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Er Pelliccia sono io

27 Nov

Intervista a Fabrizio Filippi, il ragazzo immortalato mentre lancia un estintore contro la polizia il 15 ottobre. Alla fine del colloquio, rimasti soli, mi chiede tutto orgoglioso: “Che dici? C’ho muscoli in quella foto eh?”. L’intervista è stata pubblicata dal settimanale Gli Altri

Fabrizio Filippi, ventitré anni, conosciuto universalmente come Er Pelliccia, entra nello studio dell’avvocato Vincenzo Gambera con Iside al guinzaglio. È una cagnetta trovatella di quattro mesi, che durante l’intervista si addormenta in braccio alla madre Ornella Zuchi. Quello che segue è un colloquio vigilato: Fabrizio e la famiglia trovano insopportabili i giornalisti e i fotografi che si appostano davanti alla loro casa di Bassano Romano (Viterbo) per rubare parole e immagini a questo ragazzo immortalato mentre lancia plasticamente un estintore durante gli scontri del 15 ottobre a piazza San Giovanni. Dopo quel celeberrimo scatto era riuscito a fuggire, si era tolto la maglietta dal volto ed era tornato pimpante in prima linea, accanto alla camionetta dei Carabinieri in fiamme. Un fotografo consumato gli aveva urlato di mettersi in posa, ed ecco la seconda immagine: Fabrizio in primo piano con un’espressione di trionfo e un gesto di beffa contro la polizia. Quello scatto gli è valso 23 giorni di carcere. Dal 10 novembre è tornato a vivere con i genitori e la nonna Melissa, e l’obbligo di firma tre volte la settimana. È accusato di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale. Rischia, se verrà rinviato a giudizio, dai 3 ai 10 anni di galera. E ha paura, naturalmente. «Sono il Fantozzi della situazione», ha detto qualche tempo fa. Hanno preso lui, uno nel mucchio.

Di persona è diverso da come appare nell’immagine. Lì proteso nel gesto aggressivo, a petto nudo come un atleta, lo sguardo vittorioso. Nello studio di Ronciglione è gentile, educatissimo quando chiede una sigaretta e si preoccupa di non intossicare l’avvocato. Un ragazzo che sa di avere fatto una bravata. L’impressione personalissima della cronista è che, nonostante tutto, l’adrenalina di quel lancio scorra ancora nelle sue vene facendolo vibrare. Come un fuoco d’artificio che ha illuminato la sua esistenza forse monotona, spogliandolo dell’anonimato in modo brutale ma vivido. Una vividezza che, lo sa, potrebbe mandarlo in cella. E per questo, nelle viscere, si pente. È la sua linea d’ombra.

Mamma Ornella fuma in continuazione, maledice «la tortura delle interviste». Ripete, mentre ascolta il figlio rispondere: «È sensibile e sono orgogliosa di lui». Hanno acconsentito a queste domande soltanto perché non affrontano l’aspetto giudiziario della vicenda. È l’ultima volta che incontrano i taccuini, dice Fabrizio. Poi il silenzio, almeno finché il percorso giudiziario non sarà concluso.

 

Che cosa ti mancava maggiormente quando eri in cella, a parte la tua famiglia e gli amici?

Giocare a biliardo. Sono un fenomeno, nella sala giochi di Bassano Romano. E poi le passeggiate con Lola e Iside, le mie cagnoline. Fortunatamente nella mia cella c’era un uomo sulla quarantina, soprannominato Er Capoccione, che mi ha preso sotto la sua ala protettiva. Mi ha fatto coraggio, mi ha insegnato a muovermi all’interno del carcere, un ambientaccio. Mi rifaceva persino il letto. Gli scriverò presto una lettera per ringraziarlo. La sera, prima di addormentarmi, pensavo a mia madre, a mio padre, e fingevo che fossero il mio cuscino e le mie coperte.

 

In quei 23 giorni hai letto anche “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Perché ti sei iscritto a psicologia?

Nel gruppo di amici sono quello che ascolta i problemi degli altri. Mi piace dimostrare alle persone che spesso le difficoltà sono bazzecole, nel senso che molte volte gli ostacoli non esistono.

 

Nei primi giorni del tuo arresto hanno scavato nei social network e hanno scoperto che cerchi ragazze online. Niente di male. Ma cosa pensi delle tue coetanee?

Mi stai chiedendo se ho dei tabù?

 

Non solo.

Non capisco questa domanda. Le mie amiche sono come me, sono ragazze che vivono in un piccolo paese di provincia e sperano di avere un buon futuro. Le donne hanno combattuto una lunga e giusta battaglia per i diritti, ma non ci sarà mai una parità perché uomini e donne sono diversi, ed è questa diversità che rende bello l’incontro. Penso che, invece, molte siano diventate dei piccoli uomini. Non devono imitare i maschi, devono rimanere donne. Insomma non mi piace che dalla parità si passi alla supremazia e non mi piace quando le donne strumentalizzano il loro corpo, come nel bunga bunga.

 

Ed essere uomo cosa significa per te?

Essere coerente.

 

La tua foto col lancio dell’estintore è ormai diventata un classico. Che cosa provi quando la rivedi?

Mi lascia sbigottito il modo nel quale è stata utilizzata dai giornalisti. E comunque è un gesto che non mi rende orgoglioso. Ho sbagliato, ed ho contribuito a rovinare una manifestazione. Quella foto non mi rappresenta. E mi fa venire in mente una citazione che ho letto da qualche parte: “Tutti guardano la rabbia del fiume in piena e non la forza degli argini che la costringono”.

