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Da “Forza gnocca” a Btp-bund

1 Dic

Il latinorum del linguaggio borsistico-economico-finanziario. Per anni il linguaggio è stato basic: “magistrati comunisti”, “patonza”, “clandestino delinquente”. Oggi leggere i giornali è difficile. Ma la colpa è della politica che non c’è.

Lo shock è anche linguistico. È come se fossimo passati da “torta alla crema” a “bolo alimentare”. Dai teneri cavoli dove nascono i bambini alle tube di Falloppio. Stiamo parlando dello spread, cacofonico e terribile spread, e del lessico finanziario-borsistico-economico che da questa estate ronza nelle nostre orecchie e infastidisce il nostro domani. Capite? Prima della crisi nera giornali e trasmissioni di approfondimento parlavano di ragazze poppute, palazzi trasformati in harem, immigrati da impallinare come leprotti e invasioni di nordafricani a bordo di bagnarole, tutte cose comprensibili, graficamente immaginabili. E ora, invece, lo spread. Da “Forza gnocca” a Btp-bund.

In passato la politica addolciva l’economia inventando espressioni quasi poetiche: gabbie salariali, scala mobile, finestra pensionistica. Ora la politica, che dovrebbe mediare tra mercato aspro e persone in carne morbida, ha abdicato alle sue funzioni. E dunque coloro che vorrebbero informarsi si trovano impigliati nelle spine dolorose dello spread, dei btp, delle varie goldman sachs, dei bund, della bce, senza poterci capire un accidente. “Spread su, la Bce compra titoli italiani. Pronta una manovra da 15 miliardi”, titolava la Repubblica.it il 23 novembre. Merkel, nello stesso giorno, diceva “no agli eurobond”. Così, seccamente. E se proviamo a scorrere gli articoli per capire meglio, ci imbattiamo in frasi così conciate: “Ieri i titoli di Stato austriaci a dieci anni rendevano oltre 1,6 punti percentuali più degli analoghi titoli tedeschi” (dall’editoriale di Alesina e Giavazzi sul Corriere del 24 novembre).

L’economia non è per pivelli, eppure mai come in queste settimane l’impressione è quella di essere diventati come Renzo Tramaglino al cospetto del latinorum dell’Azzeccagarbugli, travolto da una sequela di termini ormai famigliari ma comunque oscuri, come il latino delle preghiere imparate a memoria, latino storpiato e incompreso, venerato eppure completamente ignorato. Sì, capiamo finalmente cosa sia questo benedetto differenziale dei titoli, ma in quale contesto va situato? È come se capissimo il significato di un vocabolo straniero, e lo riconoscessimo in mezzo ad un fiume di parole che però non ci dicono nulla. Davvero quel fiume di parole è l’unico possibile?

A nulla valgono gli speciali e gli approfondimenti proposti dai media. Bisognerebbe mettersi di buona lena ogni giorno, fin dall’alba, a leggere i giornali, a seguire i talk show, a comperare i compendi del Sole24 ore, e naturalmente non è un mestiere possibile, visto che diventerebbe un lavoro a tempo pieno. Mettiamoci poi il fatto che noi italiani abbiamo una tradizionale allergia alle tematiche, per così dire, scientifiche: preferiamo gli studi classici, l’Orlando Furioso e gli affreschi di Giotto e la finanza, scusate, è per gente arida che non ama la poesia e lo sciabordìo del mare di Sicilia.

Il dito medio alzato di Bossi era politica, politica pacchiana e populista ma comunque politica. Il messaggio era fin troppo chiaro: io, leader dei padani , vi mando a quel Paese. Casomai si potrebbe discutere sulla profondità di quel messaggio, e sul fatto che la canottiera dell’Umberto avesse una valenza semiotica da uomo semplice, rozzo, vicino al popolo, eppure anche quello era un segno politico che ha fatto la fortuna di un partito. “Non sono un santo”, ebbe a dire magistralmente Berlusconi quando i giornali cominciarono a pubblicare le sue notti brave. “Noi siamo il partito dell’amore”, commentò qualche giorno dopo avere ricevuto in piena faccia la statuetta del Duomo. Un linguaggio emotivo, populista, immediatamente compreso da chiunque.

Per quasi tre lustri siamo stati abituati a questo orizzonte semantico: paura dei migranti, odio per i comunisti e per i magistrati e meno male che Silvio c’è. La politica ci ha parlato come se fossimo infanti: poche semplici parole ripetute un giorno dopo l’altro. Pappa, cacca, bau-bau. Si chiamava populismo, ed era facile da capire. Oggi ci troviamo disorientati. Non soltanto perché poco abituati a leggere titoli un poco impegnativi, ma anche perché obiettivamente capire l’economia non è un gioco per bambini e nessuno, per il momento, si sta prendendo la briga di spiegarci il labirinto nel quale stiamo vagolando, scettici e impauriti. I media hanno schierato il fior fiore dei propri giornalisti economici, anch’essi abituati a tecnicismi settoriali. Perché la finanza non appassiona le masse come la cronaca nera e la politica, dove un imputato oppure un presidente del consiglio viene chiamato familiarmente per nome come se lo conoscessimo da una vita – ahimé, qualche volta è così.

Dunque: è la politica a mancare terribilmente alle sue funzioni, gettando in pasto ai comuni cittadini un groviglio di parole e concetti che risultano astrusi e paurosi. E di fronte all’astrusità anche il miglior alunno-cittadino chiude le serrande del cervello e volge l’attenzione altrove. Oppure finge di sapere, perché si vergogna della propria ignoranza. Lo spread? Come no, ho imparato questo termine giocando a Trivial Genius. Queste sono le cose che succedono quando la politica va in vacanza.

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