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“Io amo gli animali” is the new “Ho tanti amici gay”

31 dic

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Spesso mi è capitato di mangiare bistecche, uova, calamari e prosciutto crudo a tavola con amici vegetariani, amici antispecisti, animalisti e vegani e non ho mai colto un lampo di rimprovero nei loro occhi. Ho convissuto con un uomo vegetariano che mi spiegava di avere smesso di mangiare la carne dopo un documentario sull’allevamento delle oche per il fois gras. Eppure potevo acquistare, tenere nel frigo e consumare fettine di carne senza che questo disturbasse l’amore.

 

 

Nei lunghissimi anni da carnivora, ho incontrato soltanto un vegetariano davvero intollerante. Era un mio fidanzato, sbuffava se al mare ordinavo la frittura mista, e siccome in macchina voleva sempre ascoltare Bob Marley senza mai cedere alle mie suppliche (era uscito un disco dei Blur alle mie orecchie meraviglioso), alla fine ho pensato che il problema tra noi non era la mia insensibilità animalista, bensì la sua rigidità mentale.

 

 

Ecco perché, nonostante il moroso reggae, non credo di avere mai confuso l’animalismo con l’estremismo. Né ho confuso l’amore per gli animali (generalmente cani, gatti e canarini di casa) con l’animalismo militante. “Amo gli animali” is the new “ho tanti amici gay”. A questo, ai lunghi pranzi tranquilli con gli amici vegetariani e antispecisti, ho pensato quando ho letto quei commenti stupidi a Caterina Simonsen, la ragazza col respiratore che difende la sperimentazionale animale. Una associazione animalista, Essere animali, ha rintracciato i profili Facebook dei quattro presunti animalisti cretini e ha scoperto -ne ha scritto Margherita D’Amico su Repubblica – che sono soltanto cretini e non animalisti, visto che nella loro bacheca non compare traccia di attivismo, volontariato al canile, link antispecisti, nemmeno la foto del cane della zia. Niente. Ma anche se fossero davvero coraggiosi guerrieri della Animal Liberation Front, ecco, sono semplicemente degli imbecilli.

 

 

Fa comodo però avere quattro imbecilli presunti animalisti. Fa comodo nella nuova guerra di opinione che, a differenza delle scie chimiche, fa saltare i nervi anche agli editorialisti dei giornali importanti. Una amica giornalista che per un periodo doveva curare la pagina Facebook di un settimanale non impegnato politicamente mi ha detto di aver ricevuto un ordine preciso: mai trattare l’argomento animalista, animali, carne, vegetariani o scoppia il putiferio. Ho visto persone quiete e cortesi postare sui social network oscure ricerche che proverebbero come in realtà i vegetariani uccidano più animali dei carnivori (tiè!) e altre persone normalmente educate che hanno preso a pretesto il caso di Caterina Simonsen per affermare “io lo sapevo che gli animalisti sono dei nazisti”.

 

 

Prima di continuare devo confessare che da otto mesi non mangio carne. Non posso però dirmi vegetariana, perché mangio il pesce. Sono perciò lontanissima dalla purezza, dalla coerenza e dall’esemplarità. Eppure mi stupiscono le rivendicazioni di molti carnivori – essendo io una mezza carnivora – che negano contro ogni evidenza scientifica un fatto incontrovertibile: gli animali soffrono. Soffrono moltissimo nell’essere rinchiusi in gabbia, così come soffrono nel partorire vitelli che poi verranno allontanati dalle madri. Soffrono se sono costretti a tenere un tubo gastrico per sperimentare nuovi medicinali, così come soffrono quando vengono portati al macello. Soffrono quando sono fatti ammalare appositamente di tumore, diabete e altre malattie così come soffre un cane abbandonato dal padrone.

 

 

La stessa diatriba sul termine “vivisezione” è angosciante. La legge consente sperimentazioni su animali senza anestesia per provare farmaci antidolorifici, e non occorre pensare a bestiole tagliuzzate mentre si dibattono vive sul tavolo del vivisettore.

