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I centri antiviolenza rischiano di chiudere

1 mag

rana_salam_wallpaper_1(Huffington Post, gennaio 2013)

Se il centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza ancora accoglie le donne maltrattate è perché il proprietario dei locali ha smesso di rivendicare le rate arretrate dell’affitto. Appese alla generosità temporanea di un privato, operatrici e volontarie si preparano comunque al peggio. Sanno che se non arriveranno nelle prossime settimane i 45mila euro promessi dal bando regionale, in ritardo ormai da un anno, il servizio di sostegno alle vittime di violenza dovrà forzatamente chiudere. E questo nonostante la Calabria abbia promulgato nel 2007 una legge che si propone di finanziare i centri anti-violenza.

Per due anni le risorse sono state congelate. Poi lo scorso anno abbiamo vinto un bando regionale. Ora ci dicono che lo stanziamento si è volatilizzato”, spiega la presidente Vicky Zoccali. Cinque anni fa, sempre per la penuria delle risorse, le volontarie che fanno vivere il centro “Roberta Lanzino” hanno dovuto chiudere la casa-rifugio dove venivano ospitate le donne in pericolo di vita. Oggi la struttura prevede un centralino del Telefono Rosa e uno sportello di consulenza legale e psicologica, ed è l’unico centro anti-violenza calabrese totalmente dedicato alla violenza di genere. Senza contare che al centro di Cosenza vengono dirottate le chiamate provenienti dalla regione al 1522, la help-line istituita dal ministero per le Pari Opportunità e per la quale non tutte le strutture sono accreditate. Se il lavoro di Zoccali e delle altre operatrici dovesse mancare, da marzo le calabresi picchiate o perseguitate da stalker potrebbero ricevere ascolto telefonico soltanto dal consultorio di Crotone.

Non funziona meglio a Parma, in un territorio come l’Emilia Romagna che può vantare un alto numero di case-accoglienza di alto livello. “Possiamo funzionare soltanto sull’emergenza”, racconta la presidente Samuela Frigeri: “Garantiamo un posto letto per quelle donne che improvvisamente hanno bisogno di allontanarsi dalla famiglia. A quelle parmensi che invece vivono una situazione di violenza e che hanno bisogno di un percorso più lungo per troncare i rapporti con il loro compagno, non possiamo invece offrire nulla. Non ci sono i finanziamenti. E sono loro la maggioranza”. Ciò significa che per trovare risorse per pagare le bollette del telefono e le cosiddette spese di gestione, per non parlare dei contratti di lavoro, Frigerio e le altre volontarie ogni anno devono partecipare a bandi nella speranza che vengano ancora assicurati gli stanziamenti. E quando il Comune, la Provincia o la Regione non bastano, bussano alle porte delle fondazioni bancarie. Con il costante timore di non farcela più.

Perché questa è la realtà: i centri anti-violenza italiani non godono di finanziamenti stabili. Non esiste, presso gli enti locali che direttamente dovrebbero stanziare fondi, un capitolo di spesa dedicato esclusivamente al sostegno delle associazioni che si occupano di sottrarre donne alla violenza domestica. Si tratta di una vistosissima lacuna, ancor più grave se contiamo le vittime di femminicidio: una ogni tre giorni. Un’ecatombe che trova posto sui giornali e non nel bilancio statale: 125 vittime nel 2012, 127 nel 2011, 119 nel 2009 e così via. Impossibile stabilire quante di loro avrebbero potuto scampare alla morte, ma è ormai assodato che il lavoro dei centri anti-violenza è un’ancora di salvezza per prevenire il peggio.

Dall’inizio dell’anno è cominciato quello che le attiviste chiamano “il bollettino di guerra”: cinque donne uccise, due in gravissime condizioni. Una di loro, Antonia Stanghellini, aveva denunciato tre volte per maltrattamenti l’ex compagno e futuro assassino. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto sicuro per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6000. Nella realtà sono soltanto 500. A fine anno potrebbero essere ancora meno.

