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La secessione di Bossi dal popolo padano

16 Gen

Senilità. Il leader della Lega Nord ha fatto il suo tempo. Urla alla secessione, ma tutto quello che riesce ad ottenere è il malumore dei militanti che ormai preferiscono il lucido e moderato Roberto Maroni. Nessuna baionetta, nessuna moneta padana.

La manovra Monti uno e due? «È la ricetta perfetta per oberare i contribuenti di debiti e far suicidare gli imprenditori» scrive La Padania. Che nelle sue pagine evita accuratamente di stampare la parola “secessione”, l’urlo rinnovato di Umberto Bossi, per dedicarsi invece all’analisi inferocita delle misure economiche confezionate a Palazzo Chigi, denunciando al contempo il “golpe” di Giorgio Napolitano

La Lega tornata all’opposizione è virulenta e arrabbiata, ma soffre di sdoppiamento della personalità. La prima è quella pura e originaria che sogna il distacco definitivo dal resto della Penisola per unirsi in una macroregione che comprende la Carinzia, parte della Svizzera e la Savoia francese. Sono gli auguri natalizi di Roberto Calderoli ai dirigenti del Carroccio: noi speriamo che ce ne andiamo.

Epperò il desiderio di secessione è come la glassa sul panettone torinese: è soltanto un tocco finale, perché al corpo leghista la questione separatista interessa davvero poco in tempi di Imu, riforma del catasto e pensioni posticipate. Agli elettori e simpatizzanti, delusi perché gira e rigira la Lega al governo non ha combinato nulla, servono parole concrete e non utopie. Ed ecco dunque emergere la seconda personalità leghista, il batti-pentole contro il nuovo esecutivo, la gazzarra in Parlamento, i cartelli contro l’aumento delle tasse. Molti commentatori hanno spalancato gli occhi: riecco il Carroccio antidemocratico, quello del cappio e delle baionette custodite chissà dove in attesa della sommossa. Si sbagliano, nonostante la riunione nel Parlamento padano puzzi di eversione. E ha fatto bene Roberto Maroni a sottolineare come quei cartelli esibiti a Montecitorio e in Senato recassero scritte per nulla eversive: “Questa manovra è una rapina” e “Basta tasse”. Quasi banali, insomma. Peraltro è lo stesso Bossi che, dopo avere invocato lo strappo territoriale, chiede all’ «idiota» Berlusconi di ritirare l’appoggio a Monti per andare a subitanee elezioni: niente di più democratico.

Maroni, in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, difendeva il diritto sacrosanto di opporsi scompostamente alle leggi in cantiere. E citava Gramsci: la Lega ha sempre avuto il compito, scriveva, di riportare in un alveo democratico quel “ribellismo spontaneo popolare” che ogni società produce, soprattutto quando è ingiusta. Tra le righe l’ex ministro dell’Interno faceva intendere che la funzione del Carroccio, insomma, non è quella di agitare gli animi bensì di dare voce politica a quegli animi esacerbati, quasi una catarsi.

Si tratta di una interpretazione opposta a quella che da anni appiccica al Carroccio l’etichetta di partito razzista, antidemocratico e rozzo. Non è la Lega a seminare la xenofobia, si difendono i seguaci di Bossi. La xenofobia esiste, e noi gli diamo espressione politica. Ovvero traduciamo gli istinti in parola, disinnescando eventuali azioni irreparabili (leggi: reati) contro i migranti. Tanto più quando i peggiori fatti di cronaca avvengono fuori dall’orbita leghista o comunque senza il coinvolgimento dei fazzoletti verdi, come l’assalto al campo rom di Torino e l’uccisione dei due senegalesi a Firenze (il giorno dopo il sindaco veronese Flavio Tosi partecipava ad una mobilitazione cittadina in memoria degli ambulanti ammazzati, stigmatizzando l’odio xenofobo).

Il ragionamento maroniano non è del tutto capzioso. Il furore linguistico del Carroccio ha toccato prima la secessione, poi il fastidio nei confronti dell’immigrazione, infine il federalismo e ora la protezione dei pensionati e dei piccoli imprenditori del Nord schiacciati dalle tasse. Ma è rimasto, appunto, furore linguistico. Per lunghi anni decine di migliaia di persone si sono affidate alla Lega perché affascinate dalla potenza di quel linguaggio, operando una sorta di de-responsabilizzazione politica: hanno consegnato fiduciosamente la propria rabbia (anti-romana, anti-migranti, anti-tasse) ai politici del Carroccio e sono tornate alla vita quotidiana con la convinzione che tutto quel risentimento ormai fosse altrove, carburante per un possibile cambiamento.

