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Le donne violente del centro antiviolenza

10 Ott

Questo articolo ha un inizio ma non ha una fine, e ciò accade perché parla di un blog che è una storia, è una vita, è un’inchiesta in divenire.
Il blog è vitadicristina.wordpress.com ed è la creazione binaria di una ragazza sfuggita alle mani strangolatrici del padre e di una giornalista che ancora deve definire che cosa sia il blog di Cristina, la vita di Cristina, l’inchiesta su Cristina.
L’idea, in ogni caso, è di Cristina. Insieme con altre donne vuole raccontare, con enorme spirito di giustizia, quello che è successo nel centro antiviolenza di Torre Spaccata (Roma) nell’autunno del 2010 quando la struttura era ancora gestita da una cooperativa vicina alla giunta di Gianni Alemanno, la Virtus onlus. «Non c’era cibo sufficiente, le operatrici rubavano la spesa che era destinata alle ospiti, mancavano le coperte, non abbiamo mai ricevuto assistenza legale personalizzata, né inserimento lavorativo o sostegno psicologico nonostante il centro promettesse tutto questo», raccontano. E poi: «Ci dicevano che eravamo malate di mente, ci mandavano dallo psichiatra soltanto perché piangevamo. Ma noi eravamo depresse perché ci sentivamo in carcere, e non per le botte che avevamo ricevuto in famiglia. Alcune donne ospiti con figli hanno deciso di tornare dal marito manesco perché, dicevano, almeno i loro bambini avrebbero potuto mangiare. Un’altra donna, Fatima, è stata cacciata dal centro dopo che aveva protestato perché alcuni suoi averi erano spariti».
Cristina è la più giovane, ha soltanto ventun’anni. A Torre Spaccata ha conosciuto Irina, una quarantenne dal carattere scarmigliato e furente, e Carmen, più riflessiva ma accorta come una detective. Carmen, per dire, registra ogni conversazione al cellulare e scatta foto che un giorno varranno come prova. Insieme hanno scritto una lettera al Comune denunciando il sadismo delle operatrici e della responsabile, Maria Teresa Rossi. Sono scattate le ispezioni del Campidoglio e dopo appena dieci mesi dalla gara d’appalto la struttura è tornata nelle mani di Differenza Donna, che da tempo immemore si occupa degli abusi famigliari nei confronti delle donne ed è un punto di riferimento per il femminismo della Capitale.
L’happy end è fuori discussione. Almeno per il momento. Dopo quella lettera, scritta agli inizi di ottobre dello scorso anno, Cristina ha trovato ricovero nel centro antiviolenza di viale Pamphili, mentre Irina e Carmen sono state ospitate al centro Maree del Trullo. Entrambe le case di accoglienza sono gestite da Differenza Donna. Le tre donne raccontano di avere trovato una atmosfera più morbida, cibo migliore e una sollecita preoccupazione delle operatrici. Ma soltanto fino ad un certo punto. Vale per tutte la vicenda di Carmen, che dopo appena un mese al centro Maree prende l’aereo e raggiunge il suo Paese poiché la madre è grave all’ospedale. «Parlai con la responsabile del centro e con l’avvocata che mi seguiva, appartenente a Differenza Donna. Dissi loro che non sapevo quando sarei tornata ma che volevo tenermi informata sull’iter del processo contro l’uomo che mi aveva sequestrata. Dal mio Paese per mesi tentai di contattare sia il centro sia l’avvocata, ma non ottenni mai risposta. Così ad un certo punto mi sono rivolta alla mia ambasciata a Roma perché mi aiutassero. La console mi scrisse che aveva contattato il centro, ma che secondo la responsabile mi ero comportata molto male perché ero sparita e dunque non ero più considerata una donna da aiutare». Non solo. Quando Carmen torna in Italia e contatta la sua avvocata, questa le risponde in malomodo: «Io seguo soltanto le donne ospiti del centro antiviolenza, e tu ormai te ne sei andata».
Cristina, nome di fantasia ma persona reale con pelle liscia come un’albicocca, capelli stirati con la piastra e scarpe Adidas, vuole scrivere tutto questo. Senza timore. Il blog è nato nel pomeriggio di domenica 25 settembre e in pochi giorni ha guadagnato migliaia di contatti. Ogni volta che guarda lo schermo e si rilegge, dice: «Che bello». Il blog è anche un esperimento a metà tra giornalismo e vita, ed è quella che chiamerei un’inchiesta a puntate. Per mesi ho cercato prove e conferme ai racconti delle tre donne, insieme a loro ho contattato una quarta testimone, che a sua volta sta cercando altre due ex ospiti che sicuramente vorranno descrivere le umiliazioni quotidiane e la mancanza di cura del centro di Torre Spaccata all’epoca della Virtus. Ogni informazione, come si dice, viene vagliata dall’occhio giornalistico. E dunque quello di Cristina è un blog a due, ma è anche un lavoro collettivo, e Carmen e Irina fanno parte a pieno titolo di una redazione bislacca eppure efficiente. Una redazione mobile, che segue i loro movimenti da un dormitorio Caritas all’altro, da una città all’altra, alla ricerca di un posto di lavoro, in fuga dagli uomini che le hanno picchiate e che continuano a rimanere sulle loro tracce. Cristina ancora riceve le chiamate del padre che si dice pentito e contrito di averla quasi asfissiata con le sue mani, mentre Carmen ha ottenuto un ordine di protezione visto che il 65enne che l’ha tenuta segregata per tre mesi nel suo appartamento le ha promesso di raggiungere la sua famiglia in Sudamerica per ammazzarle la figlia di 4 anni.