 

Che gli animali provino un dolore fisico identico a quello umano, e in molti casi anche psicologico, è evidentissimo. Questo dolore può essere considerato allo stesso tempo eticamente insopportabile e necessario. Un mio caro amico di Gerusalemme, padre di quattro bambini, durante il bombardamento di Gaza nel Natale 2008 mi diceva con autentica disperazione: “Mi distrugge pensare che la sicurezza dei miei figli debba passare per l’insicurezza dei figli degli altri”. Poiché non potevo mettermi nei suoi panni, ho preferito tacere. Ma come molti avrei potuto dire: siamo sicuri che questa politica terrorista sia l’unica salvezza per Israele? E sicuramente mi avrebbe risposto che in futuro forse le cose sarebbero cambiate ma ora quella guerra era drammaticissima ma necessaria.

 

 

Ecco, mi pare che questo tormento etico del vincitore sia completamente assente in coloro che difendono a spada tratta la sperimentazione animale. Parlo dei medici, ma anche delle persone comuni. La pagina Facebook “A difesa della sperimentazione animale” in questo senso è una pagina di fanatici, nonostante sia curata da ricercatori. A volte mi immagino un gruppo di geologi fondare la pagina “La terra è rotonda” oppure un gruppo di fisici “Le scie chimiche non esistono”. C’è bisogno che un gruppo di scienziati difenda l’ovvio nei social network? Il fatto è che la sperimentazione animale è una metodologia, non un fatto scientifico accertato come la rotondità della Terra e l’esistenza degli elettroni. E quello che non solo gli animalisti affermano, ma anche la direzione di molta ricerca medica è quella di abolire lentamente la sofferenza degli animali da laboratorio senza per questo rallentare la scoperta di nuove cure. Di questo obiettivo – non solo animalista – i fanatici di “A difesa della sperimentazione animale” non parlano mai. Preferiscono ospitare insulti agli “animalari” compiendo allo stesso tempo una ipocrisia che per esempio il mio amico israeliano non tollerava: quella di negare la sofferenza delle vittime.

 

 

Cercando dunque di riassumere questi ragionamenti, ecco i miei auguri e consigli per il 2014 a voi tutti:

 

 

  1. Se trovate un fidanzato che ascolta lo stesso disco o lo stesso gruppo rock in qualunque occasione, non prendetelo per un appassionato di musica

  2. Vi auguro di prendere in casa un cane, un gatto, un topo, una rana. Ma non comperateli, porta male.

  3. Non pronunciate mai più la frase “Beh allora se non vuoi la sperimentazione animale la prossima volta che ti ammali fai yoga e poi vedi se guarisci”. Provateci, starete meglio

  4. Fatevi un amico israeliano e un amico palestinese, e ascoltateli entrambi.

  5. Ascoltateli bene e poi, se sono sexy, abbandonate subito la conversazione e spogliateli

  6. Non usate troppo l’aggettivo “sexy”, fa molto anni Ottanta

  7. Resistete ai vestiti di American Apparel: tranne qualche eccezione, sono una sòla

  8. Il contrario di animalista non è medico/scienziato/razionalista bensì Giovanardi , che ha ospitato al Senato un convegno dei produttori di carne e pellicce

  9. Il 2014 è obbligato a portarci almeno due cose: lo scudetto della Roma e serenità finanziaria in ciascuna famiglia

  10. Ad oggi nessuna ricerca medica è riuscita a superare l’efficacia di sesso droga e rock ‘n’ roll

 

 

 

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“Voglio sesso ma non con te” è traumatico come “Sono innamorata di un altro” #casualsex

25 ago

casual

Leggo che negli Stati Uniti, dove ogni giorno vengono pubblicati centinaia di articoli che fingono di scoprire quanto le emozioni umane siano identiche dentro e fuori i social network, presto sarà disponibile un’app per le donne che vogliono sesso istantaneo senza imbattersi nella giustissima frase post-coito “ma io non ti avevo promesso niente”.

Vogliono chiamare questa giostra Pure e gli inventori sono due uomini – Roman Sidorenko e Alexander Kukhtenko – indicati come “pomosexual” ovvero molto abili nell’etichettatura gender – secondo i quali Blendr, la rete di incontri occasionali per eterosessuali nata nel 2011, ha dimostrato che gli utenti a volte vogliono soltanto amicizia, a volte cercano l’amore, a volte niente, e dunque ottenere sesso veloce è molto difficile.

