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Voglio un figlio! No, tu no

3 Ott

Mentre seguite il blog di Cristina e la sua inchiesta sulle operatrici sadiche del centro antiviolenza di Torre Spaccata, quando era gestito dalla cooperativa Virtus, ecco un reportage sul limite di 43 anni che le Regioni vorrebbero imporre alle donne in cerca di un figlio in provetta

Tempo pochi secondi e l’avvocata Ileana Alesso, promotrice dello smantellamento di alcuni punti della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, è già pronta per una nuova battaglia legale. «Fissare un limite di età improrogabile dicendo alle donne che, compiuti i 43 anni, la sanità pubblica non rimborserà le spese per eventuali cicli di fecondazione artificiale è senza dubbio incostituzionale. E noi, se sarà necessario, siamo pronte a tornare in tribunale per abbattere questo nuovo limite».
La decisione che provoca tanto furore giuridico è quella del tavolo interregionale sulla sanità che, pare, approverà presto una linea omogenea a livello nazionale fissando a 42 anni, 11 mesi e 29 giorni l’età delle donne infertili che possono accedere all’aiuto medico nella procreazione presso le strutture sanitarie pubbliche. Questo significa che le coppie desiderose di tentare ancora dopo quel limite anagrafico – parliamo di coppie poiché in Italia è vietato a single e conviventi tentare un concepimento artificiale – dovranno pagare la prestazione sanitaria, rimanendo nel pubblico o rivolgendosi alle cliniche private dove, è chiaro, è possibile diventare mamme anche a 50 anni se dio e la provetta lo concedono.
Insomma, non è detto che la questione sia etica come invece fu etico il concepimento della legge 40 che all’ origine imponeva l’impianto di tre embrioni, non uno di più non uno di meno, nel grembo delle donne che sfortunatamente non riescono a rimanere incinte naturalmente (i figli sono figli di un atto d’amore e unire un ovulo con uno spermatozoo in una provetta non è un atto d’amore, diceva Giovanni Paolo II); e vietava la diagnosi pre-impianto e dunque la possibilità di scartare gli embrioni portatori di malattie genetiche gravi; e vieta, ancora oggi, il ricorso a gameti di donatori, ovvero ovociti e sperma provenienti da persone esterne alla coppia dei futuri genitori.
Ileana Alesso da tempo si occupa di procreazione medicalmente assistita. Ha scritto anche un libro con gli avvocati cassazionisti Marilisa D’Amico e Massimo Clara, “La cicogna e il codice”. Ha curato le denunce di singole coppie che, vessate dalla legge 40, si sono rivolte al tribunale per ottenere il riconoscimento del diritto alla salute che quella normativa, invece, stropicciava senza pietà. È convinta che il limite dei 43 anni, non ancora approvato, «sia determinato dall’esigenza di contenere la spesa pubblica a detrimento delle donne». E sfodera la sentenza 151 della Corte costituzionale che ha sgretolato il limite di 3 embrioni per ogni ciclo di riproduzione assistita: «Quella sentenza è fondamentale perché stabilisce che lo Stato non può emanare una normativa identica per tutti i cittadini, quando si tratta di salute. Perché ogni persona è differente, reagisce alle cure in maniera diversa, e deve potere ricevere un trattamento ad hoc. È come se dicessimo che gli interventi alle coronariche sono gratuiti soltanto dopo i 60 anni, non ha senso». Alesso, che vive e lavora a Milano ed è componente della segreteria nazionale dell’Udi, sa che un possibile ricorso alla Corte costituzionale darebbe ragione alle donne over 42 escluse dalla nuova normativa.
Non è mai stato tenero con la legge 40, Carlo Flamigni. Anzi. Nelle lotte per il referendum che nel 2005 avrebbe dovuto abrogarla, si è trovato dalla stessa parte di Alesso, dalla parte specialmente delle pazienti. Eppure trova assolutamente sensato porre un limite al ricorso alla fecondazione assistita: «Il fatto è che dopo il 43mo anno di età non esistono statistiche sulle percentuali di successo e sulle gravidanze che davvero vanno a buon fine. E non lo dico io, lo dice l’intera comunità scientifica. Negli Stati Uniti il limite è fissato a 44 anni, ma è praticamente identico a quello proposto ora dalle Regioni». Dunque non ha senso consigliare una donna di 43 -44 anni a ripetere i tentativi di fecondazione assistita? Sono soldi buttati via anche se viene scelta una clinica privata? «Mi occupo di questo ambito, come sa, da 25 anni. E si ricordi di scrivere che stiamo parlando di donne che usano ovociti propri, dato che in Italia è vietato utilizzare ovociti altrui. Ebbene, nella mia lunga esperienza ho avuto una sola donna di 46 anni che è riuscita a portare a termine una gravidanza, nessuna che ne avesse 45, molto poche a 44, e poi a scendere diventano naturalmente molto numerose. Io credo che sia giusto non sprecare soldi pubblici quando la possibilità di riuscita è così bassa. E non dovremmo nemmeno sottovalutare il fattore umano: è crudele fornire false speranze a donne che vorrebbero diventare mamme».