Il blog ha un inizio ma non una fine perché non esiste una tesi da dimostrare. Cristina non vuole attaccare il sistema di accoglienza delle donne maltrattate nel suo complesso, né pensa che questi centri dovrebbero essere chiusi per incapacità manifesta di dare una mano alle vittime di violenza domestica. Scrive di episodi circostanziati, comportamenti gravissimi di persone che hanno un nome e un cognome, denuncia di avere ottenuto soltanto un letto e un pasto caldo e nulla più. Recentemente si è rivolta al movimento Action perché alla ricerca di un alloggio, «in un’ora di colloquio con loro ho ricevuto più informazioni sulla residenza fittizia e la possibilità di accedere agli alloggi protetti di quante ne avessi avute in mesi nei centri antiviolenza». Aveva bisogno, Cristina, di un semplice documento che attestasse la sua permanenza nella struttura di viale Pamphili, le operatrici non credevano che questo le servisse e ci sono voluti tre appuntamenti per ottenere un foglio necessario per l’iscrizione all’anagrafe. «Io non capisco perché assumono questo atteggiamento così indisponente nei confronti miei e delle donne che hanno bisogno del loro aiuto». A volte questi atteggiamenti implicano liti, urla, ordini impartiti con voce grossa.
Una professionista che per anni ha lavorato nei servizi sociali ci ha fornito una spiegazione illuminante: «Bisognerebbe chiedersi quale sia la formazione delle operatrici che stanno a contatto con donne traumatizzate dalla violenza domestica. È come se si aspettassero, da queste donne, un comportamento logico e conseguente. Ma dovrebbero ricordarsi che queste donne sono appena scappate di casa, sono scompensate, possono anche diventare aggressive o poco collaborative. In questi casi le responsabili dei centri antiviolenza dovrebbero capire che proprio in quel momento occorre mantenere la barra dritta e offrire maggiore sostegno».
In una intervista riportata sul blog, Carmen dice: «Se non fai quello che le operatrici dicono, si arrabbiano». La questione, pare, non è soltanto di rapporti umani tra le donne ospiti e le donne che lavorano per aiutarle e che – chiariamolo – spesso sono animate da buona volontà. Perché questi centri promettono sostegno legale, psicologico, lavorativo se poi questo nella maggior parte dei casi non avviene?
Per il momento, il blog di Cristina è concentrato sulla cooperativa Virtus. Abbiamo chiamato la sede di questa onlus numerose volte, chiedendo di parlare con il presidente Enrico Sanchi e con la ex responsabile del centro Maria Teresa Rossi. Mai ci è stato permesso di farlo. Anche il solo tentativo di chiedere spiegazioni, comunque, riempie di soddisfazione Cristina. Perché qui entra in campo la sua vita, ovvero ciò che sfugge all’indagine giornalistica e che normalmente farebbe da contorno ad una inchiesta. Il blog rovescia esattamente il rapporto tra giornalista e protagonista delle vicende narrate. È Cristina che decide cosa scrivere, come scrivere e quali dettagli privati divulgare o omettere. Se la parte cosiddetta investigativa e di verifica dei fatti viene lasciata quasi completamente alla giornalista, è lei a fungere da direttore ed è lei a scegliere i passi del racconto-inchiesta.
Così nel blog finiscono anche le canzoni che ama, Antonacci e Ramazzotti sopra ogni cosa, lo sfratto dall’appartamento che occupa da alcuni mesi, i dialoghi con il fidanzato, la voglia di risentire la voce della madre, l’iscrizione ai corsi serali per ottenere la licenza elementare e media che il padre non le ha permesso di conseguire a suo tempo. È un peccato che non possa venire registrata e ritrasmessa la sua risata. Cristina ride molto, e la sua non è una storia soltanto lacrimosa.
Sono arrivate critiche secondo le quali il suo blog trasmette una sensazione di inautenticità, e che usa un linguaggio banale, uffa la solita storia della ragazza che poteva fare la fine della pakistana Hina Saleem, con un padre violento e autoritario, la voglia di indossare le minigonne e farsi un piercing. Verrebbe da rispondere che Cristina non è la sceneggiatura di un film sulle donne migranti che si ribellano al patriarcato della cultura di origine, e la sua originalità – semmai ci fosse – è proprio nel fatto che il suo blog registra un movimento, una transizione, uno sforzo che potrebbe andare a buon fine, oppure no. Non è, insomma, un racconto a posteriori ma un racconto in divenire che non ha morale, né vuole diventare un paradigma.
Per riprendere l’attacco di questo articolo, vitadicristina.wordpress.com è iniziato il 25 settembre e potrebbe chiudere tra pochi giorni, oppure mai, oppure a Natale. Chissà. Sarà Cristina a decidere:«Sono pochissime le persone che conoscono la mia vera storia, intendo nella mia vita reale. Non è che dico a tutti: ehi, guardate che mio padre voleva ammazzarmi e sono finita all’ospedale. Un giorno, penso, vorrò dimenticare. Però ho paura di quel momento, perché significa che sarò contenta della mia vita e mio padre mi diceva sempre che semmai fossi riuscita a scappare di casa un giorno mi avrebbe raggiunta, quando meno me l’aspettassi, e avrebbe distrutto tutto».
(Cristina, Carmen e Irina sono nomi di fantasia. È una cautela doverosa nei loro confronti).
– articolo pubblicato sul settimanale Gli Altri –

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