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Tra quattro anni niente aborti in Italia

26 Apr

David-La-Chapelle-Jesus-ANATOMIKA6Entro tre o quattro anni in Italia sarà impossibile ottenere un aborto. È il grido di allarme lanciato dai (pochi) ginecologi che ancora garantiscono un diritto sancito dalla legge sull’interruzione di gravidanza, la 194. Per evitare di incappare negli obiettori di coscienza e abortire in condizioni vergognose, molte donne preferiscono andare all’estero. Eppure nessuna ha il coraggio di denunciare. Al posto loro hanno deciso di farlo gli esponenti dell’associazione Luca Coscioni, che stanno preparando un esposto contro le regioni e le aziende ospedaliere fuorilegge.

L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».

Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.

In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».

Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.

Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.

«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.

 

(pubblicato sull’Huffington Post)

 

16 Risposte to “Tra quattro anni niente aborti in Italia”

  1. Monia Matteucci 30 aprile 2013 a 08:21 #

    Ogni ospedale statale dovrebbe garantire i servizi che lo stato offre, tra cui l’aborto.
    E’ una situazione vergognosa.

  2. Angela Pes 30 aprile 2013 a 08:41 #

    È successa una storia simile a quella di Cecilia anche a me nel 1995 quando decisi con grande dolore di abortire il bimbo down che portavo in grembo e mi rivolsi all’ospedale S.Camillo di Roma. Se la mia storia o quella delle donne di cui sentii in quell’occasione può essere di aiuto contattatemi pure. Sono un medico di base e lavoro nel centro di Roma se anche questo può essere di una qualche utilità sono a vostra disposizione. Non lasciamo i derubare in modo così subdolo di una legge di civiltà. Cordiali saluti Angela Pes

  3. stefania 30 aprile 2013 a 11:03 #

    Solo una precisazione: “per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto.”. Questo non e’ corretto perche’ in caso di aborto terapeutico bisogna partorire e quindi e’ necessario essere sveglie. Ovviamente non puo’ essere fatta l’anestesia generale!
    Avevo letto che non possono fare cesarei cosi’ presto perche’ si rischierebbe di compromettere l’utero per sempre, quindi purtroppo bisogna affrontare la tristissima esperienza del parto abortivo.
    Che poi non facciano nemmeno l’epidurale e’ assurdo, ma c’e’ da dire che in Italia sono le donne stesse ad essere arretrate e colpevolizzare le altre donne che scelgono di non partorire nel dolore o di abortire in caso di malformazioni.
    Che triste realta’.

  4. Massy Biagio 30 aprile 2013 a 13:40 #

    bohhhhhh tra il 70 e 80 % di ginecologi obiettori di coscienza.. a me pare una stronzata. cmq.. sarà.. non credo per niente a questi dati, pure se li ha dati il ministero della sanità

  5. Renni 30 aprile 2013 a 15:18 #

    poveri noi.

  6. fausto 1 maggio 2013 a 10:13 #

    Camminiamo veloci verso il modello polacco. Una bellezza, non c’è che dire.

    • Giovanni 3 maggio 2013 a 17:28 #

      Questo articolo è rimbalzato nel web in maniera notevole, e la domanda è sull’attendibilità delle informazioni indicati. Non si riesce a capire la fonte, si dice “Huffington Post” ma effettivamente sul sito non è presente questo articolo. E’ possibile avere il link della fonte?

      • Laura Eduati 3 maggio 2013 a 17:53 #

        L’articolo è uscito in forma tagliata qui http://www.huffingtonpost.it/2012/10/09/aborti-terapeutici-donne-costrette-ad-andare-estero_n_1951011.html. Mentre su questo blog ho postato l’articolo nella sua originale lunghezza. Entrambi i pezzi sono firmati da me.