I due assicurano che prima di rinchiudersi nella stanza con altri uomini per sognare donne che dicono sempre sì anche durante lo streaming del Movimento 5 Stelle, insomma prima di sviluppare una app che apre le porte al casual sex per donne, hanno condotto una sorta di indagine sociologica presso amiche e amiche delle amiche:

L’idea che potessero esprimere i loro desideri sessuali come volevano e senza vergogna o essere giudicate, beh, molte ragazze hanno detto che l’idea piace”, sono le parole di Roman Sidorenko riportate da Salon. In realtà l’idea che ci voglia una dark room virtuale perché qualcuna si possa sentire libera di chiedere e fare quello che desidera è davvero deprimente.

Come dire: siccome io e te non dobbiamo mica fare un mutuo insieme e non devo presentarti ai miei genitori, allora, se è così, aspetta, ho un paio di cosette che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di vocalizzare ai miei fidanzati perché sai, chissà cosa avrebbero pensato.

Ecco, questo molto probabilmente è il fulcro della discussione: cosa pensano mariti e fidanzati quando improvvisamente lei mostra un grande interesse al Bsdm? Oppure quando accetta col sorriso un ménage à trois? Davvero pensano sia una poco di buono e accarezzano l’idea di lasciarla per cominciare una relazione seria con una ragazza che arrossisce al solo pensiero di una fellatio – perché è ampiamente dimostrato che una solida famiglia nasce dalla scarsa complicità sessuale?

Il fatto è che Roman Sidorenko e Alexander Kuthtenko (i pomosexual) hanno ampiamente ragione quando dicono che “la società coltiva molte idee su come una donna dovrebbe comportarsi sessualmente” – ovvero timidamente e manifestando l’entusiasmo dei depressi – ma Pure potrebbe danneggiare piuttosto che aiutare la liberazione sessuale femminile in quanto persevera nella convinzione, molto maschile, che esistono persone con le quali il sesso è gioia selvaggia (perché finirà presto) e altre con le quali il sesso è una componente sentimentale e dunque emozione tranquilla prima di fare la colazione ai bambini e portarli a scuola.

Ancora più chiaramente: è davvero certo che iscrivendosi a una rete virtuale di sesso libero il sesso sarà migliore?

Il dubbio è che Pure sia apparentemente dedicata alle donne e sia invece un recinto sicuro per gli uomini che, spesso, hanno una grossa preoccupazione: non quella di trovare sesso facilmente, bensì chiarire fin dall’inizio che per nessuna ragione al mondo quell’incontro sessuale potrà essere seguito da un sms o un cinema. “Hey ti sei iscritta a Pure mica a Meetic: perché dobbiamo parlare?”.

Naturalmente esistono donne che vorrebbero un maschio pronto all’occorrenza, senza ricorrere a ex oppure sconosciuti incontrati all’apericena. E se l’app è americana è perché ci raccontano che nelle metropoli le possibilità di incontro casuale sono davvero paragonabili a quelle nei sentieri di alta montagna. Bene.

E fantastiche dunque le utenti/casual sex seeker che vogliano usufruire del servizio: dovranno però chiarire a tutti gli utenti maschi che l’iscrizione a Pure non è un automatico “sì” a chiunque scriva loro “ciao”. Il frainteso è dietro l’angolo e già accade nei social network dove la confusione sul significato dei “like” è materia per libri serissimi – come Love online del sociologo francese Paul Kauffmann – nei quali viene squadernata la materia delle relazioni virtuali: come posso capire cosa davvero vuole se non lo guardo in faccia – tralasciando l’obiezione che la faccia spesso non fornisce indizi? Su Pure non c’è spazio per il malinteso principale (sono qui per cercare sesso e non un argomento) ma per quello eternamente secondario: se rispondo carinamente al tuo interesse non per questo sono pronta a spogliarmi di fronte a TE. Con il corollario: se non voglio spogliarmi di fronte a te non rivolgermi la frase “Hey ti sei iscritta a Pure mica a Meetic, non posso nemmeno parlare?”.

(Sì puoi parlare ma chiariamo una volta per tutte che “Voglio sesso ma non con te” può essere traumatico come “Sono innamorata/o ma non di te”)

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I centri antiviolenza rischiano di chiudere

1 mag

rana_salam_wallpaper_1(Huffington Post, gennaio 2013)

Se il centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza ancora accoglie le donne maltrattate è perché il proprietario dei locali ha smesso di rivendicare le rate arretrate dell’affitto. Appese alla generosità temporanea di un privato, operatrici e volontarie si preparano comunque al peggio. Sanno che se non arriveranno nelle prossime settimane i 45mila euro promessi dal bando regionale, in ritardo ormai da un anno, il servizio di sostegno alle vittime di violenza dovrà forzatamente chiudere. E questo nonostante la Calabria abbia promulgato nel 2007 una legge che si propone di finanziare i centri anti-violenza.

Per due anni le risorse sono state congelate. Poi lo scorso anno abbiamo vinto un bando regionale. Ora ci dicono che lo stanziamento si è volatilizzato”, spiega la presidente Vicky Zoccali. Cinque anni fa, sempre per la penuria delle risorse, le volontarie che fanno vivere il centro “Roberta Lanzino” hanno dovuto chiudere la casa-rifugio dove venivano ospitate le donne in pericolo di vita. Oggi la struttura prevede un centralino del Telefono Rosa e uno sportello di consulenza legale e psicologica, ed è l’unico centro anti-violenza calabrese totalmente dedicato alla violenza di genere. Senza contare che al centro di Cosenza vengono dirottate le chiamate provenienti dalla regione al 1522, la help-line istituita dal ministero per le Pari Opportunità e per la quale non tutte le strutture sono accreditate. Se il lavoro di Zoccali e delle altre operatrici dovesse mancare, da marzo le calabresi picchiate o perseguitate da stalker potrebbero ricevere ascolto telefonico soltanto dal consultorio di Crotone.

Non funziona meglio a Parma, in un territorio come l’Emilia Romagna che può vantare un alto numero di case-accoglienza di alto livello. “Possiamo funzionare soltanto sull’emergenza”, racconta la presidente Samuela Frigeri: “Garantiamo un posto letto per quelle donne che improvvisamente hanno bisogno di allontanarsi dalla famiglia. A quelle parmensi che invece vivono una situazione di violenza e che hanno bisogno di un percorso più lungo per troncare i rapporti con il loro compagno, non possiamo invece offrire nulla. Non ci sono i finanziamenti. E sono loro la maggioranza”. Ciò significa che per trovare risorse per pagare le bollette del telefono e le cosiddette spese di gestione, per non parlare dei contratti di lavoro, Frigerio e le altre volontarie ogni anno devono partecipare a bandi nella speranza che vengano ancora assicurati gli stanziamenti. E quando il Comune, la Provincia o la Regione non bastano, bussano alle porte delle fondazioni bancarie. Con il costante timore di non farcela più.

Perché questa è la realtà: i centri anti-violenza italiani non godono di finanziamenti stabili. Non esiste, presso gli enti locali che direttamente dovrebbero stanziare fondi, un capitolo di spesa dedicato esclusivamente al sostegno delle associazioni che si occupano di sottrarre donne alla violenza domestica. Si tratta di una vistosissima lacuna, ancor più grave se contiamo le vittime di femminicidio: una ogni tre giorni. Un’ecatombe che trova posto sui giornali e non nel bilancio statale: 125 vittime nel 2012, 127 nel 2011, 119 nel 2009 e così via. Impossibile stabilire quante di loro avrebbero potuto scampare alla morte, ma è ormai assodato che il lavoro dei centri anti-violenza è un’ancora di salvezza per prevenire il peggio.

Dall’inizio dell’anno è cominciato quello che le attiviste chiamano “il bollettino di guerra”: cinque donne uccise, due in gravissime condizioni. Una di loro, Antonia Stanghellini, aveva denunciato tre volte per maltrattamenti l’ex compagno e futuro assassino. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto sicuro per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6000. Nella realtà sono soltanto 500. A fine anno potrebbero essere ancora meno.

In questo senso a poco è servito il pur importante Piano Nazionale Anti-Violenza, varato a fine 2010, che negli ultimi mesi ha spinto il dipartimento per le Pari Opportunità a lanciare bandi per centri anti-violenza senza però prevedere un sostegno continuativo.

Ed è proprio questo che chiediamo”, sostiene l’avvocata Titti Carrano, presidente della D.i.r.e, rete nazionale che raccoglie la maggioranza delle strutture: “Gli enti locali possono garantire risorse sempre più esigue per colpa della crisi. Dobbiamo invece avere la certezza di un finanziamento, e il supporto alla rete anti-violenza dovrebbe essere omogeneo in tutti i territori. Oggi una donna vittima di violenza nel Sud è meno tutelata di una donna che vive nel Nord”. Per Carrano la spending review che si è abbattuta sui servizi sociali è “un taglio di genere”, perché “si abbatte soprattutto sulle donne. Ed è trasversale. Sono ormai numerosi i centri anti-violenza che arrancano o rischiano di chiudere”.

Nel triste elenco è incluso anche il centro Demetra di Lugo in Romagna (Ravenna), costretto a quadrare i conti con 3500 euro l’anno erogati dal piano di zona che comprende 9 comuni. Per questo motivo è aperto soltanto quattro ore la settimana. Nel settembre 2011 ha dovuto chiudere il rifugio, che poteva ospitare tre donne e un bambino, proprio per mancanza di fondi. “Fino a poco tempo fa potevamo sopravvivere grazie alle donazioni private”, dice la presidente Nadia Somma, “ora la beneficenza si assottiglia e potremmoh chiudere. Basterebbero poche migliaia di euro per aprire il centro almeno venti ore la settimana. Le donne che arrivano a bussare alla nostra porta non possono trovarla chiusa”. L’anno scorso la piccola struttura ha fornito assistenza a sessanta donne, ma nel Pronto soccorso della cittadina le vittime di mariti o fidanzati aggressivi sono state il triplo. Eppure se queste donne decidessero di scappare di casa, dovrebbero essere inviate ai centri di Ravenna o Faenza, a carico dei servizi sociali di Lugo: un controsenso. Oppure sistemate nell’unico appartamento riservato dal Comune alle emergenze abitative.

L’Italia è l’unico Paese europeo dove manca la descrizione esatta di un centro anti-violenza”, sottolinea Carrano. “Ecco perché per gli enti locali non fa differenza mandare una donna in un centro per persone svantaggiate, dove vengono accolti poveri, senzatetto o migranti in difficoltà. Donne e uomini insieme, con esigenze molto diverse. Sarebbe invece fondamentale stabilire i criteri di questi centri, che esistono e si occupano esclusivamente di donne vittime di abusi e prevedono operatrici preparate secondo un’ottica di genere”. Non occorre citare il piano spagnolo contro la violenza di genereche addirittura stabilisce sezioni di tribunale appositamente dedicate al femminicidio.

A novembre il Piano nazionale contro la violenza dovrà essere rivisto. Le associazioni che si occupano del fenomeno sperano che nei piani alti della politica qualcuno possa finalmente farlo entrare nell’agenda delle priorità assolute. Intanto in questi giorni un altro centro potrebbe chiudere per sempre, a Lecce. Il Comune infatti ha deciso di tagliare anche gli esigui 5mila euro annui erogati fino a oggi. Secondo il sindaco le donne in reale difficoltà – il centro “Renata Fonte” ne ha sostenute circa 700 soltanto nel 2012 – possono trovare rifugio nelle strutture di accoglienza per poveri della città.

Rischia il fallimento anche il centro anti-violenza di Pavia, dove nel 2012 hanno trovato la salvezza trecento donne, e al quale il Comune assicura soltanto 10mila euro l’anno. La Regione Lombardia, dove sopravvivono 17 strutture di questo tipo, doveva stanziare due milioni di euro. E invece quei soldi sono spariti.

 

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#1

27 apr

quinoa1Al parco con Quinoa
una scritta enorme sulla pista da pattinaggio.
“Francesca
se nn mi vuoi
ho Chiara”

 

 

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Le Femen cercano volontarie italiane in topless(e dicono un sacco di parolacce)

26 apr

femen2(Intervista pubblicata sull’Huffington Post prima dello show delle Femen al seggio elettorale di Berlusconi)

Intervistare Anna Hutsol, leader delle femministe ucraine Femen, è come rincorrere un’eroina sulle barricate della rivoluzione.

Ventottenne dai capelli rosso fuoco, Hutsol vive tra Kiev e Parigi dove gestisce un centro per allenare le donne francesi che vogliono diventare le nuove guerriere in topless. È la prima filiale Femen in Europa alla quale seguirà presto una in Germania, ma si tratta anche di un riparo dopo la loro esibizione più sacrilega: per manifestare solidarietà alle tre Pussy Riot sotto processo a Mosca e denunciare il maschilismo delle gerarchie ecclesiastiche, la scorsa estate Anna e altre attiviste a seno nudo hanno tagliato con una motosega la croce di legno che nel centro di Kiev ricorda le vittime dello stalinismo.

