I predatori dietro gli annunci su Porta Portese

13 Feb

Le migranti che si offrono come baby-sitter o donne delle pulizie spesso incappano in uomini dalle pessime intenzioni. È successo anche a Carmen, costaricana, sequestrata dal suo “datore di lavoro”. La sentenza di primo grado lo scorso gennaio: 18 anni di carcere per stupro, stalking e sequestro di persona.Reportage pubblicato sul settimanale “Gli Altri” nel febbraio 2012.

Image“Ragazza di 21 anni, di origine straniera ma in Italia da molto tempo, cerca lavoro come baby-sitter o signora delle pulizie”. Basta inserire un annuncio scarno e studiato su Porta Portese, storico giornale romano, per scatenare i predatori di donne in difficoltà.

Nelle prime ore della mattinata già squilla il telefonino. È un uomo, non dice il proprio nome e cognome, la voce ansiosa. Mi propone un posto da cameriera a Rieti, non specifica se possiede un bar, un ristorante, una pizzeria oppure, più probabilmente, un night-club con spogliarelliste incluse. Alle mie titubanze risponde senza indugio: «Non preoccuparti per la strada, quando finisci puoi dormire qui». Provo a strappare qualche dettaglio, l’uomo nicchia perché vuole un incontro. Taglio corto, e tutto finisce. La proposta è chiaramente fasulla: perché cercare una cameriera di Roma per un esercizio commerciale distante 60 chilometri? 

Sono molte le donne migranti che raccontano quanti pericoli si nascondano dietro un annuncio apparentemente innocuo. Irina ormai non conta più il numero delle volte nelle quali si è presentata all’appuntamento, ha suonato il campanello e invece di trovare una famiglia, così come era scritto su Porta Portese, ha trovato un uomo single, spesso di mezza età, che senza mezzi termini le ha chiesto “servizi aggiuntivi” ovvero sesso extra dopo aver passato l’aspirapolvere e stirato le camicie.
Squilla ancora il telefono. È sempre un uomo. Mi chiede se sono davvero straniera, se possiedo il permesso di soggiorno. Racconto di essere nata in Romania, vivo in Italia da quando ho otto anni. Viene al dunque: «Quanto sei alta? Sei bionda? Come sei?». Violeta, rumena per davvero, dice che ormai capisce le intenzioni di questi uomini – sempre e soltanto italiani – unicamente dal tono della voce. E fa un’annotazione squisitamente culturale: «Solitamente sono le donne della famiglia a mostrare la casa a coloro che poi dovranno pulire. Gli uomini italiani, come quelli rumeni, non si prendono la briga di cercare un aiuto domestico e dunque quando risponde un uomo attacco subito il telefono, a costo di perdere un possibile lavoro. Mi fido soltanto quando parlo con una donna».
Pare che sia proprio la condizione di straniera ad attizzare lo sporco desiderio. Lontana dalla propria famiglia, spesso senza documenti, è una persona facilmente circuibile. Almeno secondo lo stereotipo.

Marisol, peruviana, ormai è stanca e demotivata. A differenza delle altre, ha deciso di mettere un annuncio specificando di essere sudamericana – a scanso di equivoci. E tre telefonate su quattro arrivano da italiani che vorrebbero in qualche modo condividere il letto con lei. A volte lo scopre subito. Spesso, però, il lupo è il marito della donna che la contatta. «Un giorno stavo pulendo il bagno, la signora era uscita, e suo marito si è avvicinato mettendomi una mano sul sedere. Mi sono voltata e stava sorridendo. Quando la moglie è tornata, ho inventato una scusa e mi sono licenziata». Quando faceva la governante presso una famiglia ricca, a Violeta è successo di dormire con la porta chiusa a chiave perché il padrone di casa bussava e voleva entrare. «Fammi stare con te la notte, giuro che non succede niente», le diceva il giorno dopo con tono di supplica. A sentirli, sembrano i racconti delle servette impiegate nelle case nobiliari un secolo o due fa. Eppure niente è cambiato.
Destreggiarsi tra le offerte fittizie e quelle serie non è semplice. «Un giorno andai a conoscere un uomo che mi offriva un lavoro da segretaria. Quando chiesi di vedere lo studio, improvvisamente cambiò maniere. Mi disse che ancora lo studio non c’era, ma che nel frattempo avrei lavorato comunque con lui. Gli chiesi cosa volesse da me, e lui: voglio che mi accompagni in giro, vieni alle cene d’affari. Insomma, voleva un’accompagnatrice». L’uomo in questione poteva semplicemente sfogliare il Porta Portese online per trovare quello che cercava: nella sezione “lavoro generico” fioccano gli annunci di professionisti o presunti tali che vorrebbero pagare una donna. Spesso specificano: “no mercenarie”. Perché è proprio questo che desiderano evitare: il contatto con una vera professionista, ormai avvezza al mestiere. Ciò che davvero è desiderabile è una donna inesperta, una vergine della prostituzione. E chi risponde meglio a questi criteri di una ragazza in difficoltà magari disposta a tutto pur di guadagnare?