      • Giovanni 3 maggio 2013 a 19:46 #

        Gentile Laura, la ringrazio per la tempestiva risposta. Tuttavia mi dispiace segnalarle la scarsa oggettività dell’articolo. Lo dico, in quanto per motivi soggettivi e personali, che non starò qui a presentarle, ho considerato di primo acchitto il suo articolo a dir poco fazioso.
        Rispetto la sua vocazione giornalistica, ma le consiglio di affrontare questi argomenti, che possono toccare sfere personali non solo come quelle dell’anonima Cecilia, con maggiore oggettività. A mio parere rivolgersi all’associazione Coscioni, alla Laiga, l’AIED e il FIAPAC, rappresenta un importante base di partenza per l’articolo. Necessaria, ma sbilanciata: non supportare questa sua ricerca, e cercare un bacino di possibili bacini di discordanza in merito (pace all’anima del defunto Buscaglia, imputato pure in alcuni “aborti facili”).
        Lo dico perché sono stato sinceramente colpito dalle sue affermazioni, e perché immagino voglia mirare al rango di giornalista. Qualora non intenda mirare a questa ambizione, e creare informazione indagando in un’unica direzione, non credo sarò ancora interessato a dare attenzione ai suoi articoli.

      • stefania 4 maggio 2013 a 08:50 #

        Ecco, dopo aver letto l’articolo su Huffington Post devo dire una cosa: questo titolo e’ fuorviante. Il problema sono perlopiu’ gli aborti terapeutici, non gli aborti normali. C’e’ differenza tra IVG (entro i 90 gg) e ITG (dopo). E’ ovvio che non si sta mettendo in discussione il fatto che gli ospedali debbano garantire il servizio, anche perche’ se una donna affronta una ITG e’ per motivi seri e dunque si sceglie il male minore (per cosi’ dire) abortendo un feto ed evitando di portare a termine una gravidanza e di far nascere un bambino che morirebbe o avrebbe delle malformazioni gravissime. Pero’ c’e’ anche da capire che un conto e’ fare un’isterosuzione di un embrione e un conto e’ assistere a un parto vero e proprio e poi trovarsi con un feto che magari non muore subito. La questione non e’ banale. Non e’ facendo gli obiettori di coscienza e lavandosene le mani che si risolve il problema, ma non e’ nemmeno corretto far passare tutti i ginecologi come antiabortisti. Per quanto mi riguarda ho vissuto diverse volte la perdita spontanea di una gravidanza e all’ospedale ho sempre incontrato donne che erano li’ per abortire volontariamente. Cio’ vuol dire che, almeno a Milano, fare un’interruzione volontaria di gravidanza e’ possibilissimo.

      • Laura Eduati 4 maggio 2013 a 13:09 #

        Gentile Giovanni, i dati contenuti nel mio articolo sono forniti dal ministero della Sanità. Le problematiche sull’applicazione della 194 sono sottolineate giorno dopo giorno non soltanto da molte donne che fanno fatica a ottenere un aborto (in molti ospedali questo servizio non è garantito, specialmente al Sud) ma anche dalle associazioni che vigilano sul diritto di chiedere e ottenere una interruzione volontaria di gravidanza. Le ricordo che la 194 è una legge dello Stato, e in quanto tale deve essere rispettata come qualsiasi altra legge. Se lei invece si riferisce al dibattito etico dellìaborto, ovvero alle varie posizioni religiose e filosofiche, lo dica chiaramente. Io però sono una giornalista e non posso entrare nella valutazione etica. Posso senz’altro capire che per molte persone un aborto è un atto gravissimo, e rispetto questa posizione. Ma, ancora una volta, in Italia il diritto all’aborto è ancora garantito da una legge.

  7. Sara 5 agosto 2013 a 11:34 #

    Mi sta accadendo quanto raccontato, è incredibile! Vivo a Roma, ho 35 anni e debbo abortire, ma mi stanno facendo mille problemi. Ospedali, consutori, tutti accampano scuse: torni domani, prendiamo un appuntamento tra 30 giorni e così via. Se volete o dovete abortire bisogna andare all’estero che qui la donna è considerata meno di un cane!

    • Laura Eduati 25 agosto 2013 a 15:20 #

      Mi dispiace molto. Spero che nel frattempo tu abbia trovato un ospedale senza scuse. Scrivimi laura.eduati@gmail.com

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