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Arriva la nuova Lega e prenderà un sacco di voti

14 Apr

Bossi come Don Chisciotte. I militanti con la lacrima sul viso. Il Veneto alla riscossa. Il Carroccio barcolla ma non molla, o almeno questo si legge tra le righe della crisi di queste settimane. Perché nessuna forza politica riesce a capire il Nord, e si rischia un fortissimo astensionismo.

 

Mentre trotterellano nella Mancha, ad un certo punto Don Chisciotte si rivolge a Sancho Panza: «Non trovi che quando si avvicina la meravigliosa Dulcinea, nell’aria si diffonde un profumo magnetico, come di erba falciata e alberi che crescono verso il cielo?». Sancho risponde: «Sì, è l’odore di una persona che ha corso a lungo e non si è ancora lavata».

Che Dulcinea sappia in realtà di sudore non conta per il cavaliere folle. Conta maggiormente la sua capacità di trasfigurare il reale e raccontarlo seguendo i propri desideri. Allo stesso modo, all’interno del mondo leghista, ha sempre pesato moltissimo il racconto con il quale Umberto Bossi ha nutrito i militanti in anni e anni di movimento politico. La secessione, la xenofobia e Roma ladrona sono un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti, ad emozioni seriamente percepite dagli elettori del Nord, eppure autonomo rispetto alla realtà. Questo romanzo è servito ad un duplice scopo: convincere che la Lega fosse l’unica soluzione ai problemi dell’Italia settentrionale e impedire che la rabbia nordista sfociasse davvero in gesti violenti e di insubordinazione allo Stato. Presi singolarmente, i militanti duri e puri del Carroccio sono infatti una massa di moderati che risulta rivoluzionaria soltanto a parole, e che ha affidato il proprio disagio alle parole del Capo in una sorta di sublimazione.

Occorre dunque tenere conto del modo donchisciottesco con il quale il grande leader del Carroccio ha tenuto in pugno milioni di simpatizzanti per provare a immaginare che cosa succederà della Lega dopo l’irruzione di un dolorosissimo reale nella vita dei leghisti e dopo quello che Alessandro Zuin del Corriere del Veneto chiama “il crollo della diversità leghista”: la famiglia Bossi incamerava denaro destinato al partito.

Chi preconizza la fine della Lega sottovaluta, ancora una volta, la sua forza. Le dimissioni di Bossi, immediate, hanno lanciato un messaggio fortissimo ai militanti con le lacrime agli occhi: il Capo è coerente, e lascia il suo incarico per salvare il Carroccio. Non esiste un gesto simile nella politica italiana degli ultimi 30 o 40 anni. Ma è la sua debolezza fisica, il suo stupore (finto o reale) nell’apprendere che il Trota non conosceva bene l’inglese e non stava per prendere una laurea in Economia, a diventare romanzo: un uomo che ha creato un movimento come la Lega da zero, che ha tenuto duro nonostante la malattia, è stato raggirato dalla sua stessa famiglia, dagli affetti più cari. Da due donne – la moglie Manuela Marrone e la “badante” Rosy Mauro – che vengono dal sud e questo non sarà un particolare indifferente per il racconto donchisciottesco. A sottovalutare la capacità di ripresa della Lega sarà molto probabilmente la sinistra, che non ha mai realmente compreso le ragioni del voto per Bossi, arrivando a disprezzare i suoi elettori provenienti dalle province Prealpine, piccoli agricoltori e minuscoli imprenditori senza troppa cultura, casalinghe e pensionanti impauriti dagli stranieri, ragazzi che finiscono presto le medie per cominciare a lavorare e comperarsi il macchinone. Bossi è riuscito a trasformare questo disprezzo in orgoglio, così come scrive bene Lynda Dematteo in “L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord”: «La Lega deve essere considerata una macchina capace di creare integrazione partendo dall’esclusione culturale. In un certo senso è un permutatore sociale. Grazie a Bossi (che vestiva in canottiera e usa un linguaggio da trivio, ndR) chi aderisce al movimento va fiero dei tratti socio-antropologici derisi dagli altri».

