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La maleducazione logora chi non ce l’ha

3 Giu

La maleducazione è polvere sottile e, come l’inquinamento, viene considerata un accessorio tossico eppure ineliminabile della modernità. Nei tempi passati il galateo e l’arte di comportarsi impeccabilmente in pubblico erano un puntiglio dei nobili e dei ricchi, e poi dei borghesi. Leonardo da Vinci alla corte degli Sforza si dannava perché gli invitati si pulivano le manacce sporche di selvaggina sulla tovaglia, e fu per questo che inventò dei pezzi di stoffa quadrati da gettare una volta finito il pranzo e stilò un decalogo dell’educazione a tavola (non avvicinarsi al desco se affetti da peste o altre malattie, per esempio).

Ora che l’ancien régime è lontano e ricchi e poveri hanno lo stesso Ipad e percorrono le stesse strade cittadine, entrano negli stessi negozi e si appassionano per le stesse serie televisive, è passata l’idea secondo la quale è apertamente democratico trattare liberamente il prossimo visto che l’etichetta puzza di privilegio. Le buone maniere, specialmente a sinistra, vengono confuse con l’odiosa élite: se i Finzi-Contini ci tengono moltissimo al r.s.v.p., allora io orgoglioso difensore dei diritti degli umili posso alzarmi nel mezzo di una conversazione per rispondere al cellulare, uscire da un negozio senza salutare e non raccogliere gli escrementi del mio cane. La maleducazione, però, non è soltanto una difesa della categoria – la categoria del popolo versus la categoria borghese. Perché anche i cosiddetti borghesi, i figli di genitori architetti, giornalisti, costruttori, avvocati e insomma la progenie del ceto imprenditoriale, creativo e spesso benestante tentano con ogni mezzo di confondersi con i cafoni forse perché il bon-ton sembra immeritatamente retrò. Dunque appare evidente che, almeno in questo momento, non v’è salvezza alcuna.

Definire la buona educazione è comunque un quesito complicato. Quella propinata dal Galateo e più recentemente dai manuali di Lina Sotis è un labirinto di formalità utili per camminare accanto al prossimo senza pestarsi metaforicamente i piedi, regole auree che non hanno niente a che vedere con l’etica. Chi segue le regole del bon-ton non è automaticamente buono o gentile, è semplicemente educato e nell’animo può anche essere autenticamente stronzo. Insomma: conoscere le regole fondamentali (non si parla quando mastichi) e quelle meno evidenti (mai chiedere soldi a coloro che invitiamo a pranzo: è una nostra idea, non la loro, quella di mangiare insieme) non significa essere frequentabili e questo perché le buone maniere non vanno confuse con la simpatia o la bontà d’animo. Infatti conosciamo spesso persone che definiremmo buone ma che non ricordano di mettere il deodorante, oppure persone amichevoli che arrivano sistematicamente in ritardo agli appuntamenti.

È proprio la formalità a rendere antipatiche le buone maniere: siccome siamo democratici e liberi e tutti uguali, ci sembra una insopportabile ipocrisia tornare a seguire regole che sentiamo stupidamente costrittive quando quello che conta è l’essenza del nostro animo. Baggianate. L’essenza del nostro animo interessa ai nostri amici, a nostro marito e qualche volta ai nostri amanti, non certo alla signora che incontriamo sull’autobus, però è comprensibile che queste parole suonino come un catechismo non voluto, come quegli aforismi che invitano a sorridere anche agli sconosciuti perché in questo modo il tasso di allegria nell’aria si moltiplica e tutti vivono meglio. Che cosa ci guadagniamo, ora e qui, a diventare beneducati? Ci tratteranno meglio alle poste? Otterremo in cambio comportamenti educati? Saremo amati con maggiore intensità? Il fatto è che non ha senso porsi queste domande, così come non ha senso chiedersi perché sia orribile andare in visita da un’amica e aspettare lunghi quarti d’ora sul divano mentre chiacchiera al telefono con una seconda amica, e poi eventualmente con una terza. Potremmo supporre che questa forma di maleducata esclusione sia un messaggio intenzionato per dirci che la nostra visita è inopportuna o non gradita, ma spesso non è così: le cattive maniere sono gratuite e possono anche non significare nulla. Se infatti ci alzassimo da quel divano e gentilmente – gentilmente – dicessimo che dobbiamo purtroppo andare, l’amica al telefono se ne avrebbe a male e passerebbe il pomeriggio a interrogarsi sulla nostra suscettibilità. Perché questa è l’accusa a chi ama la buona educazione e la pretenderebbe pure: sei rigido, rilàssati. Così come viene semplice dare del moralista a qualcuno che ci tiene particolarmente al senso di opportunità, alla trasparenza, ad una minore dose di cinismo. In ambito pubblico, moralisti e rigidi sono considerati coloro che chiedono alla classe politica maggiore pulizia e attenzione ai tesorieri ladroni, mentre si sentono liberali e sciolti coloro che sospendono continuamente il giudizio e fingono di saperla lunga, sorprendendosi mai di nulla per evitare di cadere nell’ingenuità e nel sentimento autentico (orrore!). Allo stesso modo i maleducati sono contenti di esibire la propria maleducazione, e se qualcuno protesta minimizzano la propria cafona disinvoltura: e allora? Perché le cattive maniere, a volte, diventano sostanza e indicano il tasso di rispetto verso gli altri. L’indicazione, va da sé, interessa soltanto ai beneducati visto che la maleducazione logora chi non ce l’ha.

(articolo apparso sul settimanale Gli Altri nell’inserto Queer)

 

2 Risposte to “La maleducazione logora chi non ce l’ha”

  1. maurozz 3 giugno 2012 a 11:55 #

    e se invece all’amica dicessimo piantala con il telefono ? cosa sarebbe maleducazione o crociata per la buona educazione ?

  2. icittadiniprimaditutto 3 giugno 2012 a 21:32 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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