 37% (oltre un terzo, dunque) non potrebbe affrontare spese impreviste. Nella fascia povera il 72% non riesce ad accedere al mutuo ed al 64% vengono negati prestiti bancari.

Lo stadio successivo è l’esclusione sociale, che significa: reddito insufficiente, alto tasso di criminalità nella zona, alloggi non decenti, malasanità, basso livello di istruzione. E’ la descrizione della periferia di Stéphanie, il ghetto. Ai vertici della classifica, si sente escluso il 36% dei cechi, il 30% dei bulgari e il 26% degli austriaci. Che, non a caso, nelle ultime elezioni per la città di Vienna hanno consolidato il successo dell’estrema destra di Heinz-Christian Strache.

Non è detto che siano gli esclusi a votare i partiti xenofobi, ma può darsi che la presenza degli esclusi (Vienna è la seconda città europea per numero di immigrati) spinga gli autoctoni ad affidarsi ai vari Umberto Bossi del continente. Perché un dato è certo: in Europa l’immigrazione si appaia ancora con la povertà. Ed è la povertà dei migranti, non tanto il colore della pelle, a disturbare la vista. Lo prova il fatto che un migrante con casa e lavoro, o addirittura affermato economicamente, risulta sempre meno indigesto di un suo connazionale non ancora completamente integrato o, peggio, indigente. In questo senso le ordinanze anti-elemosina sono prima di tutto mirate a eliminare i poveri, prima dei migranti.

Proprio in Francia, dove la percezione della povertà e il pessimismo circa il futuro sono più alti che altrove, e dove nelle periferie un terzo degli abitanti vive sotto la soglia dell’indigenza come Stéphanie, Sarkozy abbia recuperato slogan della destra lepeniana (come togliere la cittadinanza ai migranti che delinquono) e organizzato l’espulsione dei rom per riacquistare popolarità. Stimolare i bassi istinti paga in termini elettorali: il 20% degli europei pensa che i poveri lo siano per mancanza di volontà. Però è anche vero che, tra le cause dell’indigenza, il 35% indica le cattive politiche sociali, il 32% la crisi economica, il 23% il sistema finanziario mondiale, il 20% l’immigrazione e soltanto il 16% la globalizzazione. Quasi nessuno punta il dito sulla sperequazione dei redditi: nella classifica dei Paesi Ocse, Gran Bretagna e Italia sono al secondo e terzo posto dopo gli Stati Uniti. In quella che un tempo era la sesta potenza economica, ovvero noi, i poveri stanno crescendo a ritmi vertiginosi: secondo la Caritas, 8 milioni e 300mila ma una percentuale superiore (17%) si sente socialmente esclusa e dunque preda ghiottissima dei partiti che, come la Lega Nord, giocano sulla vicinanza all’elettorato.

(articolo pubblicato sul settimanale Gli Altri)

 

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