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I centri antiviolenza rischiano di chiudere

1 Mag

rana_salam_wallpaper_1(Huffington Post, gennaio 2013)

Se il centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza ancora accoglie le donne maltrattate è perché il proprietario dei locali ha smesso di rivendicare le rate arretrate dell’affitto. Appese alla generosità temporanea di un privato, operatrici e volontarie si preparano comunque al peggio. Sanno che se non arriveranno nelle prossime settimane i 45mila euro promessi dal bando regionale, in ritardo ormai da un anno, il servizio di sostegno alle vittime di violenza dovrà forzatamente chiudere. E questo nonostante la Calabria abbia promulgato nel 2007 una legge che si propone di finanziare i centri anti-violenza.

Per due anni le risorse sono state congelate. Poi lo scorso anno abbiamo vinto un bando regionale. Ora ci dicono che lo stanziamento si è volatilizzato”, spiega la presidente Vicky Zoccali. Cinque anni fa, sempre per la penuria delle risorse, le volontarie che fanno vivere il centro “Roberta Lanzino” hanno dovuto chiudere la casa-rifugio dove venivano ospitate le donne in pericolo di vita. Oggi la struttura prevede un centralino del Telefono Rosa e uno sportello di consulenza legale e psicologica, ed è l’unico centro anti-violenza calabrese totalmente dedicato alla violenza di genere. Senza contare che al centro di Cosenza vengono dirottate le chiamate provenienti dalla regione al 1522, la help-line istituita dal ministero per le Pari Opportunità e per la quale non tutte le strutture sono accreditate. Se il lavoro di Zoccali e delle altre operatrici dovesse mancare, da marzo le calabresi picchiate o perseguitate da stalker potrebbero ricevere ascolto telefonico soltanto dal consultorio di Crotone.

Non funziona meglio a Parma, in un territorio come l’Emilia Romagna che può vantare un alto numero di case-accoglienza di alto livello. “Possiamo funzionare soltanto sull’emergenza”, racconta la presidente Samuela Frigeri: “Garantiamo un posto letto per quelle donne che improvvisamente hanno bisogno di allontanarsi dalla famiglia. A quelle parmensi che invece vivono una situazione di violenza e che hanno bisogno di un percorso più lungo per troncare i rapporti con il loro compagno, non possiamo invece offrire nulla. Non ci sono i finanziamenti. E sono loro la maggioranza”. Ciò significa che per trovare risorse per pagare le bollette del telefono e le cosiddette spese di gestione, per non parlare dei contratti di lavoro, Frigerio e le altre volontarie ogni anno devono partecipare a bandi nella speranza che vengano ancora assicurati gli stanziamenti. E quando il Comune, la Provincia o la Regione non bastano, bussano alle porte delle fondazioni bancarie. Con il costante timore di non farcela più.

Perché questa è la realtà: i centri anti-violenza italiani non godono di finanziamenti stabili. Non esiste, presso gli enti locali che direttamente dovrebbero stanziare fondi, un capitolo di spesa dedicato esclusivamente al sostegno delle associazioni che si occupano di sottrarre donne alla violenza domestica. Si tratta di una vistosissima lacuna, ancor più grave se contiamo le vittime di femminicidio: una ogni tre giorni. Un’ecatombe che trova posto sui giornali e non nel bilancio statale: 125 vittime nel 2012, 127 nel 2011, 119 nel 2009 e così via. Impossibile stabilire quante di loro avrebbero potuto scampare alla morte, ma è ormai assodato che il lavoro dei centri anti-violenza è un’ancora di salvezza per prevenire il peggio.

Dall’inizio dell’anno è cominciato quello che le attiviste chiamano “il bollettino di guerra”: cinque donne uccise, due in gravissime condizioni. Una di loro, Antonia Stanghellini, aveva denunciato tre volte per maltrattamenti l’ex compagno e futuro assassino. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto sicuro per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6000. Nella realtà sono soltanto 500. A fine anno potrebbero essere ancora meno.