In questo senso a poco è servito il pur importante Piano Nazionale Anti-Violenza, varato a fine 2010, che negli ultimi mesi ha spinto il dipartimento per le Pari Opportunità a lanciare bandi per centri anti-violenza senza però prevedere un sostegno continuativo.

Ed è proprio questo che chiediamo”, sostiene l’avvocata Titti Carrano, presidente della D.i.r.e, rete nazionale che raccoglie la maggioranza delle strutture: “Gli enti locali possono garantire risorse sempre più esigue per colpa della crisi. Dobbiamo invece avere la certezza di un finanziamento, e il supporto alla rete anti-violenza dovrebbe essere omogeneo in tutti i territori. Oggi una donna vittima di violenza nel Sud è meno tutelata di una donna che vive nel Nord”. Per Carrano la spending review che si è abbattuta sui servizi sociali è “un taglio di genere”, perché “si abbatte soprattutto sulle donne. Ed è trasversale. Sono ormai numerosi i centri anti-violenza che arrancano o rischiano di chiudere”.

Nel triste elenco è incluso anche il centro Demetra di Lugo in Romagna (Ravenna), costretto a quadrare i conti con 3500 euro l’anno erogati dal piano di zona che comprende 9 comuni. Per questo motivo è aperto soltanto quattro ore la settimana. Nel settembre 2011 ha dovuto chiudere il rifugio, che poteva ospitare tre donne e un bambino, proprio per mancanza di fondi. “Fino a poco tempo fa potevamo sopravvivere grazie alle donazioni private”, dice la presidente Nadia Somma, “ora la beneficenza si assottiglia e potremmoh chiudere. Basterebbero poche migliaia di euro per aprire il centro almeno venti ore la settimana. Le donne che arrivano a bussare alla nostra porta non possono trovarla chiusa”. L’anno scorso la piccola struttura ha fornito assistenza a sessanta donne, ma nel Pronto soccorso della cittadina le vittime di mariti o fidanzati aggressivi sono state il triplo. Eppure se queste donne decidessero di scappare di casa, dovrebbero essere inviate ai centri di Ravenna o Faenza, a carico dei servizi sociali di Lugo: un controsenso. Oppure sistemate nell’unico appartamento riservato dal Comune alle emergenze abitative.

L’Italia è l’unico Paese europeo dove manca la descrizione esatta di un centro anti-violenza”, sottolinea Carrano. “Ecco perché per gli enti locali non fa differenza mandare una donna in un centro per persone svantaggiate, dove vengono accolti poveri, senzatetto o migranti in difficoltà. Donne e uomini insieme, con esigenze molto diverse. Sarebbe invece fondamentale stabilire i criteri di questi centri, che esistono e si occupano esclusivamente di donne vittime di abusi e prevedono operatrici preparate secondo un’ottica di genere”. Non occorre citare il piano spagnolo contro la violenza di genereche addirittura stabilisce sezioni di tribunale appositamente dedicate al femminicidio.

A novembre il Piano nazionale contro la violenza dovrà essere rivisto. Le associazioni che si occupano del fenomeno sperano che nei piani alti della politica qualcuno possa finalmente farlo entrare nell’agenda delle priorità assolute. Intanto in questi giorni un altro centro potrebbe chiudere per sempre, a Lecce. Il Comune infatti ha deciso di tagliare anche gli esigui 5mila euro annui erogati fino a oggi. Secondo il sindaco le donne in reale difficoltà – il centro “Renata Fonte” ne ha sostenute circa 700 soltanto nel 2012 – possono trovare rifugio nelle strutture di accoglienza per poveri della città.

Rischia il fallimento anche il centro anti-violenza di Pavia, dove nel 2012 hanno trovato la salvezza trecento donne, e al quale il Comune assicura soltanto 10mila euro l’anno. La Regione Lombardia, dove sopravvivono 17 strutture di questo tipo, doveva stanziare due milioni di euro. E invece quei soldi sono spariti.