 

Eri insieme a migliaia di ragazzi che, come te, volevano spaccare tutto. È solo rabbia?

È malessere, un malessere profondo. La violenza è l’arma di chi non ha niente da dire.

 

Nel frattempo si è dimesso Berlusconi. Sei nato nel 1988 e dunque…

…Dunque Berlusconi ha attraversato tutta la mia esistenza. Ma è l’ultimo dei miei problemi.

 

Vuoi dire che la politica non ti interessa? O che non ti senti rappresentato da nessuno?

La politica vera non è quella che vedo. Politica significa “governo della città”, ovvero azioni concrete. Mi ispira fiducia Nichi Vendola, ma anche Beppe Grillo. Di Vendola mi piace che dia importanza alle tematiche sociali, e non mi pare banale.

 

Ti interessano i problemi sociali?

Ho fatto il servizio civile ed ho aiutato un ragazzo disabile. Mi faceva sentire fortunato. E poi andavo a fare compagnia agli anziani della casa di riposo.

 

E hai mai lavorato, intendo con una retribuzione?

Per un anno ho accompagnato mio zio nei weekend a consegnare mozzarelle.

 

E la crisi economica la senti?

Personalmente no. Per fortuna mio padre e mia madre hanno un lavoro, e anche mio fratello Giuseppe che ha 33 anni ed è specializzato in meteorologia, collabora anche con l’Università. Però so che avrò problemi a trovare un posto, conosco persone in difficoltà.

 

Ammiri tuo fratello?

Sì. Lo ammiro perché è resistente, come me. Non si lascia abbattere. In questo periodo difficile è quello che in famiglia sorride e invita tutti ad essere ottimisti. Un po’ come mia nonna Melissa, ha 86 anni ma continua a ridere della vita.

 

Su Facebook hai scritto “Sono in guerra con qualcuno ma non so con chi in realtà”.

È un verso preso da una canzone di Mister Tools. È quello che sentono tanti ragazzi. Chi è in guerra con se stesso, chi con i genitori, chi con la società. E poi c’è chi non sa perché è tanto arrabbiato.

 

Che cosa stai leggendo?

Così parlò Zarathustra”. Un libro difficilissimo, devo ammettere.

 

Qual è il libro più bello che tu abbia mai letto?

Fuga dalla libertà” di Eric Fromm. Meraviglioso. Parla della libertà come concetto ampio. In carcere ho scoperto che non ero un ragazzo libero, ora lo sono. E poi “La filosofia della noia” (di Lars Fr. H. Svendsenndr)

 

Hai paura della noia?

Una volta non mi piaceva. Ora penso che sia il motore della vita. Vuoi sapere il mio film preferito in assoluto?

 

Certo.

American Beauty,

 

Bello, molto bello. Ma c’è un personaggio che ti ispira particolarmente? Un cantante, un politico, un attore…

Renato Zero. Sa parlare d’amore senza ridurlo all’amore di coppia. E poi Gandhi.

 

Gandhi? Non sembrerà molto credibile, dopo quella foto.

Ho già detto che quella foto non sono io.

 

Te lo avranno già fatto notare che Carlo Giuliani fu ucciso da un poliziotto…

…no, ecco, questa domanda non la sopporto. Cosa c’entra la politica con un ragazzo morto? Bisogna rispettare il dolore della sua famiglia e non mi sembra il caso di parlare di Carlo Giuliani. Ricordarlo ora mi sembra una mancanza di sensibilità.

 

D’accordo. Cambiamo discorso. Che cosa ti rende più orgoglioso?

Non lo so.

 

Davvero? Non c’è niente, un obiettivo raggiunto, un’azione?

Ieri ho smontato il computer e l’ho aggiustato, non è da tutti. Ma vale come risposta?

 

Può valere, sicuramente. Non ti sei ancora laureato, ma sarai anche orgoglioso degli esami fatti.

Sì. Ho superato 15 o 16 esami. Di questo sono contento. Non mi piace la parola “orgoglioso”, nemmeno quando penso al servizio civile. Aiutare gli altri è un dovere, perché dovrei esserne fiero?

 

Sarà un dovere, ma non tutti lo fanno.

Capisco. Comunque continua a non piacermi questa parola.

 

Che cosa ti fa più paura?

Cadere nella mediocrità. E, naturalmente, perdere la mia libertà. Prima dicevo che in carcere metaforicamente sono tornato libero, ma mica vorrei tornarci.

 

Come ti vedi tra 10 anni?

Migliore.

 

In che senso?

Migliorato.

 

E concretamente? Visto che studi psicologia, magari sogni uno studio tutto tuo.

Sì, vedremo. Ma spero di far valere soprattutto quello che ho tatuato sul fianco: “Nonostante tutto il male di cui è plasmato il vostro mondo, il mio amore continuerà a vivere”.

 

Di chi è questa frase?

L’avevo letta da qualche parte, l’ho rimodellata a modo mio.

 

Sai che sembra la frase pronunciata da qualcuno che non c’è più?

Non lo so. Io penso che l’amore sia un virus. E che questa società tende ad isolarti, ad emarginarti.

 

Ti senti emarginato?

No, ho un sacco di amici. Ho la mia famiglia. Ma se pensi che quella frase abbia quel significato, forse è perché la società ti fa sentire morto. A volte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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