Quel cambiamento, però, non è mai arrivato. In quindici anni nemmeno uno dei punti programmatici è andato a segno. La tenace fedeltà di Bossi a Berlusconi ha stancato persino i leghisti più convinti, e un commentatore vicino alla Lega come Bepi Covre, veneto e dissidente, ricorda sulle pagine dei giornali locali che scrivere cartelli con inchiostro verde Padania e farsi espellere dall’aula per schiamazzi inopportuni non basta per far dimenticare che fino all’altro giorno al governo c’erano anche Bossi, Maroni, Calderoli e Zaia. E che il 2010 e 2011 sono stati gli anni della svolta: finalmente i sottoposti hanno osato criticare il capo Bossi. Hanno cominciato i tesserati, imbufaliti per l’elezione di Renzo Bossi detto Trota al consiglio regionale lombardo, oltre diecimila euro di stipendio soltanto perché figlio del leader supremo – che ora sembra implicato in festini con donne e cocaina, molto differenti dalle tavolate di legno con polenta e osei che piacciono molto ai militanti. Hanno continuato alcuni sindaci del Carroccio come Attilio Fontana, primo cittadino di Varese, e il veronese Tosi, il primo a mettere in dubbio l’alleanza con Berlusconi. E poi Maroni, il condottiero della corrente che si oppone a Bossi.

Altro che golpe. L’intervento marziale di Napolitano e la defenestrazione del Cavaliere hanno dato alla Lega l’opportunità di tornare alla de-responsabilizzazione politica: stare all’opposizione, gridare, mettersi dalla parte del popolo, furbescamente sragionare. Perché il ritorno del Parlamento padano, il conio fittizio di una moneta padana, la voglia di secessione oggi sono, come allora, soltanto furbate. Soltanto che nella metà degli anni ’90 i vichinghi di Pontida facevano impressione, e la cavalcata barbarica verso Roma dava l’idea che il Carroccio fosse davvero un movimento pericoloso e vincente. E invece non ha mai oltrepassato il Rubicone dell’11%. Il leghismo è territoriale, non potrà mai essere nazionale. Se non dopo la morte reale e non solo politica di Umberto Bossi.

In questo momento il compito della Lega è quella di denunciare l’oppressione del governo Monti. Un compito semplice: questo sarà, per quasi tutti, l’inverno dello scontento. E poiché il Carroccio è l’unico partito di destra all’opposizione, sarà facile accumulare voti per le elezioni del 2013. I potenziali elettori di Bossi hanno compreso, da molto tempo, che la secessione è il sol dell’avvenire a lungo evocato eppure mai sorto. È il sogno politico di un pugno di dirigenti e qualche militante, che la stragrande maggioranza degli italiani del Nord ripudierebbe non appena se ne parlasse davvero concretamente. E forse, diciamolo, la secessione puzza di vecchio ed è il segno tangibile del distacco senile di Bossi dal suo popolo. Stanco e acciaccato, il fondatore dell’utopia padana è circondato dalla moglie Manuela Marrone, dai figli e dal cosiddetto “cerchio magico”: Rosi Mauro, Reguzzoni, Calderoli. Invisi al resto del partito, e non soltanto per invidia. Bossi negli ultimi tempi ne ha azzeccate molto poche, politicamente. E il mettere a tacere in maniera stalinista le lamentele dei simpatizzanti, arrivando persino a tappare la bocca alla sguaiatissima Radio Padania, non è stata una mossa felice. L’ultima, in ordine di tempo, è quella di coinvolgere Giulio Tremonti facendone un leghista doc e magari affidandogli dei compiti dirigenziali di peso. Tremonti, che pare riemerso dalla nebbia padana dopo un lungo e disperato girovagare, appare felice. Molto meno i leghisti di lungo corso che, peraltro, possono imputare all’ex ministro dell’Economia il fatto di non avere previsto la dimensione della crisi.

Il 2012 leghista si preannuncia dunque sibillino. Con una mano il partito raccoglierà il malumore dei tartassati, con l’altra prometterà una frattura definitiva dall’Italia. In entrambi i casi, il Carroccio dovrà pregare i santi affinché compiano il miracolo di resettare la memoria degli elettori. E inginocchiarsi al nuovo dio spread, che sembra dare loro ragione.

 

 

 

Una Risposta to “La secessione di Bossi dal popolo padano”

  1. icittadiniprimaditutto 16 gennaio 2012 a 18:00 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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