Galleria

Mamme che dormono con i figli

5 Giu

Maddalena, 39 anni, ha deciso che Giacomo deve dormire sul lettone. E siccome il lettone è comodo soltanto per due, ha venduto quello matrimoniale per acquistare un materasso singolo da aggiungere a quello doppio. Così lei, il marito e il bambino dormono tutti insieme. Per terra. Come in un gigantesco futòn. Perché? «Per non traumatizzare Giacomo. I bambini piccoli soffrono ansie di separazione, spesso inutili. Un giorno dovrà abituarsi a dormire da solo, ma perché deve subìre un trauma a pochi mesi?». Tommaso, 43 anni, dorme invece in una stanzetta da solo per lasciare la moglie e il bambino insieme la notte. Finge che sia tutto a posto: «Dormo sicuramente meglio».

Pietro e Veronica, invece, hanno due figlie. La prima ha 7 anni, la seconda quattro. Da quando è nata la primogenita non hanno mai passato una serata da soli. Le bambine sono il fulcro del quotidiano, scandiscono il ritmo dei desideri, dei giochi e delle litigate. Giulia intanto ha messo qualche metro di corridoio tra sé e il suo compagno: dorme direttamente con sua figlia Giada di 13 mesi nella stanza che normalmente viene allestita di colori pastello e pupazzi tenerissimi quando in casa si attende una pancia che cresce. Nessuna rottura coniugale tra Giulia e il padre della piccola, almeno all’apparenza.

Non esiste naturalmente una statistica sulle neofamiglie che riorganizzano la propria vita coniugale e il proprio letto dopo la nascita dei figli. Tuttavia è più semplice indicare questa nuova forma di attaccamento alla prole come una caratteristica molto italiana. Psicoterapeuti e pedagogisti si chiedono se dormire stabilmente con il proprio bimbo non sia, in fondo, l’abolizione completa della coppia coniugale a favore della coppia genitoriale. Anzi: a favore della mamma.

Anche soltanto trent’anni fa, figli e genitori conducevano vite separate pur condividendo la medesima casa e spesso la medesima stanza. Una membrana invisibile stabiliva quali fossero gli ambiti di ciascuna generazione: il lettone rimaneva un luogo d’eccezione, così come le conversazioni degli adulti dopo cena e le serate passate fuori casa. La sacralità del padre e della madre, stabilita persino dai Comandamenti, gettava nell’infanzia e nella solitudine creativa i bambini. Non occorreva avere un padre-padrone per sperimentare la distanza con gli adulti, né una madre particolarmente punitiva. Oggi gli studi degli psicologi e dei terapeuti sono intasati da genitori incapaci di ristabilire quella membrana. “A Capodanno ho litigato con mio marito”, mi confessa Anna, “perché vedevo che il nostro piccolo Antonio aveva sonno e dunque ho premuto per tornare a casa. Lui mi diceva che avremmo potuto metterlo a dormire sul letto dei nostri amici, eravamo a casa loro. Io ho insistito, alla fine siamo andati via ma per giorni mi ha tenuto il muso”. Antonio, tre anni, ha stabilito senza volerlo l’ora del divertimento di mamma e papà. E il suo limite. In un’altra città italiana, Bologna, un’amica mi parla del fatto che, insomma, lei dorme ancora col figlio 13enne nonostante abbia un nuovo compagno.

Soltanto alcuni si chiedono se sia normale. Tutte le persone intervistate sono rimaste sorprese dalle domande sul rapporto col sonno e i loro figli. Soltanto un uomo, che chiameremo Vittorio, ha voluto affrontare la questione: «In realtà non sono contento. Spero che presto le cose ritorneranno come erano prima».