 

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#1

27 apr

quinoa1Al parco con Quinoa
una scritta enorme sulla pista da pattinaggio.
“Francesca
se nn mi vuoi
ho Chiara”

 

 

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Le Femen cercano volontarie italiane in topless(e dicono un sacco di parolacce)

26 apr

femen2(Intervista pubblicata sull’Huffington Post prima dello show delle Femen al seggio elettorale di Berlusconi)

Intervistare Anna Hutsol, leader delle femministe ucraine Femen, è come rincorrere un’eroina sulle barricate della rivoluzione.

Ventottenne dai capelli rosso fuoco, Hutsol vive tra Kiev e Parigi dove gestisce un centro per allenare le donne francesi che vogliono diventare le nuove guerriere in topless. È la prima filiale Femen in Europa alla quale seguirà presto una in Germania, ma si tratta anche di un riparo dopo la loro esibizione più sacrilega: per manifestare solidarietà alle tre Pussy Riot sotto processo a Mosca e denunciare il maschilismo delle gerarchie ecclesiastiche, la scorsa estate Anna e altre attiviste a seno nudo hanno tagliato con una motosega la croce di legno che nel centro di Kiev ricorda le vittime dello stalinismo.

Iconograficamente ormai famosissime, le donne capitanate da Anna hanno fatto una apparizione a Davos al World Economic Forum protestando contro il capitalismo, così come nel quartiere a luci rosse di Amburgo per affermare che il nuovo nazismo è la prostituzione. Una di loro, poi sequestrata in Bielorussia, è riuscita a rubare l’urna dove aveva appena votato un altro acerrimo nemico, Vladimir Putin. Per la prima volta lo stile Femen è sbarcato anche in Tunisia, dove una ragazza si è fatta fotografare senza abiti e con il corpo ricoperto di slogan. In queste ultimi giorni di Carnevale sono apparse all’aeroporto di Rio de Janeiro, sbandierando cartelloni contro il turismo sessuale. Uno di questi era rivolto sarcasticamente agli uomini italiani: “Belle ragazze a buon mercato”.

Dalla danza di One billion rising alle battaglie delle donne indiane contro lo stupro, le Femen sono le capostipiti di un nuovo risveglio femminile mondiale, spesso estremo e anarchico. La novità è che per loro la bellezza è un’arma che confonde “il nemico”, e un marchio che diventa merchandising: magliette e calchi del loro seno in vendita
http://femenshop.com/
per finanziare in parte viaggi e esibizioni.

Hutsol però rimane defilata. Non parla l’inglese e dunque preferisce comunicare con la stampa esclusivamente via email, usando Google Translator per tradurre quello che scrive. In questo modo è anche impossibile sapere dove si trova e cosa stia facendo: dettagli che preferisce mantenere top secret. Esperta teatrale, conosce perfettamente i meccanismi dello spettacolo e della maniera di creare il più ampio baccano possibile con immagini e parole choc. Ecco perché nella intervista all’Huffington Post ha utilizzato epiteti offensivi nei confronti di Putin e Berlusconi, che abbiamo deciso di non riportare integralmente, lasciando però integri i giudizi impietosi: “Se l’Italia deciderà nuovamente di votare questo schifo, allora siete un Paese strano oppure malato”.

Dopo l’incursione all’Angelus in piazza San Pietro a sostegno delle nozze gay, ora promette non soltanto di tornare ma anche di aprire una succursale italiana di donne disposte a spogliarsi e diventare “sextremiste”. L’ultimo exploit maschilista del leader del Popolo della libertà potrebbe accelerare i tempi.

La popolarità di Silvio Berlusconi, stando ai sondaggi elettorali, sta crescendo nuovamente. Avete seguito le vicende italiane e cosa pensate dell’ex premier?

Se gli italiani sono ancora pronti a sopportare questo fango allora se lo meritano. Un Paese che sceglie come primo ministro un uomo accusato di aver pagato una prostituta minorenne è un Paese molto strano, o molto malato.

Se riserva un giudizio così duro contro Berlusconi, perché non avete mai organizzato una protesta vera in Italia contro di lui e invece avete scelto come bersaglio il Papa?