A breve termine, sarà difficile trovare un altro partito che sappia parlare ai leghisti per strappare il loro voto senza deriderli. Il Pdl, specialmente al Nord, si sta frantumando. In realtà il terremoto di Gemonio sarà utilissimo a coloro che, come Maroni, tentano di trasformare la Lega eliminando le fanfaronate e le boutade tipiche del leghismo per approdare ad una forza politica di centrodestra pulita, non razzista, magari ecologista – come ha scritto recentemente Giuseppe Covre nel Manifesto della Lega che verrà.

Covre rappresenta il leghismo veneto, quello che vanta un diritto di primogenitura sulla Lega lombarda bossiana, intrecciato con l’indipendentismo regionale eppure orgoglioso di avere dato al Carroccio dirigenti di primo piano come Luca Zaia e Flavio Tosi, molto differenti nello stile dalle canottiere del Senatùr. Persino Giancarlo Gentilini, ora vicesindaco di Treviso, ha lentamente lasciato l’orbita bossiana per arrivare a sostenere Maroni augurandosi un rinnovamento della Lega. Gentilini, Zaia e Tosi in questi giorni hanno salutato le dimissioni del Capo dicendo che fossero doverose. Zaia si è spinto oltre, affermando che le inchieste della magistratura non sono affatto un complotto di “Roma padrona” e che una batosta alle amministrative sarebbe meritata. I leghisti – militanti e non – sono perfettamente consapevoli che Bossi rappresenti la Lega ma che esiste una new generation (il copyright è sempre del Corriere del Veneto) in grado di amministrare molto bene le città. Questa nuova generazione, cresciuta alle periferie dell’impero di Bossi, è quella che ora scalpita per un avvicendamento morbido. Sa che defenestrare Bossi non è una buona mossa perché urterebbe la sensibilità del movimento. Ma attende il congresso che molto probabilmente si terrà ad ottobre per mettere in chiaro che la Lega deve cambiare, e che il Veneto deve avere maggior peso.

Roberto Maroni, il probabile futuro leader della Nuova Lega, dovrà bilanciare spinte potentissime. Anche ideologiche. Metterà in soffitta definitivamente la parola “secessione” – Zaia e Tosi, ultimamente, hanno affermato che la Padania non è nei loro orizzonti -, ma così deluderà i duri e puri. Userà un linguaggio meno barbaro, arrivando forse a piacere al ceto medio riflessivo e cattolico. Dovrà dare spazio ai veneti, perché persino Treviso – roccaforte del leghismo – è diventata maroniana con l’elezione di un segretario cittadino che è riuscito a sconfiggere Gian Paolo Gobbo, sindaco e bossiano di ferro. Smetterà di usare il razzismo a scopi elettorali, e questo è forse il punto che gli farà guadagnare più consensi presso gli elettori centristi. Con un effetto collaterale: chi raccoglierà, a destra, le istanze xenofobe? Per ora Forza Nuova e formazioni della destra radicale hanno convissuto malamente con la Lega, che urlava forte contro gli immigrati ed aveva un bacino elettorale più ampio. Ora il campo è libero. Nonostante gli allarmismi legati all’immigrazione sembrano sopiti, potrebbe sorgere un nuovo movimento xenofobo affine a quelli europei.

Infine, Maroni sicuramente dovrà fare i conti con l’ombra del padre Cronos: l’Umberto potrà farsi da parte ma rimarrà nel firmamento leghista a lungo, fino alla morte, a garanzia dell’unità del movimento. Una Lega spaccata muore. Uniti si vince, e questo è chiaro persino al portinaio del condominio di Varese.

Dunque la Lega potrebbe rinascere, forte e vivace, per rappresentare un Nord che non trova alternative se non l’astensionismo, deluso dalla politica economica di Monti, e incompreso dalle maggiori forze politiche nazionali. I militanti della prima ora crederanno al racconto del vecchio Capo abbindolato, saranno soddisfatti dell’operazione-pulizia e dell’espulsione dei traditori (ma come farà Bossi ad espellere il figlio?), e per qualche tempo la soluzione teatrale reggerà ancora. Per quanto a lungo, è difficile pronosticarlo.

(analisi pubblicata sul settimanale Gli Altri)

 

Una Risposta to “Arriva la nuova Lega e prenderà un sacco di voti”

  1. icittadiniprimaditutto 14 aprile 2012 a 16:55 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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