Il mio annuncio suscita interesse. Improvvisamente mi chiama una signora che si qualifica come avvocata penalista. Ha tre figli di sei, otto e dieci anni. Ha bisogno di una ragazza che possa portarli a scuola, andarli a prendere, riportarli a basket, nuoto e ginnastica artistica, catechismo e magari dagli amichetti. Nel tempo che resta deve occuparsi della casa. Orario di lavoro: dalle 7 del mattino alle 21.30, dal lunedì al venerdì, «se poi mi dici che sabato mattina sei disponibile per me è ancora meglio». Faccio un rapido calcolo: quasi ottanta ore di lavoro settimanali. Cosa mi offre la gentile avvocata? «Settecento euro. Ma con un regolare contratto. I contributi sono a mio carico», risponde con la voce della cittadina onesta. Nemmeno due euro l’ora. Senza servizi sessuali, beninteso. Penso a Irina, quando mi raccontava che per dieci ore da cameriera al bar, sei giorni la settimana, volevano darle seicento euro mensili. Aveva naturalmente rifiutato, passando al seguente annuncio su Porta Portese. Sapendo che i lupi possono portare anche i tacchi a spillo.

 

E questa è la storia che ha ispirato il mio breve reportage: 

Storia di Carmen, sequestrata dal suo “datore di lavoro

 