Lo abbiamo fatto. Il nostro movimento ha giocato un ruolo attivo nel combattere questo discutibile personaggio. Il problema è che i principali media italiani, quando Berlusconi era premier, stavano dalla sua parte. Da voi pochi sanno realmente delle nostre proteste contro questa feccia politica. Per esempio il 13 febbraio 2011 stavamo sotto l’ambasciata italiana a Kiev per solidarizzare con le donne italiane scese in piazza quel giorno contro il sessismo di Berlusconi. Il 5 novembre dello stesso anno abbiamo partecipato alla manifestazione del Partito Democratico, nude e col corpo dipinto di bianco, rosso e verde. Abbiamo persino stappato lo champagne con lo slogan “Berlo, ciao!” quando si è dimesso, sempre a Kiev.

 

Immagino che potrebbe usare le stesse parole per Vladimir Putin, contro il quale invece scendono in piazza le Pussy Riot.

Entrambi sono uomini di poca sostanza, avidi e complessati. Entrambi poco rispettosi delle leggi, credono di poter intimidire o comprare chiunque.

 

In questi giorni due attiviste delle Pussy Riot sono tornate ai lavori forzati. Hanno deciso che ricorreranno alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Siete in contatto con loro?

Sosteniamo ogni tipo di attivismo delle donne, perché uno dei nostri obiettivi è ispirare le altre donne a lottare per i propri diritti. Siamo contente di vedere come le donne russe abbiano deciso di protestare dopo aver visto nascere il nostro gruppo, specialmente quando abbiamo notato che inscenavano manifestazioni negli stessi luoghi dove eravamo state noi, e in una maniera molto simile. Naturalmente non siamo d’accordo con la decisione del tribunale di Mosca. Abbiamo segato una croce nel centro di Kiev proprio nell’ultimo giorno del loro processo, per mostrare al mondo l’odio che le gerarchie ecclesiastiche portano nei confronti delle donne.

 

Come organizzate i vostri blitz?

Esattamente come gli americani abbiamo il nostro “asse del male”. Seguiamo le tracce dei nostri nemici (dittatori, uomini di chiesa, protettori) e dopo aver raccolto informazioni e dati scegliamo il luogo e la data della protesta.

 

In Italia un gruppo di ragazze ha fondato una sorta di filiale Femen. Dicono che per il momento non dimostreranno a seno nudo. Riconoscete questo movimento e pensate di espandere la vostra azione creando gruppi di Femen in tutta Europa così come state facendo a Parigi?

Per noi è importante creare un gruppo Femen a Roma, ma è difficile perché l’Italia è un paese cattolico. Allo stesso modo non è semplice far nascere centri Femen nel resto d’Europa. Coloro che vogliono aderire al movimento sappiano che dovremo allenarle per trasformarle in “sextremiste”.

 

Qual è il vostro rapporto con i numerosi gruppi femministi europei? Pensate che Femen potrebbe aderire o fare parte di questa rete o preferite rimanere autonome?
Io e le mie compagne attiviste abbiamo creato un nuovo femminismo chiamato “sextremismo” (sekstremism, ndr), e molte femministe tradizionali non ci capiscono. Siamo un movimento autonomo e alcune associazioni di donne non ci vedono di buon occhio. Ma la nostra lotta è parte della lotta globale contro il patriarcato, sebbene non vogliamo entrare in associazioni troppo burocratiche che parlano a vuoto senza agire.

 

 

Avete deciso di usare il topless per attirare l’attenzione mediatica. Il sociologo Zygmunt Bauman, pur capendo le vostre ragioni, ha detto durante un’intervista che comunque la protesta in topless si inscrive nell’uso mercificato del corpo femminile. Non pensate che per voi sia un limite?

Se guarda con maggiore attenzione vedrà che le nostre armi non sono soltanto i seni nudi, ma anche mani forti, gambe e cervello veloci. Abbiamo creato la tattica del sextremismo per darci la possibilità di entrare in luoghi militarizzati o circondati dalla polizia per guardare negli occhi i nostri nemici.

 

 

Avete spesso dichiarato che apprezzate il supporto degli uomini che la pensano come voi. Accettereste, in via straordinaria, di organizzare una protesta includendo uomini nudi?