In questo senso a poco è servito il pur importante Piano Nazionale Anti-Violenza, varato a fine 2010, che negli ultimi mesi ha spinto il dipartimento per le Pari Opportunità a lanciare bandi per centri anti-violenza senza però prevedere un sostegno continuativo.

Ed è proprio questo che chiediamo”, sostiene l’avvocata Titti Carrano, presidente della D.i.r.e, rete nazionale che raccoglie la maggioranza delle strutture: “Gli enti locali possono garantire risorse sempre più esigue per colpa della crisi. Dobbiamo invece avere la certezza di un finanziamento, e il supporto alla rete anti-violenza dovrebbe essere omogeneo in tutti i territori. Oggi una donna vittima di violenza nel Sud è meno tutelata di una donna che vive nel Nord”. Per Carrano la spending review che si è abbattuta sui servizi sociali è “un taglio di genere”, perché “si abbatte soprattutto sulle donne. Ed è trasversale. Sono ormai numerosi i centri anti-violenza che arrancano o rischiano di chiudere”.

Nel triste elenco è incluso anche il centro Demetra di Lugo in Romagna (Ravenna), costretto a quadrare i conti con 3500 euro l’anno erogati dal piano di zona che comprende 9 comuni. Per questo motivo è aperto soltanto quattro ore la settimana. Nel settembre 2011 ha dovuto chiudere il rifugio, che poteva ospitare tre donne e un bambino, proprio per mancanza di fondi. “Fino a poco tempo fa potevamo sopravvivere grazie alle donazioni private”, dice la presidente Nadia Somma, “ora la beneficenza si assottiglia e potremmoh chiudere. Basterebbero poche migliaia di euro per aprire il centro almeno venti ore la settimana. Le donne che arrivano a bussare alla nostra porta non possono trovarla chiusa”. L’anno scorso la piccola struttura ha fornito assistenza a sessanta donne, ma nel Pronto soccorso della cittadina le vittime di mariti o fidanzati aggressivi sono state il triplo. Eppure se queste donne decidessero di scappare di casa, dovrebbero essere inviate ai centri di Ravenna o Faenza, a carico dei servizi sociali di Lugo: un controsenso. Oppure sistemate nell’unico appartamento riservato dal Comune alle emergenze abitative.

L’Italia è l’unico Paese europeo dove manca la descrizione esatta di un centro anti-violenza”, sottolinea Carrano. “Ecco perché per gli enti locali non fa differenza mandare una donna in un centro per persone svantaggiate, dove vengono accolti poveri, senzatetto o migranti in difficoltà. Donne e uomini insieme, con esigenze molto diverse. Sarebbe invece fondamentale stabilire i criteri di questi centri, che esistono e si occupano esclusivamente di donne vittime di abusi e prevedono operatrici preparate secondo un’ottica di genere”. Non occorre citare il piano spagnolo contro la violenza di genereche addirittura stabilisce sezioni di tribunale appositamente dedicate al femminicidio.

A novembre il Piano nazionale contro la violenza dovrà essere rivisto. Le associazioni che si occupano del fenomeno sperano che nei piani alti della politica qualcuno possa finalmente farlo entrare nell’agenda delle priorità assolute. Intanto in questi giorni un altro centro potrebbe chiudere per sempre, a Lecce. Il Comune infatti ha deciso di tagliare anche gli esigui 5mila euro annui erogati fino a oggi. Secondo il sindaco le donne in reale difficoltà – il centro “Renata Fonte” ne ha sostenute circa 700 soltanto nel 2012 – possono trovare rifugio nelle strutture di accoglienza per poveri della città.

Rischia il fallimento anche il centro anti-violenza di Pavia, dove nel 2012 hanno trovato la salvezza trecento donne, e al quale il Comune assicura soltanto 10mila euro l’anno. La Regione Lombardia, dove sopravvivono 17 strutture di questo tipo, doveva stanziare due milioni di euro. E invece quei soldi sono spariti.

 

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