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Il comandante della nave Liberazione

16 Gen

Il quotidiano Liberazione, di cui sono ancora dipendente sebbene cassintegrata, dal primo gennaio ha sospeso le pubblicazioni. L’editore, ovvero il partito della Rifondazione comunista, dice che la colpa è di Monti e dei suoi tagli al finanziamento pubblico per l’editoria. Va bene.

Dal 28 dicembre, se non sbaglio data, la maggioranza dei miei ex colleghi e amici rimasti a Liberazione (giornalisti+poligrafici) occupano la redazione perché non vogliono perdere il proprio posto di lavoro. Domani ci sarà un tavolo di negoziato. Nel frattempo il direttore Dino Greco, in carica da tre anni, ha dapprima accettato passivamente la sospensione delle pubblicazioni, poi ha appoggiato la lotta della redazione, infine ha lavorato sottobanco per far pubblicare alcune pagine di Liberazione sul settimanale Left, senza avvertire né i giornalisti né i poligrafici del quotidiano che dirige. Se un prodotto viene distribuito e confezionato altrove, significa che i lavoratori che prima producevano quel prodotto non servono a nulla. Era questo il messaggio che Dino Greco e Paolo Ferrero, segretario del partito, volevano dare alla redazione?

I miei colleghi e amici di Liberazione hanno così denunciato Greco per comportamento antisindacale. Non è una novità. Già nell’agosto 2010, avendo saputo che i giornalisti avrebbero scioperato contro la decisione dell’azienda di mandare tutti in cassintegrazione per un mese, si era schierato pubblicamente scrivendo un editoriale nel quale accusava larga parte della redazione di remare contro Liberazione e contro Rifondazione perché vendoliani, sansonettiani, post-ideologici e via discorrendo. Il giorno seguente, Paolo Ferrero scriveva in prima pagina che non sopportava più le fronde interne alla redazione. Il sindacato dei giornalisti in seguito interveniva per stigmatizzare le posizioni di Greco e Ferrero.

Ho sempre pensato che, al di là di oggettivi problemi derivanti dal mancato finanziamento pubblico, dare la direzione ad una persona che non ha mai fatto questo mestiere fosse un errore e un insulto alla redazione. Per molto tempo Greco ha ignorato la volontà dei redattori di organizzare un buon sito online del quotidiano, probabilmente per inesperienza: scrive ancora i suoi editoriali a mano, e gli è stato spiegato da poco come si naviga in Internet. Come si poteva pensare che Greco potesse essere capace di salvare Liberazione, non è dato sapere. Se i debiti sono stati in parte risanati è perché i giornalisti hanno fatto un sacco di sacrifici (accettando il contratto di solidarietà, prepensionamenti e cassintegrazioni), non certo perché al timone della nave Liberazione ci fosse un comandante capace. Le vendite, infatti, sono calate. Probabilmente il quotidiano piace a molti iscritti e militanti (che però lo comperano poco, forse anche per questioni economiche), ma questo è molto difficile saperlo.

Nell’aprile del 2010 avevo scritto questa mail a Paolo Ferrero. Non ho mai ricevuto risposta.

 

From: holly888@hotmail.com
To: paolo.ferrero@rifondazione.it
Subject: lettera a Paolo da Laura Eduati (Liberazione) – importante
Date: Mon, 13 Apr 2009 21:47:45 +0200

Caro Paolo,

questa lettera nasce per iniziativa mia, personalissima. Uno sfogo che avrei potuto consegnare pubblicamente alle pagine di Liberazione,
magari con la firma di molti colleghi che la pensano come me. Tuttavia ho voluto rifuggire le eventuali accuse di strumentalizzazione
che sembrano nascere ad ogni occasione. Non voglio che queste mie parole vengano travisate.