Il web – ovvero il mondo – è pieno di queste donne che vorrebbero diventare mamme alle quali il ginecologo Flamigni a malincuore sconsiglia di insistere. In Cercounbimbo.net il forum è dedicato proprio alla rabbia contro quei medici, spesso uomini, accusati di non supportare la scelta delle pazienti ormai ultraquarantenni.  «Tutte conosciamo qualcuna che è diventata mamma in modo naturale alla nostra età e non è mai stato uno scandalo. Perchè per noi deve essere considerato solo un capriccio? Fino ai 40 è un diritto, poi improvvisamente diventa una cosa immorale della quale molti medici non si vogliono rendere complici. Io devo lottare continuamente sia con il mio ginecologo che con il mio medico di base. E allora sapete cosa vi dico? Non smetterò mai di lottare. Io mi sono sposata a quarant’anni. E mi sento come una sposina di vent’anni. E sogno dei figli. E qualcuno mi deve spiegare cosa c’è di immorale in questo nostro desiderio» scrive Milena, che ha dovuto sopportare – naturalmente per scelta – tre tentativi di fecondazione in vitro.
Se qualcuno mai se ne fosse accorto, siamo arrivati fino a questo punto dell’articolo senza menzionare le cosiddette maternità nonnesche, donne che partoriscono anche a 60 anni e che per questo finiscono sulle cronache dei giornali. Nessuna di queste rimane incinta naturalmente, anche se esistono neomadri di 48 anni e addirittura 50 anni che, pensando di non essere più fertili, improvvisamente si ritrovano con un figlio. Le mamme-nonne italiane, invece, ricorrono sempre all’ovodonazione all’estero. Sono almeno 10 ogni anno. Fanno le valigie e si trasferiscono per qualche settimana presso una clinica dove è possibile usare gli ovociti di donne giovani. E riescono ad avere un figlio, incuranti degli scandali e della malelingue. Lo farebbero in Italia, se questo fosse possibile.
I ginecologi italiani, Flamigni in testa, stanno attendendo l’esito di un ricorso presso la Corte europea per i diritti dell’uomo, che dovrà decidere sulla normativa austriaca secondo la quale è illegittimo ricorrere alla fecondazione eterologa. Se la Corte darà ragione alla coppia austriaca che ha promosso il suo intervento, allora anche la Corte costituzionale italiana dovrà pronunciarsi su questo limite della legge 40 e consentire finalmente l’utilizzo di gameti non appartenenti alla coppia. Il turismo procreativo, orribile termine e orribile realtà, finirebbe come d’incanto. Perché poi, come al solito, è questione di soldi. Soltanto coloro che se lo possono permettere si dirigono verso gli altri Paesi europei, gli altri rimangono a casa accarezzando il sogno di un bambino. Che non è esattamente un desiderio qualunque.
«Il limite di 43 anni non ha senso», ci risponde Pasquale Bilotta, ginecologo e responsabile della clinica privata romana Alma Res, specializzata in fecondazione artificiale. «Non ha senso perché una donna di 43 anni può essere biologicamente più giovane di una donna di 38 anni, l’età anagrafica non conta nulla. Conta la qualità degli ovociti, e non la carta di identità». Un ciclo completo presso l’Alma Res costa 4500 euro. Ai quali devono essere aggiunti i farmaci. Se dovesse passare la regolamentazione proposta dal comitato interregionale sulla sanità, le pazienti che hanno compiuto 43 anni non potranno più farseli rimborsare. Nemmeno se si rivolgessero alle strutture pubbliche.
A margine di tutto il discorso rimane l’età degli uomini che diventano padri in età che definire avanzata spesso è un eufemismo. Se è vero che l’unico corpo a sottomettersi alle cure sanitarie in questo caso è quello femminile, è altrettanto vero che nessuno, o quasi, ha mai aperto bocca sul fatto che un settantenne possa tenere in braccio un figlio neonato. Il desiderio di maternità va coniugato con il desiderio di paternità: entrambi possono arrivare molto tardi. A questo proposito Alesso ci tiene a puntualizzare: «Personalmente non sono d’accordo con le gravidanze delle mamme-nonne , mi paiono molto egoiste. Qui però non stiamo parlando di mettere un limite, chessò, a 48 anni. A 43 anni molte donne hanno appena cominciato a pensare alla maternità». Già. Un po’ tardi. Non è colpa loro. Oppure sì. Questione molto difficile, e la legge 40 davvero non è parte in causa all’interno del ragionamento.

Una Risposta to “Voglio un figlio! No, tu no”

  1. padremancato 10 ottobre 2011 a 16:41 #

    Mi chiedo quanto abbia contribuito ai fini della stesura della legge 40, come per tante altre leggi, il fatto, incidentale, che il Vaticano abbia sede proprio nella nostra penisola.

    Ricordo inoltre, a tale proposito, la prima parte dell’articolo 7 della Costituzione Italiana:

    “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.”

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