Mai. Sarebbe davvero anti-estetico e soprattutto non aderente ai principi del “sextremismo”. Solo il corpo femminile può essere un simbolo di libertà! Gli uomini non hanno bisogno di usare la nudità per manifestare.

 

Siete nate per denunciare il turismo sessuale in Ucraina, definendola “bordello d’Europa”. Lo avete fatto soprattutto per aprire gli occhi alle vostre connazionali che, sempre secondo voi, vedono nel matrimonio una via sbagliata all’emancipazione. Perché vorreste l’abolizione del matrimonio e contemporaneamente siete favorevoli alle nozze gay?

Il matrimonio è una forma di sfruttamento della donna, una istituzione vecchia che presto collasserà. L’approvazione dei matrimoni gay è il primo passo in questa direzione. Il termine matriarcato per noi è una provocazione intellettuale, una nuova utopia.

 

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Tra quattro anni niente aborti in Italia

26 apr

David-La-Chapelle-Jesus-ANATOMIKA6Entro tre o quattro anni in Italia sarà impossibile ottenere un aborto. È il grido di allarme lanciato dai (pochi) ginecologi che ancora garantiscono un diritto sancito dalla legge sull’interruzione di gravidanza, la 194. Per evitare di incappare negli obiettori di coscienza e abortire in condizioni vergognose, molte donne preferiscono andare all’estero. Eppure nessuna ha il coraggio di denunciare. Al posto loro hanno deciso di farlo gli esponenti dell’associazione Luca Coscioni, che stanno preparando un esposto contro le regioni e le aziende ospedaliere fuorilegge.

L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».

Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.

In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».

Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.

Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.

«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.

 

(pubblicato sull’Huffington Post)

 

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Cosa succederà alla nostra pagina Facebook quando non ci saremo più?

26 apr

una-scena-del-film-il-nastro-bianco-diretto-da-michael-haneke-palma-d-oro-al-festival-di-cannes-2009-118056 È successo ad una professoressa del quindicenne romano suicida lo scorso novembre. Pochi giorni dopo il funerale stava navigando nella propria pagina Facebook, quando ha ricevuto il suggerimento di diventare sua amica virtuale. Amica dell’alunno che, una volta scomparso, ha lasciato nel social network una bacheca che gli sopravvive e che continua a mandare in automatico messaggi agli altri utenti. È quello che accade agli account Facebook quando moriamo senza lasciare a qualcuno le nostre password: il profilo rimane aperto ai commenti ricevendo persino richieste di amicizia da parte di persone che non sospettano che in realtà siamo defunti.

 

La bacheca di Silvia, morta nel dicembre 2011, è invece diventata un luogo virtuale dove amici e conoscenti postano le foto, le canzoni, le frasi che le sarebbero piaciute. Silvia era la moglie di Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, che improvvisamente si è trovato immerso in un fenomeno fino a poco tempo fa impensabile: il cordoglio collettivo e digitale di una comunità di persone, vicine affettivamente, che vogliono continuare a scrivere sul profilo della moglie in una sorta di dialogo reso possibile dalla tecnologia: «Sono riuscito a recuperare le password del profilo di Silvia. Ho pensato di chiuderlo, poi ho capito che le visite nella sua bacheca non sono morbosamente macabre e che la sua non è una tomba virtuale bensì un modo per mantenere vivo il suo ricordo».

 

In Italia, dove il 62,1% della popolazione naviga nel web e un sorprendente 41,3% è iscritto a Facebook, ancora pochi sanno che il social creato da Mark Zuckerberg ha introdotto una funzione appositamente pensata per gli utenti che non ci sono più. Si chiama Memorial e trasforma le pagine in account commemorativi dove possono intervenire soltanto le strette conoscenze. Basta inviare una prova scritta della morte – anche un necrologio – e immediatamente il profilo viene congelato. Oppure, sempre su richiesta, rimosso. Quello che invece non è possibile è ottenere un via libera per entrare nella pagina del defunto per conoscere i contenuti personali come la posta privata. A meno che non sia un giudice a ordinarlo, come è accaduto negli Stati Uniti dove i genitori di un ragazzo morto suicida hanno chiesto e ottenuto di entrare nella bacheca Facebook per provare a capire le ragioni del gesto.

