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“Io, vittima di violenza domestica, trattata come una incapace dallo Stato”

23 Lug

Nelle giornate buie, come lo scorso 3 luglio, Federica si chiede se denunciare il padre di suo figlio per maltrattamenti sia stata, in fondo, una buona idea. «Davvero torneresti a vivere con quell’uomo?» le chiedo. Allora si corregge: «No, lo so di avere preso la decisione giusta. Ma è quello che è accaduto dopo a sfiancarmi quotidianamente».

Federica è un nome di fantasia. Quarantacinque anni, laureata e poliglotta, vive da diciannove mesi nell’ingorgo del Tribunale per i minorenni e delle relazioni dei servizi sociali che sorvegliano i suoi movimenti come se, dice lei, fosse «una incapace», e dopo un anno in un centro antiviolenza di Roma dove, sono sempre le sue parole, «non sono state capaci di risolvere uno solo dei miei problemi», ora vive dallo scorso dicembre in una casa famiglia nonostante abbia avuto per lungo tempo la possibilità di traslocare in un appartamento spazioso messo a disposizione da una amica. Poiché, però, le assistenti sociali sarebbero dovute andare a controllare se l’alloggio era idoneo per lei e il bambino e questo controllo ha tardato, quella possibilità è sfumata. Non solo: l’ex compagno ha ottenuto che le fosse ritirato il passaporto italiano per timore che Federica potesse portare per sempre il bambino in Sudamerica dove è nata. Da un anno sta cercando di ottenere nuovamente quel documento, senza successo: la legge permette il rilascio di un passaporto soltanto a suo nome, senza includere il bambino, eppure questo non sta accadendo. Un orrido legislativo che ha fatto sobbalzare sulla sedia persino la rapporteur dell’Onu Rashida Manjoo, in visita a gennaio in Italia per verificare le buone pratiche contro la violenza domestica, alla quale Federica era riuscita a parlare nel suo ottimo inglese durante una conferenza a Roma. È proprio a lei che pensa quando sente che tutto diventa zavorra: «Vorrei scriverle una lettera, e dirle che in questo Paese i diritti fondamentali non esistono».

E poi il 3 luglio: quel giorno sarebbe dovuta arrivare la decisione definitiva sull’affido del bambino. Naturalmente l’avvocata che segue da tempo la vicenda di Federica ha chiesto che le venga affidato il figlio in via esclusiva, senza dunque ricorrere all’affido condiviso come invece suggerirebbe la legge del 2006 nei casi di separazione. Il bimbo potrebbe comunque vedere il padre, nei giorni stabiliti dal giudice, ma vivrebbe soprattutto con la mamma. La decisione invece è slittata di dieci giorni. E, come se non bastasse, i servizi sociali che seguono il caso di questa famiglia andata in pezzi per evidenti colpe dell’uomo hanno chiesto che, comunque, ad entrambi i genitori venga limitata la potestà genitoriale. All’ex compagno per motivi evidenti: le denunce per maltrattamenti pesano. A Federica invece viene imputato il fatto di non riuscire a superare il trauma della violenza e di non cooperare per avvicinarsi ad una mediazione con l’ex compagno: «Ho sempre rifiutato di incontrare nuovamente il padre di mio figlio. Per questo motivo, dicono, risulto una mamma meno brava di quello che dovrei essere».

Secondo Carla Quinto, avvocata penalista responsabile dell’ufficio legale di Be Free, il punto più spinoso rimane il fatto che l’attuale legge sull’affido condiviso non prevede una differenza tra normale conflitto coniugale e violenza domestica. E dunque non prevede la violenza maschile come motivo sufficiente per escludere l’affido condiviso, il quale prevede molti contatti con l’altro genitore e questi contatti sarebbero da evitare.

