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Un giorno gli “indignados” ringrazieranno Zapatero

11 Ott

Doveva ancora compiere 44 anni, José Luis Rodriguez Zapatero, quando nel 14 marzo 2004 vinse per la prima volta le elezioni riportando i socialisti al governo dopo otto anni. Appena tre giorni prima, l’11 marzo, era scoppiate le bombe nei treni della stazione madrilena di Atocha: quasi 200 morti, e centinaia di feriti.

 José Marìa Aznar, che era sicuro di vincere il suo terzo mandato consecutivo, commise un errore fatale: ad un popolo terrorizzato e dolente raccontò che a commettere l’attentato era stata l’Eta. I primi rilievi scientifici smascherarono subito la bugia, e la Spagna intera corse a votare quell’oscuro dirigente socialista sul quale nessuno avrebbe scommesso una peseta.

Zapatero non si aspettava di stravolgere i pronostici. Aveva condotto una campagna elettorale gentile ma non incisiva, nei manifesti elettorali si faceva chiamare ZP (zeta-pé), i vignettisti prendevano in giro le sue sopracciglia arcuate. Lo chiamavano “el soso”, l’inconsistente. E tuttavia, prima ancora che scoppiassero le bombe, aveva deciso opportunamente di cavalcare il pacifismo che percorreva le vene dei suoi concittadini. A milioni, nel 2003, erano scesi in piazza per protestare contro la guerra in Iraq e la partecipazione della Spagna nell’occupazione. Gli attentati di Al Qaeda convinsero definitivamente gli spagnoli che Aznar ne era il responsabile ultimo.

 

ZP ereditò un Paese in grande crescita economica, un treno veloce se paragonato alle lenti littorine europee, l’entusiasmo economico faceva prevedere finalmente un futuro roseo. Sognava, José Luis, una Spagna laica, moderna, ricca, solidale.

 

Nei primi quattro anni di governo è diventato un caso nella politica mondiale e un riferimento per la sinistra europea in crisi. Un esecutivo composto al 50% da donne capaci e competenti, una legge contro la violenza di genere, nozze per gli omosessuali. Uno stravolgimento della cultura reazionaria cattolica.

 

ZP pensava che fosse giunto anche il momento di fare i conti con la Transizione dal franchismo alla democrazia, processo mai compiuto e che riapre ancora oggi ferite lancinanti. Varò una legge sulla memoria, si scontrò con innumerevoli resistenze per riaprire le fossi comuni, la più celebre è quella di Garcìa Lorca. I detrattori dicevano che il premier spagnolo era buono soltanto per fare leggi a costo zero, e che lasciasse perdere l’economia. Intanto la Spagna cresceva, i socialisti si sentivano forti come all’epoca di Felipe Gonzalez, i conservatori del Partido Popular sembravano destinati all’eterno secondo posto con una guida pallida ed evanescente come Mariano Rajoy, sconfitto per la seconda volta da Zapatero alle generali del 2008.

 

In soli quattro anni il primo ministro spagnolo, che dedica quasi ogni discorso al nonno ucciso dai franchisti durante la Guardia Civil, aveva davvero cambiato il volto della Spagna. Zp piaceva, forse più all’estero che in patria, perché tratteggiava una visione del Paese a lungo termine che non si limitava soltanto al bilancio oppure alla mera amministrazione economica, ma tracciava un perimetro ideale nel quale ciascun cittadino poteva riconoscersi. Un patto con gli spagnoli che è riuscito a conquistare per la prima volta anche i Paesi baschi, governati perennemente dai nazionalisti e che grazie a Zapatero sono diventati a maggioranza socialista.

 

Agli italiani laici dava soddisfazione, soprattutto, vedere come il primo ministro di un Paese cattolico non facesse caso alle proteste dei vescovi e del Vaticano contro le leggi laiche e progressiste. Ultima, in ordine di tempo, la definitiva depenalizzazione dell’aborto. Fino al 2010 le spagnole potevano abortire soltanto dopo una visita psichiatrica.

 

Tuttavia ZP ha compiuto un errore di prospettiva. Non ha intuito in tempo la portata della bolla immobiliare scoppiata nel 2007: accanto a notevolissime opere infrastrutturali – aeroporti, metro, autostrade che hanno per sempre cambiato la Spagna – il suo governo non ha saputo porre freno alla dissennata cricca del mattone che in pochi anni ha cementificato un Paese enorme e (ormai non più) vuoto. Prima della crisi dei subprime, gli iberici hanno dovuto fare i conti con il crack delle prime, seconde, terze case. A milioni sono rimaste invendute, proprio quando il precariato mordeva la vita dei giovani costretti a rimanere in casa con i genitori perché, come i coetanei italiani, non riescono a trovare un mestiere sufficientemente stabile e retribuito. A questo, ZP, non ha posto se non un debole rimedio: concedere soldi a pioggia per ragazzi e ragazze, contributo poi azzerato a causa della doppia crisi economica.

Le migliaia di persone in piazza sono le stesse che, nel 2004, urlavano a Zapatero “non ci deludere!” durante il suo primo discorso da futuro capo del governo il 14 marzo 2004. Purtroppo il premier socialista ha deluso e le mobilitazioni di Puerta del Sol, prima ancora che il segnale di una primavera spagnola, sono il vero marchio della sua sconfitta. Una sconfitta ingiusta, anche.

Perché se è vero che ZP non è riuscito a governare economicamente la Spagna – e di questo sicuramente gioisce la vecchia guarda socialista che, come Felipe Gonzalez, non ha mai digerito questo uomo pacato diventato leader quasi per caso e che, così giovane, ha azzerato i vertici del partito preferendo donne e giovani – è altrettanto vero che pochi politici mondiali, come Zapatero, hanno saputo impregnare della propria visione politica un’intero Paese portandolo alla modernizzazione delle idee e non soltanto dei ponti, delle ferrovie e degli ospedali.

 

E’ per questo che, sia come sia, quei giovani che si sono accampati giorno e notte nella piazza centrale di Madrid dovrebbero un giorno rivolgergli un caloroso “gracias”.

 

 

 

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