Lavoro a Liberazione da quasi cinque anni. Ho cominciato una sostituzione estiva nel 2004, al tempo di Curzi. Poche settimane dopo
è subentrato Sansonetti, che mi ha assunta. Posso dire di avere vissuto dunque l’intera mia esperienza a Liberazione con Piero.
E’ naturale che quando se ne è andato io, come molti, mi sia sentita orfana di una guida. Il problema è che la nostra scontentezza in redazione venga tuttora letta in chiave esclusivamente politica, o sentimentale: volevamo che rimanesse Sansonetti perché siamo vendoliani, volevamo che rimanesse
perché facevamo parte della sua corte (Dino Greco, nel giorno del suo insediamento, usò proprio questo termine: “non voglio corti né cortigiani”, in aperta
polemica con l’esperienza sansonettiana).
Ebbene, non nascondiamoci dietro un dito: era senza dubbio vero che Piero avesse un cerchio di
redattori fedeli ed entusiasti del suo operato, e dove non accade? Ciò che probabilmente sfugge è che all’interno di questo ampio gruppo di redattori
soddisfatti di Piero, esplodevano discussioni feroci e onestissime su questo o quel tema – che non era soltanto la politica, ma anche la lettura di
fenomeni complessi e scivolosi come l’immigrazione, la sicurezza, il lavoro. Ti ricordo la lettera infuriata di un gruppo di giornalisti che volle polemizzare con Sansonetti sulla mancata partecipazione del giornale alla fiaccolata promossa dal Foglio davanti all’ ambasciata iraniana, e personalmente
ho talvolta allargato le braccia di fronte ad alcuni suoi editoriali. Non è un mistero. Ci dicevamo tutto. Non sto a ripetere
che le riunioni di redazione fossero lunghe e quasi snervanti a causa dell’intensa partecipazione: partecipazione non solo politica o sentimentale,
ma soprattutto professionale. E qui vengo finalmente al punto. Un giornale non è una fabbrica. Le idee e le notizie vanno tradotte in pezzi giornalistici,
ed è un compito estremamente delicato. Siamo un giornale di partito e nessuno lo dimentica, eppure siamo regolati dal contratto nazionale
dei giornalisti che sarà anche carta straccia per come la professione viene intesa oggi in Italia, ma che per molti continua ad essere motivo di orgoglio.
Chi è un giornalista? Un giornalista, a mio modesto parere, è un lavoratore che offre un servizio fondamentale: traduce le informazioni e le offre al suo lettore
facendo uno sforzo per aderire il più possibile alla verità.
Non ho mai creduto che la simpatia politica debba rimanere nascosta: anzi, il lettore sa da che parte stai e ti legge di conseguenza. Ora, a parte questo, un giornale non è soltanto un agglomerato di notizie e commenti, bensì deve avere una cornice o, meglio, una idea di fondo che lo guida. Anche questo è un compito delicato, e Dino Greco questo non lo sa fare. Non perché sia politicamente diverso da Sansonetti, ma perché professionalmente non è preparato. Lo dimostra il giornale così come viene prodotto ogni giorno, a metà tra un quotidiano giustamente molto impegnato sul fronte del lavoro  e un giornale senza identità residua, poiché non viene dato risalto a notizie che magari Liberazione dovrebbe privilegiare, o perché viene troppo seguita la scaletta informativa di tv e telegiornali. Prendiamo il terremoto dell’Abruzzo: giorni e giorni di pezzi che descrivono al 90% il dolore e la sofferenza degli sfollati, senza un’idea forte di denuncia tranne qualche accenno all’Impregilo. Otto o nove redattori sono stati impegnati sul terremoto, e tutti più
o meno sulla stessa cosa e cioè sulla tragedia, i funerali etc etc. Ma Liberazione non è il Corriere della sera che ha quasi il dovere di riportare ogni cosa: avremmo potuto, con le medesime risorse, concentrarci sulla perdita del lavoro, sulle banche che speculano e chiedono 3 euro per i bollettini di versamento a favore dei terremotati, sulle inchieste. Solo su quello. Il dolore, a parte le prime ore, potevamo lasciarlo ai microfoni dei giornalisti sciacalli. Ma per fare questo ci vuole qualcuno che dia gli ordini adeguati, che dica: ragazzi, concentriamoci su questo. Potrei farti molti esempi. E lascio stare la recensione sul libro di Stalin, perché io non sto parlando di politica ma di professionalità. Vorrei che sia chiaro.
Non sarei onesta se dicessi che negli anni di Sansonetti ogni scelta giornalistica era efficace e condivisa. Non era così. E come ti dicevo, scoppiavano liti e discussioni continue. Eppure da parte mia (da parte di numerosi miei colleghi) esisteva una sorta di stima professionale nei suoi confronti, poiché veniva da un giornale importante come l’Unità e perché aveva saputo fare squadra ascoltando le rimostranze di ognuno, magari deludendo molti, ma mettendo in campo la sua professionalità di giornalista. Tu dirai: sarà stato anche bravo, ma le copie calavano. Obiezione giusta: Sansonetti ha certamente commesso degli errori,
ma questi errori non rientrano nel giornalismo. Rientrano piuttosto in prese di posizione ( famosa rimane la difesa della Franzoni) che per molti sono risultate
indigeste e non posso certo dare loro torto. Ma non stiamo parlando di questo.
Con l’arrivo di Greco, sento che la mia crescita professionale si è fermata. Non posso, come facevo prima, confrontarmi su questioni inerenti al mio lavoro poiché parlo con un uomo che fino a gennaio, per 30 anni, ha svolto un mestiere lodevole ma diversissimo. Non posso entrare nel suo ufficio per chiarire un dubbio su COME dovrei svolgere il mio pezzo. Penso di essere stata chiara. La cosiddetta cacciata di Sansonetti non viene vissuta drammaticamente dalla redazione per motivi politici, bensì per motivi strettamente professionali. Se abbiamo bocciato in misura maggioritaria il nuovo direttore, è proprio per questo. Se al suo posto fosse stato nominato un/una giornalista stimato/a, non saremmo così apertamente scontenti. Pare una sterile rivendicazione di categoria, ma qui parlo di lavoro e di nient’altro. Avremmo accettato naturalmente anche un non giornalista, però avvezzo al mestiere.
Mi sono presa la briga di scriverti perché non faccio parte di alcuna fronda interna. All’arrivo di Greco, ho messo comunque a disposizione il mio impegno perché questo il mio lavoro e mi piace farlo. Nonostante l’apertura (non solo da parte mia, ma da parte di molti miei colleghi volenterosi), noto con estremo dispiacere che l’organizzazione interna latita, la cosiddetta gerarchia sansonettiana è stata smantellata – anche per volontà di chi ne faceva parte – ma non è ancora stata ripristinata, cosicché il lavoro quotidiano risulta maggiormente caotico e dispersivo. Per questo mi irrito quando sento parlare di scuderie, gruppi, fazioni. L’attuale mala organizzazione è avvertita da tutti, anche da chi ha gioito per il cambio di direzione.
Questa è la fotografia di gruppo all’interno della redazione. So per certo che il destino di Liberazione è appeso ad un filo, eppure non manca la buona volontà professionale della maggior parte di noi. Questo non è un posto di lavoro qualunque. Ma soprattutto è un posto di lavoro. Lavoro. E il lavoro si fa bene o male, a prescindere dalle simpatie politiche.
Laura Eduati

Una Risposta to “Il comandante della nave Liberazione”

  1. icittadiniprimaditutto 16 gennaio 2012 a 21:58 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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