Iconograficamente ormai famosissime, le donne capitanate da Anna hanno fatto una apparizione a Davos al World Economic Forum protestando contro il capitalismo, così come nel quartiere a luci rosse di Amburgo per affermare che il nuovo nazismo è la prostituzione. Una di loro, poi sequestrata in Bielorussia, è riuscita a rubare l’urna dove aveva appena votato un altro acerrimo nemico, Vladimir Putin. Per la prima volta lo stile Femen è sbarcato anche in Tunisia, dove una ragazza si è fatta fotografare senza abiti e con il corpo ricoperto di slogan. In queste ultimi giorni di Carnevale sono apparse all’aeroporto di Rio de Janeiro, sbandierando cartelloni contro il turismo sessuale. Uno di questi era rivolto sarcasticamente agli uomini italiani: “Belle ragazze a buon mercato”.

Dalla danza di One billion rising alle battaglie delle donne indiane contro lo stupro, le Femen sono le capostipiti di un nuovo risveglio femminile mondiale, spesso estremo e anarchico. La novità è che per loro la bellezza è un’arma che confonde “il nemico”, e un marchio che diventa merchandising: magliette e calchi del loro seno in vendita http://femenshop.com/ per finanziare in parte viaggi e esibizioni.

Hutsol però rimane defilata. Non parla l’inglese e dunque preferisce comunicare con la stampa esclusivamente via email, usando Google Translator per tradurre quello che scrive. In questo modo è anche impossibile sapere dove si trova e cosa stia facendo: dettagli che preferisce mantenere top secret. Esperta teatrale, conosce perfettamente i meccanismi dello spettacolo e della maniera di creare il più ampio baccano possibile con immagini e parole choc. Ecco perché nella intervista all’Huffington Post ha utilizzato epiteti offensivi nei confronti di Putin e Berlusconi, che abbiamo deciso di non riportare integralmente, lasciando però integri i giudizi impietosi: “Se l’Italia deciderà nuovamente di votare questo schifo, allora siete un Paese strano oppure malato”.

Dopo l’incursione all’Angelus in piazza San Pietro a sostegno delle nozze gay, ora promette non soltanto di tornare ma anche di aprire una succursale italiana di donne disposte a spogliarsi e diventare “sextremiste”. L’ultimo exploit maschilista del leader del Popolo della libertà potrebbe accelerare i tempi.

La popolarità di Silvio Berlusconi, stando ai sondaggi elettorali, sta crescendo nuovamente. Avete seguito le vicende italiane e cosa pensate dell’ex premier?

Se gli italiani sono ancora pronti a sopportare questo fango allora se lo meritano. Un Paese che sceglie come primo ministro un uomo accusato di aver pagato una prostituta minorenne è un Paese molto strano, o molto malato.

Se riserva un giudizio così duro contro Berlusconi, perché non avete mai organizzato una protesta vera in Italia contro di lui e invece avete scelto come bersaglio il Papa?

Lo abbiamo fatto. Il nostro movimento ha giocato un ruolo attivo nel combattere questo discutibile personaggio. Il problema è che i principali media italiani, quando Berlusconi era premier, stavano dalla sua parte. Da voi pochi sanno realmente delle nostre proteste contro questa feccia politica. Per esempio il 13 febbraio 2011 stavamo sotto l’ambasciata italiana a Kiev per solidarizzare con le donne italiane scese in piazza quel giorno contro il sessismo di Berlusconi. Il 5 novembre dello stesso anno abbiamo partecipato alla manifestazione del Partito Democratico, nude e col corpo dipinto di bianco, rosso e verde. Abbiamo persino stappato lo champagne con lo slogan “Berlo, ciao!” quando si è dimesso, sempre a Kiev.

 

Immagino che potrebbe usare le stesse parole per Vladimir Putin, contro il quale invece scendono in piazza le Pussy Riot.

Entrambi sono uomini di poca sostanza, avidi e complessati. Entrambi poco rispettosi delle leggi, credono di poter intimidire o comprare chiunque.

 

In questi giorni due attiviste delle Pussy Riot sono tornate ai lavori forzati. Hanno deciso che ricorreranno alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Siete in contatto con loro?