 

Secondo un calcolo grezzo che tiene conto soltanto del tasso di mortalità, in Italia quest’anno passeranno a miglior vita circa 240mila degli oltre 24 milioni connazionali utenti di Facebook. Questo significa che ogni giorno 650 bacheche vengono abbandonate per sempre, o meglio, lasciate alla dolorosa perplessità di coloro che dovranno decidere cosa fare. Ma una percentuale infinitesima si pone il problema della propria eredità digitale, e non è soltanto un problema di ritardo culturale: la stragrande maggioranza degli utilizzatori del social newtork blu sono giovani e pertanto poco propensi a pensare alla morte.

 

«Siamo ancora convinti che il web sia una realtà virtuale poco collegata con la nostra vita reale, e invece grande parte della nostra esistenza è digitale e continua ad esistere dopo la nostra morte», commenta Ernesto Belisario, avvocato esperto di diritto delle tecnologie. Il riferimento non è soltanto all’account nei social network come Twitter, ma anche caselle di posta, storage come Cloud, archivi di documenti, testi, foto, opere. Se nessuno dei nostri eredi e amici conosce le nostre password, una quantità di informazioni importanti che ci riguardano rimangono bloccati.

Ecco perché Belisario ha deciso di iscriversi ad uno dei molti siti che fungono da custodi del patrimonio virtuale: si chiama Legacy Locker, e gli invia periodicamente una mail alla quale risponde per dimostrare che è ancora vivo e vegeto. Se malauguratamente smettesse di farlo, Legacy Locker dopo qualche tempo automaticamente penserà che è morto oppure vittima di un grave incidente che lo constringe all’incoscienza, e invierà una mail alla persona che ha indicato per fornirle tutte le password e le indicazioni post-mortem.

«Possiamo decidere tutto quello che vogliamo: far entrare un amico nella casella di posta affinché cancelli tutto, affidare ai nostri figli le password per la posta certificata, indicare dove conserviamo le nostre foto, dare indicazioni sul destino della nostra pagina Facebook», osserva Belisario, secondo il quale «in Italia a breve sorgeranno innumerevoli questioni legate all’estensione virtuale delle nostre esistenze». Per il momento nessun sito italiano ha deciso di specializzarsi in eredità digitali. Negli Stati Uniti, invece, è già molto consultato Digital Beyond, che informa i lettori sulle ultime novità tecnologiche e lesgislative. World Without Me è un altro sito simile che consente addirittura di inviare canzoni e video alle persone care una volta che non saremo più su questo pianeta, scegliendo il giorno nel quale devono ricevere il nostro messaggio: nella pubblicità del sito viene suggerito, per esempio, di registrare un videoclip per rivelare a nostro figlio che è stato adottato, oppure lasciare video-testamenti spirituali ai nipoti.

Il primo passo, non ancora compiuto dalla schiacciante maggioranza degli internauti italiani, è la consapevolezza che mappare il proprio patrimonio digitale è utile non soltanto per chi rimane ma anche per tutelare la privacy. Per esempio se non lasciamo alcuna disposizione e nella vita abbiamo utilizzato un account di posta presso Gmail, potrà accadere che un parente dopo la nostra morte possa ottenere proprio da Gmail il permesso di accedere a tutta la nostra corrispondenza: per farlo gli basterà dimostrare di avere inviato almeno un messaggio alla nostra casella, che per l’azienda è la prova di buoni rapporti in vita. Dopo aver evitato di scoprire gli altarini post-mortem, l’altro grande problema è il patrimonio: cresce esponenzialmente il numero di persone che dopo la morte di un genitore si rivolge agli avvocati per scoprire quante caselle di posta utilizzava, quali documenti importanti giacciono in quale Dropbox e via dicendo.