Un pomeriggio qualunque della sua reclusione, Carmen volle esplorare sotto il letto che condivideva forzatamente con Giovanni. E trovò una valigia ripiena di fotografie consunte scattate in Africa. Giovanni era giovane, in quelle immagini, e sullo sfondo si poteva leggere un cartello: “Tamburini mines”, miniere del signor Tamburini, che era il cognome di Giovanni. «Mi aveva raccontato che aveva vissuto in Africa ma era dovuto scappare perché aveva ucciso due negros. Le foto mi dimostrarono che diceva la verità», racconta Carmen, nome di fantasia per tutelare una donna di 39 anni di origini costaricane, a Roma per lavorare e che nell’aprile del 2010 rispose ad un annuncio su Porta Portese, un avvocato residente al Divino Amore cercava una signora delle pulizie e Carmen quello faceva: puliva e assisteva anziani per inviare denaro ai cinque figli rimasti in Costa Rica.
Carmen è bella e giunonica. E non era la prima straniera a finire nella casa-prigione del Tamburini. Tutte lo avevano chiamato sperando di trovare lavoro. A differenza di Carmen, dopo il sequestro violento e terrorizzante, avevano scelto di tornare in patria e dimenticare le follìe di Giovanni, che amava girare nudo in giardino e millantava di chiamarsi Giancarlo, di avere una cinquantina d’anni, di essere avvocato e di avere molti soldi e perciò molti mezzi. «Mi diceva che se fossi scappata avrebbe raggiunto la mia famiglia e avrebbe ucciso la mia ultima piccola di appena quattro anni», ha raccontato Carmen davanti al giudice del Tribunale di Roma in una deposizione di cinque ore lo scorso 18 gennaio, udienza conclusa con una condanna
lunghissima, 18 anni per sequestro di persona, stalking e stupro. Lo stalking cominciò dopo la denuncia. Carmen era tornata temporaneamente a casa per assistere la madre malata, Giovanni le mandava messaggi sul telefonino avvertendola che si trovava in un luogo molto vicino alla sua città natale, citava nomi di spiagge e indirizzi che soltanto una persona del luogo poteva conoscere, e per questo la donna, agitatissima, aveva allertato anche la polizia costaricana. L’uomo in effetti non ha mai viaggiato in Costa Rica, ma grazie a Google amava terrorizzare Carmen facendole credere di essere sulle sue orme.
È una storia di violenza contro una donna che per seguire il processo ha deciso di tornare a Roma, trovando accoglienza nei lugubri dormitori della città, con la paura di imbattersi nel suo sequestratore che continuava a recapitarle sms minacciosi: «Farai una brutta fine. Ho dalla mia parte undici testimoni che smentiscono le tue parole». Nessuno degli undici supposti testimoni si è presentato in aula. Ai carabinieri Tamburini disse, nel giorno della liberazione di Carmen, che la donna era la sua compagna. «Bene, se anche fosse ora la sua compagna vuole lasciarla», gli aveva risposto il maresciallo.
Era l’agosto del 2010, erano passati quattro mesi di botte e violenze. La fortuna di Carmen fu una donna cubana impiegata come donna delle pulizie presso la famiglia del piano di sopra, che capiva perfettamente le minacce e le urla in spagnolo di Tamburini. Avvertiti dalla cubana, moglie e marito cominciarono a seguire le vicende domestiche dei loro vicini, e un giorno riuscirono a vedere attraverso le finestre della cucina l’uomo che avanzava con un coltello verso la costaricana ammutolita.
«Quando usciva mi chiamava e mi chiedeva di alzare e abbassare il volume della televisione per dimostrare che ero in casa. Se supplicavo di andare a fare almeno una passeggiata, mi faceva seguire da un amico». Tamburini aveva sequestrato la sua borsa, con il cellulare e i documenti. Le diceva che senza il permesso di soggiorno non avrebbe potuto denunciarlo, e comunque non avrebbe avuto strumenti perché lui era un avvocato.
Per aiutare la costaricana a fuggire, la famiglia del piano di sopra invitò la finta coppia al mare. Durante il viaggio verso Ostia, la signora aveva approfittato di un momento di solitudine per dire a Carmen che conosceva la sua situazione e che l’avrebbero aiutata a lasciare per sempre il suo aguzzino, il marito avrebbe opportunamente invitato il Tamburini a fare un bagno e lei avrebbe potuto allontanarsi. Carmen, però, aveva paura di venire rintracciata e uccisa.
Il secondo tentativo avvenne pochi giorni più tardi. Tamburini doveva uscire a ritirare la macchina dal carrozziere, i vicini chiamarono i carabinieri. Carmen uscì in giardino, gli agenti dissero: «Sappiamo quello che sta succedendo. Torni in casa, prenda la borsa con i documenti poi esca, la aiutiamo a scavalcare la rete». Carmen si mise a piangere: «Mi credete, vero?».

 

6 Risposte to “I predatori dietro gli annunci su Porta Portese”

  1. icittadiniprimaditutto 14 febbraio 2012 a 10:06 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. bethmarch 21 febbraio 2012 a 14:49 #

    sono arrivata (non so come) su questo blog. Lo seguirò con interesse. Una bella scoperta (e poi abbiamo lo stesso tema wp😉 )Buon Lavoro! BM

    • Laura Eduati 21 febbraio 2012 a 14:54 #

      grazie Beth!

  3. Maia 9 marzo 2012 a 23:36 #

    Purtroppo questo non succede solo in Italia: tentare di approfittarsi della situazione di “fragilità” in cui viene a trovarsi una giovane donna straniera in cerca di un lavoro sembra essere un atteggiamento molto diffuso, ovunque. E’ successo anche a me, italiana, cercando lavoro in Germania come babysitter e donna delle pulizie: la maggior parte delle offerte di lavoro ricevute erano da parte di uomini, alla ricerca di “servizi aggiuntivi”.
    Per citarne uno: “se proprio ci tieni a fare le pulizie, basta che tu lo faccia senza vestiti”.
    Un’inchiesta interessante. Saluti.

    • Laura Eduati 10 marzo 2012 a 10:19 #

      Grazie Maia. Quando si tratta di sesso e rapporti di potere penso che tutto il mondo sia paese. La tua testimonianza lo certifica. Mi piacerebbe sapere come rispondevi a queste richieste, ovvero: ti arrabbiavi? Giravi i tacchi? Ti abbraccio

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  1. La Stampa copia un'inchiesta della nostra Laura Eduati | Gli Altri Online - 7 marzo 2012

    […] 10 febbraio scorso sul nostro settimanale è uscita una bella inchiesta della nostra Laura Eduati. Laura si era fintauna ragazza 21enne di origini […]

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