Galleria

Le vostre badanti scrivono poesie

26 Apr

badanteLe poesie di Rodica sono scritte con calligrafia precisa in piccoli fogli bianchi, spediti da Latina dove lavora come badante. «Per favore pubblicatele, mi fareste felice» scrive alla redazione romana della Gazeta Romaneasca. I versi di Rodica sono dolentissimi: «Quando penso alla mia casa laggiù/ le lacrime non si fermano/ mi guardo indietro/ e vengo investita dai rimpianti/ Signore, non essere triste perché non ti ho ascoltato/ Tu in sogno mi avevi fatto sapere/ che lontana dal mio paese/ non sarei stata bene».

Sorin Cehan, il direttore del settimanale di riferimento per i migranti rumeni in Italia, ripone con cura la busta accanto a centinaia di altre lettere come questa. Tutte, o quasi tutte, contenenti poesie di donne venute in Italia per assistere i nostri vecchi. Un archivio prezioso e sconosciuto agli italiani che racconta, coralmente, la tristezza e la nostalgia delle badanti venute dall’Est, il sacrificio di rimanere lontane dai figli, i gesti quotidiani di cura e pulizia, l’orgoglio di guadagnare bene e risparmiare per la famiglia, la rabbia di venire considerate nonostante tutto carne da lavoro. «Non potete gettare fango sulle donne venute qui per lavorare» scrive la badante ucraina Natalia Rebrik in un poema-invettiva pubblicato durante le feste natalizie sulla Gazeta Ukrainska, che condivide la redazione dei Parioli con il periodico rumeno. Natalia vive a Napoli, e nonostante scriva in ucraino si rivolge agli italiani rispondendo alle accuse che normalmente vengono rivolte alle ragazze dell’Est Europa, quella di rubare i mariti alle italiane e di accasarsi per interesse con anziani rimasti vedovi: «Dicono che queste donne sono cattive, prostitute e fanno le amanti…Perché alcuni sedicenti giornalisti e scribacchini scrivono/ che dobbiamo andare via e ci gettano fango addosso».

Marianna Soronevych, direttrice trentenne del mensile ucraino, indica la sua mensola ormai stipata di versi amatoriali. Prima di diventare giornalista, Marianna ha lavorato come assistente famigliare: «Le badanti preferiscono i versi perché non hanno regole e riflettono meglio le loro emozioni. In Ucraina è normale comporre poesie e canzoni, fa parte del folclore». E già circolano le prime raccolte, come quella curata da Olha Vdovychenko, ex badante e scrittrice ucraina residente a Palazzolo (Brescia): «Pochi lo sanno, ma molte badanti tengono un quaderno dove annotano poesie che poi, la domenica, leggono ad alta voce alle amiche nei parchi pubblici. Quando la poesia è bella, allora la copiamo e spesso ci dimentichiamo di riportare il nome dell’autrice». Nel quaderno di Olha è finito il rimpianto di una donna senza nome: «L’unica cosa bella

è che ho delle amiche*.

Quando andiamo ai giardini*,

ci stendiamo all’ombra,

ciò che è successo nella settimana –

ci raccontiamo tutto.

Passiamo lì tutta la giornata,

piangiamo un pochino,

e di sera ai signori

torniamo lentamente…».

Maria S., invece, immagina di rispondere alla madre che le chiede come si trova nel paese straniero: «Sto bene, mamma, il lavoro non è troppo pesante/ cucino, lavo e faccio le pulizie/ e la nonnina – sempre è nel letto/ bisogna lavarla/imboccarla e darle le medicine/ e dirle una parola di tenerezza/ Anche se è una estranea per me/ mi rotolano lacrime abbondanti/ quando vedo le sue sofferenze».

Sono poesie che non hanno la pretesa di diventare letteratura, eppure l’impressione è quella di parlare finalmente per la prima volta con le badanti e ascoltare la loro storia. Anche quando parlano storpiando l’italiano e si sentono intrappolate in una lingua che conoscono ancora poco: «Mi mancano le parole/come se mi togliessero l’aria/ non riesco a respirare/non riesco a parlare…/mi vergogno/ perciò non parlo/ ma ascolto, ascolto, finché/ non mi scappa un urlo/ Sono viva! Ascoltatemi!».

Al telefono da Palermo la rumena Elena Epure, 62 anni, ha una voce squillante. A lei la Gazeta Romaneasca ha dedicato una pagina intera, ha scritto quelle che chiama «centottanta poesie di dolore». Dice che quando era ancora giovane, in un minuscolo paesino moldavo, inventava canzoni per i suoi bambini e quando questi le cantavano tutti piangevano. «Avrei voluto scrivere poesie anche allora, ma gli impegni domestici erano pesanti. Ho cominciato qui, in Sicilia, nel silenzio della cucina quando la signora che assistevo dormiva. Perché per scrivere ci vuole molta concentrazione». Elena è emigrata nove anni fa. Mai avrebbe immaginato, racconta, di attraversare una esperienza così dolorosa come il distacco dai figli. Il marito è morto da 16 anni, e lei era l’unica che poteva andare lontano per guadagnare. Oggi scrive: «In casa dormo con un estraneo/a tavola mangio con un estraneo/la mattina mi sveglio e faccio fatica per un estraneo. Mai avrei pensato di vivere così lontana/ e adesso mi piango addosso dalla mattina alla sera Io, paese mio, vorrei venire a casa/ma tu non sei ancora pronto per me».

Recentemente due psichiatri ucraini hanno battezzato con il nome “sindrome italiana” la depressione che colpisce le donne che per lunghi anni sono state all’estero come colf e badanti. Tornano dopo un lungo distacco, i figli si sono allontanati emotivamente, tornano e il paese natale è cambiato, non sanno a quale cultura appartengono e sviluppano una grave apatia che spesso porta al ricovero ospedaliero. In Romania stanno crescendo 350mila bambini con uno o entrambi i genitori all’estero, e le loro sofferenze hanno suggerito al parlamento di Bucarest di prendere in esame una legge che punisce le madri o i padri che lasciano il Paese senza nominare un tutore legale per i loro figli: rischierebbero fino a 10 anni di carcere.

Coloro che rimangono a casa hanno un’idea precisa dell’Italia e degli italiani. Nei teatri ucraini da anni va in scena una commedia, “Cenerentola a Napoli”, dove una donna a servizio ucraina lavora nella casa di signori benestanti. La padrona è isterica, il marito fa il cascamorto con la colf. Che però resiste nonostante soffra la solitudine. A volte, però, i figli raggiungono le madri in Italia dopo molto tempo. E sono felici. Come la piccola Irina, che dalla nuova casa di Magione (Perugia) ha voluto scrivere alla Gazeta Ukrainska la sua emozione in rime: «Te ne eri andata via in silenzio/ una mattina mentre dormivo/ e mi sei riapparsa in sogno…/Ho aspettato tanti anni/ sfogliando il calendario/ sono cresciuta/ ma non potevo rimanere senza di te. E poi l’aeroporto/ ti ho aspettata e ti ho rivista/ mio tesoro, mia dolce cara mammina».

(pubblicato sul blog Matrioske, Huffington Post)

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blogs Of The Day

Just another WordPress.com weblog

Laura Eduati

reportage, interviste, articoli di Laura Eduati

Chi ha sparato alla cicogna?

La ricerca di un bambino (vista da lui).

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: