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Lega Nord non t’amo più

23 Set

Ai moltissimi militanti delusi Radio Padania consiglia di diventare democristiani: “Fare politica significa mangiare un cucchiaino di m… ogni mattina”.


«Faccio l’operaio da trent’anni a Torino, voto Lega dal ’91 e per alcuni anni andavo regolarmente a Pontida. Sono ancora militante attivo nelle sezioni leghiste. Ma ora sono deluso dall’alleanza con Berlusconi. Non capisco Umberto Bossi. Ho apprezzato che Calderoli non volesse toccare le pensioni di anzianità, ma da lavoratore turnista l’articolo 8 non mi va proprio giù».

Scovato nella bacheca Facebook di Radio Padania Libera, Mario (il nome è di fantasia) inizialmente preferisce non consegnare il suo malumore ad un giornale che potrebbe pubblicare le sue amare considerazioni sul partito che, a suo dire, «doveva rompere gli schemi della destra e della sinistra portando l’Italia al federalismo». Programma che evidentemente è stato disatteso.

Mario ama ancora la Lega, e il suo è il pudore di un innamorato che non vorrebbe confessare la disillusione. Un sentimento condiviso, tra i leghisti dalla pelle coriacea. Meglio tacere e lavare i panni sporchi in casa propria. Ed è anche la volontà dei vertici del Carroccio: nascondere il dissenso. Il forum di Radio Padania, per esempio, è chiuso permanentemente dallo scorso maggio. I conduttori dell’emittente diretta da Matteo Salvini tentano di ammorbidire le critiche che piovono nelle telefonate in diretta, non ancora filtrate ma poco ci manca. «Io non capisco perché proprio la moglie dell’Umbèrt, che dovrebbe dare il buon esempio, è andata in pensione a 42 anni. E non capisco nemmeno perché il Trota deve diventare il successore naturale di Bossi», si sfoga un ascoltatore leghista doc proprio nel giorno in cui Panorama pubblicava un articolo sulla consorte del grande leader, Manuela Marrone, accusata di avere silenziosamente preso le redini di un movimento allo sbando, al posto del marito ormai offuscato. «Cosa vuole insinuare?», sbotta lo speaker all’ascoltatore indignato, spiegandogli che «fare politica significa mangiare un cucchiaino di m… ogni mattina». Un detto poco elegante, certo, ma molto (molto) democristiano.

Nessun accenno, invece, al motivo che imbarazza maggiormente l’animo dei leghisti: la presenza del giovane e poco carismatico Renzo Bossi a fianco del padre, che al rito annuale dell’ampolla del Po affonda il coltello nel cuore dei militanti: «Dopo di me ci sarà Renzo». Sempre su Facebook un simpatizzante annota sarcasticamente: «La Lega: dalla secessione alla …successione», ed ecco una sequela di sbuffi e controsbuffi di altri frequentatori virtuali che vorrebbero sganciarsi da Berlusconi: «Ci ha tolto l’Ici ma le tasse locali sono aumentate».

Arnaldo esorta tutti ad aprire gli occhi: «I nostri dirigenti della Lega stanno finendo col comportarsi alla stessa maniera. Per che cosa credi che tengono (sic) la poltrona con le unghie e con i denti? Bossi non ascolta più né la base né chi, anche in alto, comincia ad averne le tasche piene. Difendiamo Camorristi e Roma Ladrona (Cosentino e Milanese). Per cosa? I Nostri principi erano ben altri. E non dirmi che sono concessioni per avere qualcosa perchè io personalmente non ci sto. E poi troppe storture. Non si può sopportare il Trota. Se vedessimo una cosa del genere in un altro partito, urleremmo e rideremmo. Ma è il figlio del Senatur… Io non ci sto».

Per evitare che queste sante arrabbiature vengano associate a via Bellerio, la direzione di Radio Padania Libera ha posto un avviso sul proprio sito: la nostra emittente non ha un profilo Facebook, e dunque i commenti non sono attribuibili a noi.

Tacere, tamponare, silenziare. E questo non riguarda soltanto la base. Flavio Tosi, sindaco di Verona e dirigente di peso, rischia l’espulsione dal partito per avere osato chiedere le dimissioni di Berlusconi. Gli fa compagnia – ma senza il rischio di estromissione dal Carroccio – anche la presidente leghista della provincia di Venezia, Daniela Zaccariotto: « Attualmente il Governo non sta rappresentando i reali bisogni della gente. O trova la forza di rinnovarsi con nuove idee e progetti coraggiosi o bisogna andare a casa. E non posso nascondere la delusione anche nei confronti del mio partito».

Perché sono soprattutto i rappresentati degli enti locali, sindaci in testa, a trovarsi tra due fuochi: il diktat della Lega che impone fedeltà assoluta al partito, e l’esigenza di dare ascolto ai cittadini che si lamentano dei tagli impressionanti imposti dal governo e cioè anche dal Carroccio preferito. Attilio Fontana, primo cittadino di Varese e leghista un filo dissidente, voleva marciare nella protesta dell’Anci contro l’esecutivo, ma è stato immediatamente bloccato da Bossi. Zaccariotto, invece, ha sfilato insieme con gli altri. Essendo lontana dal circolo dei leghisti che contano, ha potuto prendersi una libertà che però potrebbe pagare cara, un giorno.