Su questo punto, la legge italiana non è ancora aggiornata e per il momento valgono le normative esistenti: se uno scrittore dovesse lasciare un manoscritto segreto nel computer, l’erede legittimo potrà coinvolgere uno scassinatore di computer per ottenerlo, esattamente come si chiama il fabbro per aprire la cassaforte dello zio defunto. I notai italiani hanno emanato da tempo un decalogo per allertare sulla urgenza di preparare per tempo le disposizioni sulla nostra eredità digitale, ma per farlo non occorre necessariamente far autenticare le nostre volontà. Basta affidarsi a siti specializzati o semplicemente ad un amico o un famigliare, il quale però non diventa automaticamente nostro erede.

Per ora, l’atteggiamento comune rimane quello di lasciare le cose come stanno senza forzare alcuna serratura digitale. Celeste Brancato, per esempio, era una ragazza bella e talentuosa. Faceva l’attrice, è morta nel 2009. Il marito non ha mai voluto trasformare la sua pagina Facebook in memoriale: «Non me la sento, è la sua pagina e così rimane». Digitale o meno, la morte provoca sempre lo stesso dolore.

(pubblicato sull’Huffington Post)

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Le vostre badanti scrivono poesie

26 apr

badanteLe poesie di Rodica sono scritte con calligrafia precisa in piccoli fogli bianchi, spediti da Latina dove lavora come badante. «Per favore pubblicatele, mi fareste felice» scrive alla redazione romana della Gazeta Romaneasca. I versi di Rodica sono dolentissimi: «Quando penso alla mia casa laggiù/ le lacrime non si fermano/ mi guardo indietro/ e vengo investita dai rimpianti/ Signore, non essere triste perché non ti ho ascoltato/ Tu in sogno mi avevi fatto sapere/ che lontana dal mio paese/ non sarei stata bene».

Sorin Cehan, il direttore del settimanale di riferimento per i migranti rumeni in Italia, ripone con cura la busta accanto a centinaia di altre lettere come questa. Tutte, o quasi tutte, contenenti poesie di donne venute in Italia per assistere i nostri vecchi. Un archivio prezioso e sconosciuto agli italiani che racconta, coralmente, la tristezza e la nostalgia delle badanti venute dall’Est, il sacrificio di rimanere lontane dai figli, i gesti quotidiani di cura e pulizia, l’orgoglio di guadagnare bene e risparmiare per la famiglia, la rabbia di venire considerate nonostante tutto carne da lavoro. «Non potete gettare fango sulle donne venute qui per lavorare» scrive la badante ucraina Natalia Rebrik in un poema-invettiva pubblicato durante le feste natalizie sulla Gazeta Ukrainska, che condivide la redazione dei Parioli con il periodico rumeno. Natalia vive a Napoli, e nonostante scriva in ucraino si rivolge agli italiani rispondendo alle accuse che normalmente vengono rivolte alle ragazze dell’Est Europa, quella di rubare i mariti alle italiane e di accasarsi per interesse con anziani rimasti vedovi: «Dicono che queste donne sono cattive, prostitute e fanno le amanti…Perché alcuni sedicenti giornalisti e scribacchini scrivono/ che dobbiamo andare via e ci gettano fango addosso».

Marianna Soronevych, direttrice trentenne del mensile ucraino, indica la sua mensola ormai stipata di versi amatoriali. Prima di diventare giornalista, Marianna ha lavorato come assistente famigliare: «Le badanti preferiscono i versi perché non hanno regole e riflettono meglio le loro emozioni. In Ucraina è normale comporre poesie e canzoni, fa parte del folclore». E già circolano le prime raccolte, come quella curata da Olha Vdovychenko, ex badante e scrittrice ucraina residente a Palazzolo (Brescia): «Pochi lo sanno, ma molte badanti tengono un quaderno dove annotano poesie che poi, la domenica, leggono ad alta voce alle amiche nei parchi pubblici. Quando la poesia è bella, allora la copiamo e spesso ci dimentichiamo di riportare il nome dell’autrice». Nel quaderno di Olha è finito il rimpianto di una donna senza nome: «L’unica cosa bella

è che ho delle amiche*.

Quando andiamo ai giardini*,

ci stendiamo all’ombra,

ciò che è successo nella settimana -

ci raccontiamo tutto.