Ciò significa che, come accade a Federica, la volontà di chiudere i rapporti con l’ex compagno viene spesso interpretata come scarsa cooperazione al benessere del bambino. In questa vicenda, come ricorda la responsabile di Sportello Sos Donna della cooperativa BeFree Emanuela Donato, «il quadro è complicato dal fatto che Federica e il suo compagno non erano sposati. Se lo fossero stati, sarebbe dovuto intervenire per la separazione soltanto il tribunale civile. E siccome non lo sono, è entrato in campo anche il Tribunale per i minorenni con servizi sociali al seguito». E così, mentre l’ex può portare il bambino dove vuole per un weekend, la donna non può certo fare lo stesso. «Devo avvisare con molte settimane di anticipo se voglio passare qualche giorno di vacanza con il mio bambino fuori Roma, e devo attendere che le operatrici vadano a visionare l’albergo o l’alloggio dove starò». Una procedura obbligatoria per legge, e farraginosa, che fa sentire Federica «in carcere»: «Perché io devo essere controllata continuamente, perché non posso andarmene dalla casa famiglia, perché non posso decidere insomma della mia vita autonomamente mentre il padre di mio figlio è libero nonostante sia un violento?».

Le responsabili di Be Free, avvocate comprese, assicurano che Federica ha sempre accettato le richieste dei servizi sociali e non ha mai ostacolato la richiesta dell’ex compagno di vedere il bambino. Per amore del figlio sta seguendo la mediazione famigliare, si è sottoposta al test sull’idoneità genitoriale, sopporta con incredibile pazienza l’intera procedura. Ma si sente vittima di un ingiusto paradosso: «Sono fuggita per tutelare mio figlio, e ora sono sotto tutela come se fossi una povera donna senza arte né parte». L’ex compagno ha versato soltanto una minima parte dei 500 euro mensili che, secondo un decreto del Tribunale per i minorenni, dovrebbe garantire alla ex compagna e al figlio per il mantenimento. Nell’udienza del 5 luglio l’uomo, che vive in una villa di 300 metri quadrati, ha giurato di non avere soldi sufficienti nemmeno per se stesso. Nonostante stia lottando per ottenere l’affido condiviso, l’imprenditore per molti mesi ha impedito che il figlio potesse essere visitato da un logopedista perché a 4 anni ancora non riusciva a parlare. Per i giudici occorreva anche la sua autorizzazione, in quanto padre, e questo nonostante Federica fosse una donna vittima di gravi maltrattamenti famigliari e il bambino avesse assistito alle violenze, e per questo ha avuto problemi con il linguaggio. Secondo una sentenza della Cassazione fortemente avversata dalle associazioni contro la violenza sulle donne, infatti, un marito violento può essere comunque un buon padre e questo obbliga le vittime ad avere continui rapporti con l’ex.

Il pericolo è che ora la norma sull’affido condiviso, in queste settimane al Parlamento, venga modificata senza tenere conto di quello che chiedono le associazioni impegnate contro la violenza domestica, ovvero il riconoscimento degli abusi in fase di affidamento dei figli. Le associazioni dei padri separati che hanno ottenuto la revisione della legge, invece, pensano che sia necessario introdurre il concetto di Sindrome da Alienazione Parentale, un quadro di disturbi non supportato dalla psichiatria ufficiale, della quale sarebbe responsabile il genitore – spesso la madre – che vieta ai propri bambini di vedere l’altro. Donne come Federica, quindi, potrebbero venire accusate anche di questo.

 

Una Risposta to ““Io, vittima di violenza domestica, trattata come una incapace dallo Stato””

  1. ELEONORA INGRASSIA 24 luglio 2012 a 08:47 #

    Non ci sono parole.
    Davvero non so che commento si possa aggiungere a questa storia.

    Certo, mi viene in mente che la salute del bambino o della bambina è sempre in secondo piano, perfino rispetto all’idoneità di una camera d’albergo!!
    Questo caso poi amplifica il problema (vedi visita dal logopedista negata).

    E anche la salute della donna, ovviamente. Salute mentale certo compromessa dagli abusi ma recuperabile, se non fosse la donna (non l’uomo) invece trattata come una criminale! Da controllare, da seguire, sempre sospettata, sempre in difetto.

    E’ una vecchia storia quella della donna difettiva nei confronti dell’uomo. Mi chiedo quando riusciremo a cambiare davvero questa e mille altre storie simili, che discriminano le donne più dei culetti delle veline in tv (per quanto faccia tutto parte di una stessa cultura patriarcale e machista).

    A “Federica” voglio fare i complimenti per la tenacia, sono certa che un giorno il figlio saprà dirle (!) quanto le è grato. Per averlo amato così forte da sopportare questo dolore per lei.

    Buona fortuna…a tutte noi.

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