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Su Cristina, ancora

29 Set


A soli cinque giorni dall’apertura del blog di Cristina, penso di dovere fare ulteriori chiarimenti. Il blog ha ottenuto un numero strepitoso di contatti, numerosi commenti di incoraggiamento e anche critiche. Mi occuperò di queste ultime.

La critica più pressante è quella che il racconto di Cristina rischia di mettere in discussione l’intero sistema dei centri antiviolenza. Non è così, anche se può sembrare. Cristina non è eterodiretta, e non risponde ad alcuna logica complessiva. E’ stata lei, insieme con altre donne, a firmare una lettera di protesta per le umilianti condizioni di vita nel centro di Torre Spaccata (Roma) quando questo era gestito dalla cooperativa Virtus. Cristina ammette che, una volta trasferita in un’ altra struttura di accoglienza per donne maltrattate, la sua vita è migliorata e ha smesso di subìre abusi di potere. Però dice, apertamente, che nemmeno il nuovo centro antiviolenza ha saputo darle quello che veniva promesso ovvero un sostegno psicologico e lavorativo.

I centri antiviolenza ricevono sempre meno finanziamenti dallo Stato e la scarsità di servizi offerti dipende certamente anche da questo. Eppure Cristina e le altre sue amiche conosciute in queste strutture-dormitorio raccontano episodi che non sono direttamente riconducibili alla mancanza di risorse materiali, e che dipendono da un fattore puramente umano: la preparazione delle operatrici, l’atteggiamento delle responsabili dei centri che hanno conosciuto, l’impostazione quasi manichea delle associazioni che si occupano di violenza sulle donne. Impostazione che spesso si traduce in un aut-aut: o ti comporti esattamente come diciamo, oppure non riceverai altro aiuto.

Irina, della quale Cristina ancora non ha parlato, ha rischiato di perdere il figlio perché usciva talvolta dal centro per vedere il suo nuovo compagno, e lasciava il bambino di nove anni da solo nella stanza. Le operatrici l’hanno minacciata di toglierle il figlio e di darlo in affido o, peggio, in adozione. Le donne che hanno conosciuto Irina possono fornire molti dettagli sul rapporto stretto e amorevole tra Irina e il suo bambino, che sicuramente avrebbe sofferto moltissimo a causa di questo allontanamento.

Irina è scappata dal centro Maree del Trullo (Roma) proprio perché temeva di non vedere più suo figlio. Ha dovuto scegliere: rimanere mamma oppure accettare le regole delle operatrici. E ha scelto di rimanere mamma.

Dunque la critica non va all’accoglienza (doverosissima e giusta) alle donne che sono rimaste stritolate dalla violenza in famiglia. Come il sistema dell’asilo, giusto ma carentissimo, così anche quello dei centri per donne maltrattate va migliorato e non vedo alcuno scandalo nel dirlo.

Peraltro non è un caso se un gruppo di psicanalisti, molto sensibili alle tematiche sociali e che collaborano con un centro antiviolenza di Valmontone, abbia sollevato la questione della formazione delle operatrici che si trovano alle prese con persone sicuramente difficili da trattare perché traumatizzate. Molto velatamente, questi psicanalisti suggeriscono di dare maggiore spazio al recupero psicologico e non soltanto all’indicazione di una strada uguale per tutte.

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