Il fatto è che nel partito si scontrano ormai due fazioni: i bossiani, convinti che l’abbraccio al Cavaliere non può essere sciolto; e i maroniani, che vorrebbero uscire dall’orbita di Berlusconi e badare meglio ad un territorio che sta sfuggendo lentamente di mano. Gian Antonio Da Re, sindaco di Conegliano Veneto (Tv) e segretario provinciale della Lega di Treviso, fedelissimo di Bossi, risponde a Gli Altri minimizzando tutto: «La Lega non è affatto in crisi. È una montatura giornalistica. Gli ascoltatori di Radio Padania si lamentano? Non è detto che siano leghisti. La radio è aperta, saranno quelli del Pd che chiamano per sabotare». E su Tosi il dissidente: «Siamo un unico grande partito, con una linea precisa. Se non ti va bene, sei fuori». Il dogma del va-tutto-bene ha tappato la bocca anche a Giancarlo Gentilini, solitamente vispo e ciarliero. All’indomani della catastrofe delle amministrative aveva commentato: «Ora Bossi dovrà tenere conto di questo voto». L’avete più sentito nominare?

Meno dispotico, paradossalmente, appare Matteo Salvini, ora capogruppo della Lega in consiglio comunale a Milano, invitato spesso alla trasmissione-cult di Telelombardia “Pane al pane” condotta da un esplosivo Roberto Poletti: «L’elettore leghista è, diciamolo, scoglionato. E la Lega è in grave imbarazzo sia per la manovra finanziaria sia per Berlusconi ormai rincoglionito. Salvini, che ne pensa?». E l’europarlamentare, solitamente tirato come un pugile, abbassa la testa: «Se i nostri elettori si lamentano, vuol dire che hanno ragione e dobbiamo ascoltarli». E poi una sfilza di telefonate in diretta di milanesi-padani che si sfogano: la Rc auto è aumentata, gli immigrati non se ne vanno, gli zingari nemmeno, una signora anziana non ha nemmeno i soldi per comperare il Philadelphia, la Lega cosa ha da dire?

«Sono attaccati ai dané, come i democristiani», ci dice al telefono la signora A., milanese altolocata e attivista di Terra Insubre, associazione culturale paraleghista di tendenza celtica «che nessuno conosce perché Roma oscura le identità territoriali». C’è stato un momento nel quale Umberto Bossi aveva dichiarato incompatibile la tessera del Carroccio con quella di Terra Insubre, era questione politica e non ideologica: il movimento nasce a Varese, terra di Maroni, ovvero dell’uomo che potrebbe scalzare il lìder màximo per trasformare la Lega in una forza democratica nazionale, senza folclore né ampolle. E la signora A., che ai raduni sulle rive del Po aveva partecipato con grande entusiasmo, ha deciso che forse dalle prossime elezioni, dopo vent’anni esatti di militanza, non voterà più il partito «che mi aveva aperto gli occhi». «Sa, io facevo l’interpete per top manager, la politica mica mi interessava. Poi è arrivato il Bossi e mi sono sentita capita: non ero italiana, ero e sono milanese-lombarda. Questo conta, ancora oggi. Ma questi si sono romanizzati, sono andati nella Capitale, hanno visto le poltrone e non hanno capito più nulla».

Ai piani alti tocca alla senatrice Angela Maraventano, lampedusana e leghista, dare un un colpo di spugna alle malelingue che vorrebbero il Carroccio pronto ad afflosciarsi: «Io non ho proprio questo sentore. La Lega è viva e vegeta, e Bossi è il mio leader. Per i prossimi cent’anni». E la gestione dei migranti che approdano a Lampedusa? «Maroni è un ottimo ministro, non mi faccia dire altro». E dire che Maraventano, sull’isola, è invisa persino a coloro che l’hanno votata.

Il sorriso a denti stretti dei vertici non convince affatto la base. L’adunata veneziana di domenica scorsa, con l’urlo bossiano che annuncia un referendum per la secessione della Padania e accontenta i militanti mettendo in dubbio la durata le governo, non è mai parsa così sbiadita. E nel giorno della festa dei popoli, durante il prelievo dell’acqua del Po, Radio Padania mandava in onda una trasmissione sulle verruche e poi un approfondimento sullo stalking di condominio. Microfoni irrigiditi, nella radio che un tempo accoglieva bestemmie, ruggiti indipendentisti e clamore barbaro contro gli immigrati.

Ad un Salvini sempre più cupo e scomodo negli studi di Telelombardia, il perfido Poletti regala una ultima telefonata in diretta. È quella di Graziella, milanese anche lei delusa: «Volevo una Padania libera, ma credo che morirò senza realizzare il mio sogno».

 

(reportage pubblicato oggi sul settimanale Gli Altri)

 

 

2 Risposte to “Lega Nord non t’amo più”

  1. olalla 10 ottobre 2011 a 17:28 #

    mario è un nome di fantasia perchè sulla pagina dei fan di RP non c’è nulla del genere… e… l’invenzione non rende.. questo blog ha il naso lungo e la gambe corte come le bugie. Non è un bel vedere.

    • Laura Eduati 10 ottobre 2011 a 18:52 #

      Anche il suo, vedo, è un nome di fantasia. Il mio invece è reale, come sono reali i commenti delle persone intervistate e/o delle quali ho riportato i commenti scritti su Facebook. Il pezzo risale ad un mese fa, e le assicuro che c’era proprio scritto così, sulle bacheche di Radio Padania Libera. E Mario ha un nome è cognome. Se desidera mi contatta privatamente e glielo fornisco: laura.eduati@gmail.com.
      Peraltro non ho nessun interesse a riportare cose false.

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