La famiglia è il luogo della riproduzione. Parliamo di famiglie eterosessuali, non necessariamente sposate. Non occorre ricordare che gli sposalizi sono in picchiata mentre le coppie italiane cominciano a preferire il rito civile, tuttavia non è questo il punto. Quando un uomo e una donna decidono di fare famiglia, solitamente vanno a convivere e cominciano a pensare ai figli. Nonostante il calo delle nascite, le coppie italiane comunque riempiono culle. Lo fanno tardi, si limitano a uno o due figli. Ma generalmente lo fanno. Cosa è cambiato, dunque? È cambiato l’orizzonte della famiglia. Poiché la contemporaneità insegna che l’amore non garantisce una famiglia eterna, ovvero una coppia coniugale solida, allora è meglio concentrarsi su ciò che davvero è eterno, ovvero l’essere genitori. O meglio, l’essere mamma. I padri italiani, quando dedicano molto tempo ai figli e vogliono condividere il cambio dei pannolini oppure il bagnetto, diventano “mammi”, termine orrido che indica in qualche modo la rinuncia alla figura maschile e paterna in favore di una morbidezza femminile che accoglie e protegge – come se un padre non potesse farlo, rimanendo padre.

Le famiglie che hanno parlato all’inizio di questo articolo rappresentano soltanto una delle tendenze della famiglia italiana. Perché le famiglie sono plurali, e aderiscono a moltissimi modelli differenti: è famiglia, per l’Istat, anche un single. È famiglia una coppia senza figli, è famiglia una coppia omosessuale. Però è raro, nel linguaggio comune, dire che un uomo e una donna, sposati o conviventi e senza prole, sono “una bella famiglia” o “una famiglia felice”. Perché sono una coppia, prima di tutto.

Nel film “La prima cosa bella” il regista Paolo Virzì mette in scena una famiglia degli anni ’60, molto tradizionale. Una madre, un padre, due bambini. Gran parte delle vicende ruotano attorno al rapporto sentimentale burrascoso tra moglie e marito, che si separano contendendosi i figli, occasionalmente si rivedono per fare sesso o tentare una ricucitura, infine si lasciano definitivamente. Sul letto di morte, la madre-protagonista ammette che, nonostante le gelosie del marito e le botte, il loro è stato un grande amore. Al di là di ogni moralismo – definire “grande amore” una storia dove sono volati schiaffi e pugni potrebbe urtare la sensibilità di molte donne – la famiglia di Virzì riflette senza dubbio la separazione tra coppia coniugale e coppia genitoriale, al punto che moglie e marito divorziano per incompatibilità caratteriale senza per questo togliere affetto e presenza ai figli. Eppure i bambini rimangono a di fuori del rapporto madre-padre, non capiscono cosa succeda, non hanno un alleato privilegiato. Oggi invece si moltiplicano le rotture tra genitori, a favore di un rapporto simbiotico coi figli. «Non so perché, ma succede così», ci confida Paolo, 37 anni: «La mia compagna dorme ancora con suo figlio quattordicenne, anche quando andiamo in vacanza insieme. Io, alla fine, ho accettato perché le voglio bene». Stanno insieme da anni, e probabilmente il rapporto durerà ancora molto tempo.

Qual è il senso di una famiglia che ha, come nucleo, il rapporto personale ed esclusivo dei genitori con i figli? Si può parlare di famiglia disfunzionale come quella, raccontata mille e una volta nella letteratura americana come Sorella, mio unico amore di Joyce Carol Oates o Meno di Zero di Bret Easton Ellis? Certamente no. La disfunzione famigliare, come la intendiamo, rimanda piuttosto ad una rottura fortissima della comunicazione tra genitori e figli, alla solitudine di entrambe le generazioni, all’incapacità di stare insieme come nucleo famigliare. A livello simbolico, sicuramente l’Italia conserva ancora una struttura famigliare molto più coesa e morbida.