Passiamo lì tutta la giornata,

piangiamo un pochino,

e di sera ai signori

torniamo lentamente…».

Maria S., invece, immagina di rispondere alla madre che le chiede come si trova nel paese straniero: «Sto bene, mamma, il lavoro non è troppo pesante/ cucino, lavo e faccio le pulizie/ e la nonnina – sempre è nel letto/ bisogna lavarla/imboccarla e darle le medicine/ e dirle una parola di tenerezza/ Anche se è una estranea per me/ mi rotolano lacrime abbondanti/ quando vedo le sue sofferenze».

Sono poesie che non hanno la pretesa di diventare letteratura, eppure l’impressione è quella di parlare finalmente per la prima volta con le badanti e ascoltare la loro storia. Anche quando parlano storpiando l’italiano e si sentono intrappolate in una lingua che conoscono ancora poco: «Mi mancano le parole/come se mi togliessero l’aria/ non riesco a respirare/non riesco a parlare…/mi vergogno/ perciò non parlo/ ma ascolto, ascolto, finché/ non mi scappa un urlo/ Sono viva! Ascoltatemi!».

Al telefono da Palermo la rumena Elena Epure, 62 anni, ha una voce squillante. A lei la Gazeta Romaneasca ha dedicato una pagina intera, ha scritto quelle che chiama «centottanta poesie di dolore». Dice che quando era ancora giovane, in un minuscolo paesino moldavo, inventava canzoni per i suoi bambini e quando questi le cantavano tutti piangevano. «Avrei voluto scrivere poesie anche allora, ma gli impegni domestici erano pesanti. Ho cominciato qui, in Sicilia, nel silenzio della cucina quando la signora che assistevo dormiva. Perché per scrivere ci vuole molta concentrazione». Elena è emigrata nove anni fa. Mai avrebbe immaginato, racconta, di attraversare una esperienza così dolorosa come il distacco dai figli. Il marito è morto da 16 anni, e lei era l’unica che poteva andare lontano per guadagnare. Oggi scrive: «In casa dormo con un estraneo/a tavola mangio con un estraneo/la mattina mi sveglio e faccio fatica per un estraneo. Mai avrei pensato di vivere così lontana/ e adesso mi piango addosso dalla mattina alla sera Io, paese mio, vorrei venire a casa/ma tu non sei ancora pronto per me».

Recentemente due psichiatri ucraini hanno battezzato con il nome “sindrome italiana” la depressione che colpisce le donne che per lunghi anni sono state all’estero come colf e badanti. Tornano dopo un lungo distacco, i figli si sono allontanati emotivamente, tornano e il paese natale è cambiato, non sanno a quale cultura appartengono e sviluppano una grave apatia che spesso porta al ricovero ospedaliero. In Romania stanno crescendo 350mila bambini con uno o entrambi i genitori all’estero, e le loro sofferenze hanno suggerito al parlamento di Bucarest di prendere in esame una legge che punisce le madri o i padri che lasciano il Paese senza nominare un tutore legale per i loro figli: rischierebbero fino a 10 anni di carcere.

Coloro che rimangono a casa hanno un’idea precisa dell’Italia e degli italiani. Nei teatri ucraini da anni va in scena una commedia, “Cenerentola a Napoli”, dove una donna a servizio ucraina lavora nella casa di signori benestanti. La padrona è isterica, il marito fa il cascamorto con la colf. Che però resiste nonostante soffra la solitudine. A volte, però, i figli raggiungono le madri in Italia dopo molto tempo. E sono felici. Come la piccola Irina, che dalla nuova casa di Magione (Perugia) ha voluto scrivere alla Gazeta Ukrainska la sua emozione in rime: «Te ne eri andata via in silenzio/ una mattina mentre dormivo/ e mi sei riapparsa in sogno…/Ho aspettato tanti anni/ sfogliando il calendario/ sono cresciuta/ ma non potevo rimanere senza di te. E poi l’aeroporto/ ti ho aspettata e ti ho rivista/ mio tesoro, mia dolce cara mammina».

(pubblicato sul blog Matrioske, Huffington Post)

 

 

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