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Io, studentessa e cartomante da quattro soldi

26 Apr

Era l’estate dei vent’anni, libri di filologia inglese sulla scrivania e pochissimi soldi per andare al mare in Croazia. Custodivo un mazzo di tarocchi che non sapevo leggere e vaghe conoscenze di astrologia da solotto. In poche parole, ero una studentessa squattrinata con un futuro da eclettica pop e dunque accettare un lavoro come (finta) cartomante telefonica rientrava in qualche modo nel curriculum. Prima, però, feci gavetta con una sorta di telefono-amico, nulla di erotico o pruriginoso, intense chiacchierate con ragazzi e uomini intristiti dal caldo che fingevano vite sistemate per non dover ammettere di essere soli come anziani a Milano in pieno agosto.

La società che mi aveva assunta era agli esordi e cercava schiere di ragazze disposte a rispondere senza spazientirsi, dolci e disponibili ma soltanto a parole, vietate le parolacce e vietatissimi gli incontri fuori dell’azienda. Era una presa in giro bella e buona, nonostante gli utenti sapessero che prendevamo uno stipendio per appoggiare la bocca al microfono e girare intorno mille volte al solito discorso (come sei? cosa indossi?) per allungare le telefonate il più possibile, o almeno per un quarto d’ora ovvero la durata massima di una chiamata che costava 15mila lire. Il 99% richiamava, e poi richiamava, perché comunque era un meccanismo curioso, cominciavi a chiedere che mestiere faceva, e come stava, e se aveva la fidanzata, e 60mila lire se ne andavano senza che nemmeno se ne accorgessero. Cristina, in arte Luna, parlava sei ore consecutive con lo stesso uomo che ormai si era innamorato perdutamente ma viveva in Calabria e, sia detto per inciso, chiamava dall’ufficio postale dove lavorava. Maria, collega cinquantenne che cinguettava alla cornetta come una consumatissima Marlene Dietrich del circondario, fece l’errore di mischiare pubblico e privato, all’epoca le gare di burlesque non esistevano e lei, che aveva scelto Flora come nomignolo obbligatorio, cominciò un lungo bunga-bunga a tappe andando personalmente a casa degli uomini e facendosi pagare. Arrivavano alla sua postazione insonorizzata decine di mazzi di fiori, finché l’amministratore delegato la chiamò in ufficio e la licenziò.

Era il 1995 e l’144 scandalizzava l’Italia. Bastava chiamare per sentire ansimi e gemiti e pensare di avere trovato una donna interessata a te. Dove mi trovavo, invece, la disciplina era ferrea e sembravamo le centraliniste di Billy Wilder, non potevamo alzare la voce altrimenti avremmo disturbato la vicina e nei tempi morti l’unico svago concesso era un libro. E dunque i romanzi di Charles Dickens che dovevo leggere per l’esame di letteratura si mischiavano con i racconti dei ragazzi che chiamavano, incuriositi o depressi, se risultavano sboccati o eccessivamente molesti l’ordine era quello di riagganciare. A smistare le chiamate era la veterana del telefono-amico che ancora oggi posso vedere, magrissima e inalterata, in una televisione locale del Lazio mentre profetizza amore e fortuna alle casalinghe che chiamano al numero lampeggiante in sovraimpressione.

Fu lei, pochi mesi dopo, a farmi un breve corso di cartomanzia: «Comperi un mazzo di carte trevigiane, quelle da briscola per intenderci. Scrivi una parola su ogni carta, che ne so, “amore”, “viaggio”, “appuntamento di lavoro”, insomma quelle cose che possono succedere. Ti serve quando rispondi e devi imbastire una specie di profezia, prima chiedi la data di nascita, il segno zodiacale, cose così, il nome del fidanzato, poi mescoli il mazzo e cominci a raccontare, tieniti vaga, ascolta quello che hanno da dire, in realtà vogliono soltanto sfogarsi».

La stanza dei cartomanti era più piccola perché il traffico telefonico maggiore si concentrava sul telefono-amico, la luce al neon era abbagliante e le attese – ovvero le pause dedicate ai romanzi – più lunghe. Chiamavano principalmente donne del Sud, parlavano spesso con una inflessione dialettale fortissima, squadernavano rotture esistenziali incalcolabili. Dickens, al confronto, era una lettura amena. E farsi leggere le carte era soltanto un pretesto. Volevano parlare di quello che era successo e non doveva succedere, e del perché non riuscissero a raddrizzare la situazione. Una donna sui trent’anni mi disse che il marito la metteva incinta continuamente, e di nascosto andava ad abortire. Quando provai a farla riflettere sul fatto che avrebbe potuto prendere la pillola, rispose che facevano l’amore molto poco spesso e non ne valeva la pena. E dunque, provai a ribattere, perché non si sottrae? A quel punto un lungo elenco di motivazioni che mi fanno stringere il cuore ancora adesso, e dietro il suo discorso disperato potevo vedere la casa, i bambini, questa donna prigioniera che nessun cartomante avrebbe liberato. Chiamò più volte, finché dissi che non aveva senso rivolgersi ad una maga, avrebbe speso soltanto soldi. Non era soltanto bontà, volevo davvero smettere di ascoltarla perché il mio lavoro doveva essere un altro, mica quello della psicologa, pensavo di divertirmi a inventare storie realistiche e invece mi trovavo nell’angoscia delle vite altrui.

Un’altra donna, credo fosse napoletana, chiamò perché diceva di essere rimasta vittima del malocchio, si era svegliata un giorno zoppicando ed era convinta che qualcuno le avesse lanciato una fattura. Come l’altra, questa nuova cliente non accettava consigli sensati, voleva continuare a credere in ciò che stava vivendo, e voleva una soluzione magica, la svolta degli eventi senza alcuna partecipazione, e in fondo tutta la responsabilità ricadeva sulle mie spalle. Siccome venivo pagata per fare le carte, dovevo semplicemente fare le carte e dire che il malocchio sarebbe svanito e la gamba guarita, che il marito della signora avrebbe smesso magicamente di pretendere rapporti sessuali, che il cosmo insomma avrebbe inviato onde positive sulle vite delle chiamanti senza che queste prendessero una decisione se non quella di spendere una bella somma in maghi da strapazzo.

Un amico che lavorava nella cabina a fianco mi diceva che era stanco di prendere in giro quelle donne. Anch’io lo ero. Pensavo, però, che erano loro a chiedere l’inganno. Volevano credere alla magia, alle mie carte per giocare a scopa, sono sicura che se avessi detto che mi stavo inventando tutto sarebbero cadute dalla sedia e avrebbero sofferto molto: ma come, nemmeno la maga Laura può aiutarmi? Questa era la mia impressione. O forse mi auto-assolvevo perché eravamo pagati bene per fingere energie occulte che non possedevamo: 12mila lire ogni ora, 16mila se lavoravamo sera e festivi. Come cameriera si guadagnava meno, circa 8-10mila lire. Quell’estate comperai un sacco di libri grazie alle finte consultazioni, e riuscii ad andare in Croazia. In autunno ero colma di tristezza per tutto quello che avevo sentito al telefono, e così me ne andai. 

Una Risposta to “Io, studentessa e cartomante da quattro soldi”

  1. icittadiniprimaditutto 27 aprile 2012 a 20:57 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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