Il paradosso, spesso citato, è che le donne italiane mettono al mondo sempre meno figli e sempre più tardi. Uno studio condotto da un gruppo di sociologhe napoletane sul desiderio di maternità e sull’effettivo numero di bambini messo al mondo in Piemonte come in Sicilia e in altri luoghi italiani, differenti per possibilità di lavoro e contesto culturale, scoprì negli anni scorsi che a frenare le gravidanze non era (sempre) la precarietà lavorativa, né la mancanza di servizi specifici come gli asili nido, bensì un sentimento molto meno rintracciabile: l’idea perfetta di famiglia. Le mamme italiane vogliono ancora seguire moltissimo i loro bambini, e persino le più emancipate temono di essere delle cattive mamme, diverse cioè dalle loro stesse madri che magari facevano le casalinghe. Sono pensieri così intimi che molto poco appaiono in pubblico, nel discorso mediatico, politico o sociologico. Il ritorno alla sfera privata, caratteristica spesso citata quando si parla di anni ’80, ha inculcato nelle generazioni che ora viaggiano dai 30 ai 40 anni la sensazione che fare una famiglia significa perdere tutto quello che si è conquistato negli anni precedenti: studio, letture, tempo libero, ambizioni lavorative. Si tratta a volte di false percezioni. Eppure l’organizzazione famigliare così come è concepita nel nostro Paese fa pensare che mettere al mondo un bambino segnerà uno spartiacque epocale nella vita individuale. Tanto è vero che nell’ultima manovra Monti il congedo di paternità obbligatorio è di appena 3 giorni, mentre il Rapporto sulla coesione sociale presentato dall’Istat in collaborazione con l’Inps a fine dicembre 2011 mostra ancora una volta che 9 volte su 10 è la donna a chiedere i congedi parentali, le donne guadagnano il 20% in meno rispetto agli uomini e d’altronde, dovendo prendersi cura dei bambini e degli anziani in famiglia, sono quelle che lavorano meno nella ascia 25-54 anni: soltanto il 55,5% contro il 90,4% degli uomini.

Dare colpa alle leggi, al clima culturale e allo scarso welfare però non basta. Le migranti, infatti, fanno più figli e lavorano più delle italiane. Non certo perché sono madri e lavoratrici migliori, ma perché la vita famigliare delle straniere è molto diverso e la vicinanza con i figli è sicuramente importante ma per necessità meno morbosa e meno centrata sul rapporto continuo ed esclusivo. Rimandare la paternità e la maternità, in Italia, è diventata dunque una questione non legata soltanto alla difficoltà lavorativa, bensì all’idea di famiglia e di rapporto tra genitori e figli. Tranne l’eccezione di “Quando la notte” di Cristina Comencini – storia di una madre che arriva ad odiare il proprio bambino senza per questo essere un mostro -, la filmografia degli ultimi anni rappresenta donne coraggiose, sensate, che devono attendere la maturazione dei loro compagni maschi, perenni adolescenti come in L’ultimo bacio. Il ruolo paterno viene accantonato e il rapporto con il bambino – spesso uno, raramente due o tre – diventa l’unico o quasi l’unico nutrimento affettivo quando la famiglia smette di essere un tentativo e diventa invece una delusione, anche temporanea. Le mamme che investono tutto il loro erotismo nei figli sentono che la coppia, il rapporto con il padre dei loro figli, passa immediatamente in secondo piano, non è essenziale, non è più famiglia sentimentale bensì famiglia tradizionale, dove il punto centrale è la cooperazione economica e non la costruzione di un legame amoroso solido tra adulti. Così i bambini rompono la membrana della coppia coniugale e si installano nel mezzo, godendo di una centralità mai sperimentata prima.

«Spero che Carlo arrivi tardi dal lavoro questa sera, perché altrimenti potrebbe svegliare il bimbo», ho sentito dire ad una amica mentre raccoglievo qualche voce per costruire questo articolo. I piccoli italiani che crescono in famiglie di questo tipo, ma anche in altre famiglie, sono spesso figli unici e dunque avranno pochissimi o nessun cugino, pochi cognati e cognate, un nipote o nessuno. La famiglia invece di espandersi orizzontalmente diventa verticale. Soltanto quando saranno adulti sarà possibile capire quale idea di nucleo famigliare prediligono, se questo rapporto quasi erotico con la madre (raramente con il padre) li farà sentire più forti o, al contrario, più insicuri ed egocentrici, se infine “La prima cosa bella” sarà ribaltare i paradigmi ed espellere i loro figli dal lettone per ritrovare una intimità adulta.

(reportage pubblicato nel primo numero della rivista Outlet, in edicola con il settimanale Gli Altri)


2 Risposte to “Mamme che dormono con i figli”

  1. icittadiniprimaditutto 6 giugno 2012 a 08:18 #

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Valeria 18 agosto 2012 a 08:59 #

    bellissima analisi, complimenti davvero.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blogs Of The Day

Just another WordPress.com weblog

Laura Eduati

reportage, interviste, articoli di Laura Eduati

Chi ha sparato alla cicogna?

La ricerca di un bambino (vista da lui).

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: