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Dopo Er Pelliccia, niente. Perché non ci ribelliamo?

25 Ott

Se persino Piero Bernocchi dei Cobas, fiero sindacalista ribelle, preferisce aderire ad un corteo che rimane lontano dai palazzi della politica, il No Monti Day del prossimo 27 ottobre, rinunciando in questo modo ad emulare l’assedio parlamentare di Madrid oppure le rivolte di piazza Syntagma, allora significa che gli Occupy americani rimangono soltanto un sogno borghese, un applaudire alle ribellioni altrui schifando le proprie. Perché fare opposizione movimentista in Italia ormai è impossibile, e lo è per molte ragioni. Proviamo ad elencarle (senza dare la colpa a Bernocchi).

Uno. Sono anni che il movimento studentesco, i partiti della sinistra, i sindacati radicali, la Fiom – insomma quella flotta riconoscibile appello dopo appello e manifestazione dopo manifestazione – organizzano mobilitazioni contro il governo. Molte hanno avuto un enorme successo numerico. Poi è arrivato il 15 settembre 2011, concluso con la lunga battaglia urbana a piazza san Giovanni dove centinaia di ragazzini e meno ragazzini hanno gettato nell’immondizia la volontà maggioritaria di concludere il corteo accampandosi pacificamente come stavano facendo da mesi a Puerta del Sol. Da allora nessun capo del movimento è riuscito a convincere l’opinione pubblica a riflettere su un paradosso evidente: se il malessere sociale è così ampio, se le ragioni dei giovani precari disoccupati e senza famiglia sono così evidenti, perché inorridire se la protesta include la violenza? Il secondo paradosso è che quella stessa opinione pubblica, intollerante quando pensa ai disordini di piazza San Giovanni, si infuria contro i celerini che manganellano gli studenti e chiama quegli studenti “i nostri figli”. Il risultato è che le mobilitazioni puzzano ormai di fumogeno e pericolo, e il No Monti Day rischia di andare deserto mentre continueremo a guardare le cronache delle rivolte spagnole e greche con una punta di invidia.

Due. Il movimento non esiste. Oppure esiste poco. Atomizzato, sfasciato, vecchio, da quindici anni in mano agli stessi leader, che un tempo venivano chiamati Disobbedienti e ora spregiativamente Disobba. Leader che riescono a coagulare molto poco consenso, e moltissimo dissenso. Ma anche indifferenza. Le guerriglie del 14 dicembre 2010 e 15 ottobre 2011 hanno dimostrato come i ragazzini infuriati contro il mondo schifano non soltanto la politica ma anche l’opposizione a quella politica. Non vogliono capi che rilasciano interviste al manifesto oppure a Repubblica. Non sopportano alcuna autorità. Sono anarchici senza sapere di esserlo. Non si riconoscono nei tradizionali schieramente politici, sanno soltanto che avranno un futuro marcio, zero lavoro e molta fatica. Molti imparano a menare le mani allo stadio. Si tatuano immagini maori sul polpaccio, se vivono a Roma subiscono la fascinazione di Casapound e soprattutto dell’estetica fascista, del manipolo, del video-gioco violento. Assumono una quantità di droghe inimmaginabile. Pasticche, ma anche eroina. Tantissima eroina. Sono gli stessi ragazzi che a Londra sfasciano vetrine per rubare un paio di scarpe Nike. Oppure vengono da famiglie borghesi, benestanti, o comunque non povere. La maggioranza dei ragazzini che passano il confine della criminalità non sono più pischelli di periferia bensì figli dei quartieri-bene. Molte sono donne, piccole donne. Di fronte a questo quadro, i capi del movimento rimangono confusi. Non sono amati dall’opinione pubblica conservatrice, non sono riconosciuti dal popolo che vorrebbero rappresentare.

Tre. L’unica porzione di società ribelle che riscuote simpatie ampie sono gli studenti. Travestiti da book-bloc, in assalto al Senato, sopra i tetti delle facoltà, fottutamente arrabbiati. A molti ex sessantottini ricordano la gioventù. Tuttavia la protesta non può gravare tutta sulle loro spalle.

Quattro. Il No Monti Day cerca di salvare capra e cavoli. È radicale ma rifiuta la violenza. Per questo sta organizzando un servizio d’ordine per tenere fuori coloro che non aderiscono ma partecipano – secondo una formula democristiana ormai tipica delle proteste di piazza italiane. Il fine è nobile, eppure gli organizzatori non tengono conto che era semplice mobilitarsi contro Berlusconi, lo è molto meno contro Monti. Bernocchi ricorderà le marce contro il Vaticano lanciate annualmente dai No Vat: avrebbero dovuto esserci centinaia di migliaia di persone, e invece se camminavano in duemila era già un successo. Il problema è sempre il distinguo tipico della sinistra, gli steccati, la litigiosità nelle assemblee preparatorie, la gara di purezza ideologica: tutto questo ammoscerebbe chiunque. Tranne gli organizzatori.

Cinque. Il movimento barcolla e la protesta langue nel periodo economicamente più nero degli ultimi cinquanta o sessant’anni perché le mobilitazioni ricordano pavlovianamente gli anni ’70. Nella testa degli italiani l’equazione immediata è sampietrino uguale terrorismo. Oppure tafferugli uguale pistole. È pressoché impossibile parlare di reddito minimo garantito con un elettore del Partito democratico tendenza Bersani senza ricevere sorrisi di compassione: cos’è, nostalgia del comunismo? Senza sapere che in molti Paesi europei il sussidio pubblico è realtà. E così via. In questo senso le rivendicazioni di Bernocchi, Cremaschi, Landini vengono automaticamente derubricate a folclore. Non vengono prese sul serio. E la parola “operaio” ricorda antichi film, antiche questioni.

Sei. Le rivendicazioni del movimento non sono antiquate, ma usano un linguaggio antiquato. Nel suo blog sull’Huffington Post dedicato alle proteste studentesche di queste settimane, Francesco Raparelli usa almeno quattro o cinque volte le parole “marxista” e “capitale”. Ora. È molto probabile che l’analisi sia corretta, ma Raparelli dimentica che la disoccupazione giovanile colpisce anche ragazzi di destra e ragazzi che della politica, di Raparelli, dei quotidiani, di Marx e della scuola non frega assolutamente nulla. Gli esegeti del movimento, e in particolare della sinistra che sente di avere in appalto l’organizzazione delle proteste, stentano a capire che mettere paletti alle proprie frequentazioni comporta la fortissima riduzione della partecipazione. Quando questi esegeti provano a inserirsi nella comunicazione mainstream, però, vengono immediatamente odiati dai puri e duri. Non se ne esce.

Sette. L’atteggiamento mentale all’interno dei movimenti è la paranoia. Il sospetto. Chiunque abbia provato a mettere d’accordo le diverse anime – basti pensare soltanto al femminismo, post-femminismo, Se non ora quando. Paestum e via dicendo – si è rotto le ossa. In questo modo anche la partecipazione più entusiasta dei neofiti si ammoscia e per non mangiarsi il fegato spesso è meglio rimanere a casa. Il sociologo francese Alain Bertho ripete ormai da tempo che le mobilitazioni contemporanee non hanno leader né organizzazione. Sono liquide, ed esplodono senza convocazione. Il No Monti Day, per rimanere sull’attualità, ha dunque forme antiquate: organizzato da sindacati e partiti, subisce l’ostilità dei non affiliati, degli anarchici consapevoli, degli anarchici inconsapevoli, dei tanti reazionari che vivono nelle redazioni e scrivono contro gli scioperi dei trasporti (Milano) ma difendono gli studenti, dei paranoici, dei delusi, dei cinici e dei menefreghisti. Buona fortuna.

(articolo uscito sul settimanale Gli Altri)

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