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Ammazzare un neonato non voluto è etico?

8 Mag

Secondo Francesca Minerva e Alberto Giubilini, filosofi morali di ramo utilitaristico, sopprimere un bambino appena nato è eticamente possibile, se le motivazioni sono quelle che porterebbero ad un aborto. La loro posizione ha scatenato il putiferio, specialmente tra i cattolici. Ma perché dobbiamo lasciare alla Chiesa il monopolio della morale? Esistono argomentazioni laiche per contrapporci all’aborto post-natale? Abbiamo intervistato Caterina Botti, filosofa e docente di Etica delle Donne a La Sapienza, che ci spiega perché è giusto porsi il problema dei bambini non voluti e perché le risposte di Minerva e Giubilini sono malposte.

(intervista pubblicata sul settimanale Gli Altri)

Che cosa pensa del documento di Francesca Minerva e Alberto Giubilini sull’aborto post-natale? E’ un tema che va discusso o respinto come eticamente terrificante?

Non credo sia scandaloso porre il problema sollevato da Minerva e Giubilini, ovvero discutere del destino di neonati gravemente malformati o malati. E’ fondamentale parlarne anche perché semplicemente questi drammi possono accadere. Io, però, al posto dell’espressione “aborto post-natale” – che trovo inutilmente provocatoria -, userei “eutanasia neonatale” e cioè la limitazione o sospensione delle cure mediche atte a salvare neonati con gravissime disabilità (o perfino la loro uccisione diretta). Questo già accade nelle corsie degli ospedali dove i medici sedano bambini di poche settimane in attesa che muoiano.

 

Minerva e Giubilini introducono però la precisa volontà dei genitori di lasciar morire, e semmai uccidere, il neonato con gravi disabilità perché questa sarebbe stata la loro scelta se avessero saputo durante la gravidanza che il figlio sarebbe nato in quel modo. Insomma, un feto di poche settimane o un neonato di pochi giorni – affermano – sono eticamente equivalenti.

 

Ma il punto per me critico dell’articolo di Minerva e Giubilini, non è tanto in questa equivalenza, potrei anche concedere che il neonato non è una persona, come non lo è il feto, nel senso che non ha determinate caratteristiche che noi riteniamo caratteristiche degli agenti morali, quanto la tesi che i neonati, come anche i feti, non debbano essere al centro degli scrupoli morali della donna che decide di abortire o che li ha appena messi al mondo. Ciò che conta a mio avviso è che ci possono essere ragioni morali valide per non far nascere un feto o non mantenere in vita un neonato, non il fatto che essi non siano persone, quello definisce solo il fatto che dovremo decidere noi per loro, non che non ci sia un problema morale nel deciderlo. Non è il fatto che possiamo riconoscere in un feto o in un neonato una persona o meno che definisce la legittimità di un aborto o un’eutanasia neonatale, ma la vita che il feto o neonato avranno, vita che dipende per altro, in modo importante, dalla disponibilità stessa della donna ad accoglierla.

Come dicevo, sono convinta che il documento sull’aborto post-natale ponga in maniera provocatoria e volutamente scandalosa una questione serissima che è tanto più divenuta tale negli ultimi dieci-quindici anni e cioè con il progresso della tecnologia medica. Del resto se una volta consideravamo “neonato” il nato a termine e “feto” uno stadio precedente lungo il suo sviluppo, ora possiamo trovarci di fronte a “neonati” di 22 settimane e quindi la distinzione che abbiamo in mente si sfuma. Oggi, per esempio, esistono farmaci che inducono un rapidissimo sviluppo delle capacità respiratorie nei bambini nati molto prematuramente, cosicché possano essere intubati, quindi i problemi di cui parlano Minerva e Giubilini si pongono sempre di più. Va tenuto conto che la percentuale di sopravvivenza di questi piccoli pazienti è minima ed è molto probabile che sviluppino gravi disabilità, ma anche – e in modo problematico a mio avviso – che la legge 194 obbliga i medici a tentare di rianimare il bambino ad ogni costo. Anche quando è il prodotto di un aborto terapeutico ovvero quando la madre aveva deciso di non portare alla nascita quel figlio.

 

Ecco, in questo caso perché provare a rianimare un bambino non voluto?