Sosteniamo ogni tipo di attivismo delle donne, perché uno dei nostri obiettivi è ispirare le altre donne a lottare per i propri diritti. Siamo contente di vedere come le donne russe abbiano deciso di protestare dopo aver visto nascere il nostro gruppo, specialmente quando abbiamo notato che inscenavano manifestazioni negli stessi luoghi dove eravamo state noi, e in una maniera molto simile. Naturalmente non siamo d’accordo con la decisione del tribunale di Mosca. Abbiamo segato una croce nel centro di Kiev proprio nell’ultimo giorno del loro processo, per mostrare al mondo l’odio che le gerarchie ecclesiastiche portano nei confronti delle donne.

 

Come organizzate i vostri blitz?

Esattamente come gli americani abbiamo il nostro “asse del male”. Seguiamo le tracce dei nostri nemici (dittatori, uomini di chiesa, protettori) e dopo aver raccolto informazioni e dati scegliamo il luogo e la data della protesta.

 

In Italia un gruppo di ragazze ha fondato una sorta di filiale Femen. Dicono che per il momento non dimostreranno a seno nudo. Riconoscete questo movimento e pensate di espandere la vostra azione creando gruppi di Femen in tutta Europa così come state facendo a Parigi?

Per noi è importante creare un gruppo Femen a Roma, ma è difficile perché l’Italia è un paese cattolico. Allo stesso modo non è semplice far nascere centri Femen nel resto d’Europa. Coloro che vogliono aderire al movimento sappiano che dovremo allenarle per trasformarle in “sextremiste”.

 

Qual è il vostro rapporto con i numerosi gruppi femministi europei? Pensate che Femen potrebbe aderire o fare parte di questa rete o preferite rimanere autonome?
Io e le mie compagne attiviste abbiamo creato un nuovo femminismo chiamato “sextremismo” (sekstremism, ndr), e molte femministe tradizionali non ci capiscono. Siamo un movimento autonomo e alcune associazioni di donne non ci vedono di buon occhio. Ma la nostra lotta è parte della lotta globale contro il patriarcato, sebbene non vogliamo entrare in associazioni troppo burocratiche che parlano a vuoto senza agire.

 

 

Avete deciso di usare il topless per attirare l’attenzione mediatica. Il sociologo Zygmunt Bauman, pur capendo le vostre ragioni, ha detto durante un’intervista che comunque la protesta in topless si inscrive nell’uso mercificato del corpo femminile. Non pensate che per voi sia un limite?

Se guarda con maggiore attenzione vedrà che le nostre armi non sono soltanto i seni nudi, ma anche mani forti, gambe e cervello veloci. Abbiamo creato la tattica del sextremismo per darci la possibilità di entrare in luoghi militarizzati o circondati dalla polizia per guardare negli occhi i nostri nemici.

 

 

Avete spesso dichiarato che apprezzate il supporto degli uomini che la pensano come voi. Accettereste, in via straordinaria, di organizzare una protesta includendo uomini nudi?

Mai. Sarebbe davvero anti-estetico e soprattutto non aderente ai principi del “sextremismo”. Solo il corpo femminile può essere un simbolo di libertà! Gli uomini non hanno bisogno di usare la nudità per manifestare.

 

Siete nate per denunciare il turismo sessuale in Ucraina, definendola “bordello d’Europa”. Lo avete fatto soprattutto per aprire gli occhi alle vostre connazionali che, sempre secondo voi, vedono nel matrimonio una via sbagliata all’emancipazione. Perché vorreste l’abolizione del matrimonio e contemporaneamente siete favorevoli alle nozze gay?

Il matrimonio è una forma di sfruttamento della donna, una istituzione vecchia che presto collasserà. L’approvazione dei matrimoni gay è il primo passo in questa direzione. Il termine matriarcato per noi è una provocazione intellettuale, una nuova utopia.

 

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Tra quattro anni niente aborti in Italia

26 apr

David-La-Chapelle-Jesus-ANATOMIKA6Entro tre o quattro anni in Italia sarà impossibile ottenere un aborto. È il grido di allarme lanciato dai (pochi) ginecologi che ancora garantiscono un diritto sancito dalla legge sull’interruzione di gravidanza, la 194. Per evitare di incappare negli obiettori di coscienza e abortire in condizioni vergognose, molte donne preferiscono andare all’estero. Eppure nessuna ha il coraggio di denunciare. Al posto loro hanno deciso di farlo gli esponenti dell’associazione Luca Coscioni, che stanno preparando un esposto contro le regioni e le aziende ospedaliere fuorilegge.

L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».

Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.

In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».

Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.

Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.

«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.

 

(pubblicato sull’Huffington Post)

 

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