Come scrivevo in “Madri cattive”, è la donna che diventa giudice della relazione madre-figlio e ne porta il peso morale. Se una donna sente che la relazione con un figlio destinato alla disabilità o alla morte prematura non potrà essere una relazione sana, allora può e deve decidere l’aborto. Ecco perché credo che, sempre tenendo conto del fatto che la scelta abortiva è una scelta di interruzione di una relazione, il fatto che un feto sia nato vivo dopo un aborto terapeutico non dovrebbe cambiare nulla né costringere nessuno a rianimarlo.

Allora, portando questo ragionamento alle sue estreme conseguenze, non dovrebbe scandalizzare nemmeno la scelta di una madre che, qualche minuto dopo il parto, decide di non instaurare una relazione materna con il figlio e ne decide la soppressione perché gravemente disabile. No?

Come dicevo quello che contesto a Minerva e Giubilini è la loro ricostruzione della moralità di questo tipo di scelte, una ricostruzione che vede gli interessi della madre “prevalere” su quelli non personali del feto o neonato, io credo invece che decisioni di questo tipo possano essere il risultato di un cura da parte della madre, di una presa in carico risposabile del destino del figlio, destino rispetto al quale le sue stesse disponibilità (in tutti i sensi emotive, economiche…) non sono ininfluenti. Questo spiega anche il fatto che si possano dare esiti diversi. Quello che contesto a Minerva e Giubilini è che nel loro scritto non appare in nessun luogo il prendersi cura di un essere umano, che può anche voler dire anche il lasciarlo morire se le sofferenze sono acutissime. Io sono convinta che una madre che abortisce, per esempio, non sceglie soltanto per il proprio bene e dunque non è una semplice egoista bensì sceglie responsabilmente anche per il figlio, tenendo in conto anche la sua capacità di prendersene cura. In questo senso contesto alla morale cattolica la tesi che tutti debbano essere fatti nascere, senza nessuna preoccupazione della vita che avranno gli individui che vengono messi al mondo, senza nessuna preoccupazione di chi se ne prenderà cura, un imperativo che però elude una domanda fondamentale: a quali sofferenze andranno incontro questi nati? Chi le allevierà? In nome di che cosa, mi viene da chiedere, facciamo nascere degli individui che soffriranno, senza preoccuparci di chi si prenderà carico di quelle sofferenze?

 

C’è una risposta?

Ma, il punto è, io credo, che non esista una risposta oggettiva. Siamo esseri umani e nasciamo tutti per caso, o se vogliamo per volontà o scelta di altri esseri umani. Se crediamo invece che ci sia un’entità superiore che usando gli esseri umani esistenti ne crea di nuovi e che, per questo ogni embrione è vita sacra che va preservata ad ogni costo, entriamo in una dimensione teologica, che però è molto difficile da dimostrare e che comunque non può diventare la base morale per tutti, oltre che a mio avviso essere per certi versi crudele. Fa invece parte della fragilità umana e del nostro appartenere alla specie umana il fatto che qualcuno ci metta la mondo e ciò che possiamo sperare è che lo faccia responsabilmente. Così una donna può non sentirsi in grado di diventare madre, se è così è giusto che interrompa quella gravidanza perché altrimenti quel bambino sarebbe destinato all’abbandono, all’orfanotrofio, alla sofferenza.

 

Quanto la posizione di Minerva e Giubilini, e le posizioni degli utilitaristi in generale, tendono a ricadere nel lato opposto dell’etica cattolica proprio per differenziarsi da essa?

In Italia speso si considera la morale degli utilitaristi come una specie di laissez faire, come una non morale, invece è molto richiedente, e non tende affatto all’immoralità. Anzi. Semplicemente gli utilitaristi non ritengono la vita umana più sacra di altre vite, come quelle degli animali. Sempre rimanendo in Italia, è certo vero che qui i laici si rinserrano in posizioni molto oltranziste perché dall’altra parte esiste una prepotenza politica della Chiesa, che viene ascoltata in misura sempre maggiore. Basta vedere i pareri espressi dal Comitato nazionale di bioetica, che a volte va contro le affermazioni della comunità scientifica internazionale pur di aderire all’etica cattolica, mentre il suo vero compito sarebbe quello di promuovere la discussione e non dire ciò che è giusto o sbagliato.

 

 

 

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